La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 13 Mag 2019
Henri Lebasque(1865-1937), La liseuse

SENTIMENTO NOSTALGIA

Philippe Delerm, Innamorati a Parigi (Frassinelli)

Roberto Peregalli, I luoghi e la polvere (Bompiani)

“(…) una tonalità mobile, un oceano verde che mi allontanava a poco a poco, e finiva per regalarmi la libertà, con la solitudine.

Il romanzo Innamorati a Parigi di Philip Delerm cita nel titolo originale, Les amoureux de l’Hôtel de Ville, una famosa fotografia scattata dal fotografo francese Robert Doisneau (1912-1994) nel 1950 per la rivista Life.

Attorno a questa immagine si muovono il racconto e il suo protagonista François, probabile alter ego dell’autore: “Avrei dovuto guardare Il bacio davanti all’Hôtel de Ville come una fotografia di Doisneau. Non ci riuscivo. Certe bugie sono più forti della realtà. In un certo senso, i due innamorati, per non essere quelli che avevo creduto erano ancora più veri. C’era meno divario fra quell’inganno ingenuo e i miei sguardi di bambino che fra loro due e ciò che sarebbero diventati.

Ed è l’infanzia la co-protagonista di una storia che è tutta uno SGUARDO, RIFLESSO in quello che si è perso e non c’è più, in ciò che n’è rimasto e cosa vogliamo farne. Finché: “Ero in trappola. A poco a poco il passato mi conquistava. Con tranquilla bulimia, mi misi a setacciare i documenti: Paris-Match, Miroir-Sprint, qualche volta perfino Cinémonde. Era pazzesca la nostalgia accumulata in questa fine secolo. Dai rigattieri, nelle librerie, nelle cartolerie, era sufficiente buttare l’occhio per trovare il proprio strato geologico.

Così, mentre in un momento di pausa dalla vita prova a fare il vuoto dentro e attorno a sé, François si ritrova invece a riempire il suo piccolo monolocale di oggetti e sentimenti, dolci e confortanti come il pane, di un mondo che sembra poter vivere solo nei e per i nostri ricordi. Allora quel vuoto è lo stesso di quando si era bambini: “quel vuoto in cui nessuno veniva a disturbarti, quel limbo tra due parentesi. Sogni diluiti, tristezze smorzate. I pomeriggi non finivano mai.

Un vuoto pieno, di fantasie e di storie. Come diceva lo stesso Doisneau: «Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.»

O è esistito. Ed ecco: “quella sensazione pavida, gretta, che avevo attribuito alle mie tristezze, alle mie inquietudini: non era solo mia quella tensione grigia. La vedevo sorgere dai pavé, dalle strade semideserte (…). Nel grigio ero solo, ma non ero il solo a essere solo, questo soprattutto avevo voluto dire. Lasciare a lungo quella fotografia in vetrina.

E allora, forse, l’infanzia sarà per sempre di tutti. [FINE]

 «È bello d’inverno, con la neve. Tutto diventa più semplice. Ci sono meno cose da assorbire meno colori. Meno odori. I giorni sono più corti. La testa può riposare.» (Åsa Larsson, Tempesta solare, Marsilio)

Proprio al BIANCO è dedicato uno dei capitoli del libro di Roberto Peregalli: “Era ritenuto un colore prezioso, e dunque andava trattato con cura. (…) Il bianco è sacro. Dunque è legato alla luce. (…) Oggi invece il bianco è “osceno”, cioè ob-scenum, davanti alla scena, sovra-esposto. (…) La sua neutralità (apparente e non reale) ha distrutto la sua sacralità. È uno schermo (…) è “indifferente” (…) È un abbaglio, un alibi. Equivale all’apatia.”

Questo il tono delle riflessioni di un architetto-scrittore che inanellandosi vanno a comporre I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell’imperfezione, dove si legge che: “Un luogo non è immortale e non è, come invece un quadro, qualcosa di stabile nel tempo. La sua bellezza si modifica nel corso delle stagioni, il suo legame con tutto ciò che lo circonda è molto forte.

E la POLVERE: “La polvere di cui era composto il primo uomo, Adamo, è quella che si deposita sulle cose, una coltre che le ricopre e le protegge. Tutto deperisce, tutto si consuma e va in rovina. Ma la rovina ha un fascino abbagliante.

Un libro che sembra peccare di ingenuità, se si può dire l’ingenuità un peccato, o scadere nel romanticismo, se cadere è soltanto scadere. Ma che a partire da elementi prettamente architettonici riesce a dire in realtà molto di ciò che siamo diventati.

È un libro sul tempo e sull’incapacità del presente di accettarne il passare con tutto ciò che questo comporta.

È un libro sulla memoria, non più vissuta, non più nostra dialogante, piuttosto deposta come un oggetto vecchio in un luogo separato dalla nostra vita. E come per tutti gli oggetti di oggi corre un rischio: “Quello che sarà di loro non interessa (…), perché verranno sostituiti prima da altri modelli.

A smentire quella vena di nostalgia che sembra percorrere queste pagine e meglio riassumerne il messaggio, il seppur non urlato grido di allarme che esse sollevano davanti al pericolo che continuiamo a correre senza rendercene davvero conto.

E alla fine l’IMPERFEZIONE sarà: “una povera cosa che disegna, se ascoltata, lontano dai bagliori, l’inizio di un cammino.

A cura di Giulia Caravaggi