La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 15 aprile 2016

 

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Illustrazione di Quentin Blake                                                              

 

APRILE È IL PIÙ CRUDELE DEI MESI*

Paolo Ferloni, Incoscienza nucleare (Effigie)

TaraShea Nesbit, Le mogli di Los Alamos (Ponte alle Grazie)

Yasmina Khadra, L’attentatrice (Mondadori)

Jonathan Littell, Taccuino siriano (16 gennaio-2 febbraio 2012)  (Einaudi)

 

Il 26 aprile di quest’anno cadono i 30 anni dalla catastrofe di Cernobyl’.

Può essere l’occasione giusta per leggere il piccolo libro del professore di Chimica Fisica Paolo Ferloni.

In poche, precise e semplici parole si ripercorre la storia del nucleare dalle bombe atomiche sganciate sul Giappone, agli esperimenti nucleari di Francia e Inghilterra, Stati Uniti e Russia, fino alle ultime catastrofi nucleari di Cernobyl’ nel 1986 e Fukushima nel 2011. Due capitoli sono poi dedicati ai trattati di regolamentazione dell’energia nucleare e alle questioni relative a risorse e scorie nucleari. A chiudere un capitolo di sapore più tecnico proprio sulla radioattività.

Scrive Paolo Ferloni: “Gli scienziati di fine ottocento e della prima metà del novecento di solito si raccontano, o vengono descritti, come animati dal sacro fuoco della scoperta scientifica. Del tutto estraneo alle loro visioni del mondo e di se stessi era il cosidetto “principio di precauzione”, che si è andato elaborando soltanto da qualche decennio, nella seconda metà del secolo xx, e che tuttora non manca di oppositori”.

Come non pensare al dottor Frankenstein di Mary Shelley!

Ora, per non cadere di nuovo nello stesso errore, nella stessa ingannevole trappola, e per non farsi abbindolare da chi vuole vendere la propria idea come fosse verità assoluta e indiscutibile, questo libro può essere molto utile. Tenetelo lì, non si sa mai.

Con un approccio ovviamente scientifico, data la materia, ma abbattendo i muri che di solito dividono la gente comune dalle scienze in generale, Paolo Ferloni riesce ad offrire una guida per capire meglio il mondo di oggi.

 

Nessuno può immaginare la complessità dei sentimenti che, come un uragano, mi spingevano avanti nel primo entusiasmo del successo. La vita e la morte mi apparivano barrire ideali che avrei dovuto spezzare per riversare sul nostro mondo oscuro un torrente di luce” (Mary Shelley, Frankenstein, Einaudi, p.58).

Ed è proprio una luce ciò che vedono le mogli degli scienziati che in segreto lavoravano nei laboratori di Los Alamos quando il 16 luglio del 1945 ad Alamogordo venne fatta esplodere la prima bomba atomica della storia.

Ecco cosa fa dire loro TaraShea Nesbit: “L’esplosione ci giunse fino agli occhi, ma non alle orecchie. Chi ci dormiva accanto non aveva idea di cosa stesse succedendo. Prima la terra era buia, e adesso c’era la luce, e noi capimmo: la nostra cittadina aveva creato una cosa forte e luminosa come il sole”.

La prima reazione? TaraShea Nesbit immagina possa essere stata questa: “Restammo abbracciate. Facemmo un respiro profondo. Trattenemmo il fiato. Urlammo. Ci parve un orrore, o un trionfo, o una bellezza, o tutto questo messo insieme”.

In attesa che un qualche editore decida di ristampare la testimonianza diretta dell’italiana Laura Fermi in Atomi in famiglia (Mondadori, 1954), bisogna “accontentarsi” di questo Le mogli di Los Alamos, opera prima di TaraShea Nesbit, dove la voce narrante è proprio quella di tutte le donne mogli degli scienziati che parteciparono al “Progetto Manhattan”.

Tutte insieme come un coro, il loro è il racconto, da un altro punto di vista, forse più umano, di questa pagina così importante della nostra storia.

Dall’arrivo nel 1943 nel bel mezzo del deserto del New Mexico fino alla fine della seconda guerra mondiale nel 1945 con la resa del Giappone, e dopo: il dopo guerra, gli anni Cinquanta e Sessanta, i documenti ufficiale che resero noti a tutti gli esperimenti e le ricerche degli scienziati di Los Alamos, le reazioni del mondo, anche attraverso quelle dei loro stessi figli.

E il fare i conti con una domanda: “Com’era possibile che fossimo rimaste all’oscuro? Com’era possibile che non avessimo saputo tutto?”.

 

Appena ripubblicato per Sellerio con il titolo originale L’attentato, questo è un libro che vale proprio la pena leggere tanto più in un periodo come quello che stiamo vivendo.

A un mese dai fatti di Bruxelles, per non cadere in una rabbia cieca sprofondando nell’odio verso chiunque altro sia reso responsabile degli attacchi subiti.

Scritto nel 2005, ruota attorno ad un attentato terroristico nel centro di Tel Aviv nel mezzo della lunga e travagliata storia del conflitto israelo-palestinese.

Quel tipo di guerra strisciante e sotterranea che mai si sarebbe dovuta dire lontana, oggi riguarda anche noi.

Allo stesso modo, per rispondere ai tanti perché che un kamikaze lascia sul campo, insieme ai morti e ai feriti e ai resti di ciò che c’era prima, non serve andare chissà dove.

Quando chi commette tali azioni è vicino di casa, nato nello stesso paese, cresciuto fianco a fianco.  Quando è parte della famiglia, del quartiere. Quando è figlio, padre, fratello.

Quando è la donna che hai scelto di sposare e con cui hai vissuto per più di quindici anni sotto lo stesso tetto, una vita costruita insieme.

La ricerca di Amin Jaafari di una risposta ai suoi perché può così diventare anche la nostra.

È un tentativo.

 

Cosa le è successo? «Può capitare a chiunque» riconosceva Naveed. «O ti cade sulla testa come una tegola o si àncora in te come un verme solitario. Dopo, non guardi più il mondo allo stesso modo. »” (Yasmina Khadra, L’attentatrice, pp. 206-7)

Almeno bastasse un libro per cambiare lo sguardo sul mondo!

Con Taccuino siriano, per esempio.

Tanto per farsi un’idea: questo non è ieri o l’altro ieri, questa non è la Prima o la Seconda Guerra Mondiale, né la Prima o la Seconda Guerra del Golfo.

Questo è oggi, l’alba di oggi.

Questo è qui, più di quanto non lo sia stato l’Iraq di più di dieci anni fa.

Dimenticatevi ciò che vi circonda perché vi ritroverete in una realtà che neanche un film può rendervi così vividamente.

Di fatto, non è neanche un racconto.

E forse sarete confusi, forse riuscirete a capire solo una parte di tutta la situazione, nomi, ruoli, gradi, coordinate geografiche…e non parlate l’arabo, e conoscete poco quei luoghi, chi vi abita, la loro storia.

Ma sarete lì, sul campo e: “finché stai bene, continua ad avere qualcosa di curiosamente irreale, come se ti muovessi in sogno, come se tutto ciò che succede capitasse agli altri, non a te”.

Se siete riusciti a farvi un’idea di ciò che vuol dire la guerra in Siria, ricordatevi di fare anche due conti e aggiungere a quanto avete letto i quattro anni che nel frattempo sono passati: qual è il risultato?

 

 

* T. S. Eliot, La terra desolata

 

 

a cura di Giulia Caravaggi