La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 17 Giu 2019
Henri Lebasque(1865-1937), La liseuse

IN FUGA, ALL’ESTERO

Patrick Modiano, Dall’oblio più lontano (Einaudi)

Georges Simenon, L’orologiaio di Everton (Adelphi)

Ogni mattina andavo a scrivere vicino a Holland Park, e non ero più a Londra ma davanti alla Gare du Nord e passeggiavo lungo boulevard de Magenta. Oggi, a Parigi, trent’anni dopo, tento di fuggire da questo mese di luglio millenovecentonovantaquattro verso quell’altra estate quando la brezza accarezzava piano le chiome degli alberi di Holland Park. I contrasti di ombra e sole erano così intensi che non ne ho mai più visti di simili.

Potere della memoria, come sempre, nei romanzi di Modiano, ma Du plus loin de l’oubli del 1996 diversamente da altri racconta un ricordo preciso, dai contorni netti e rievocato naturalmente, senza sforzo.

Superando le ingannevoli nebbie del tempo che passa Modiano, o il suo narratore per lui, va OLTRE l’oblio che tutto assorbe, nasconde e quasi cancella per sempre.

Ed è come se quella donna, figura così sfuggevole nel presente, venisse davvero riacciuffata per il lembo svolazzante della giacca, del cappotto, trattenuta dolcemente per un braccio.

Un incontro, un innamoramento giovanile e una fuga, l’estero, molto raro a dire il vero per Modiano e i suoi personaggi lasciare non solo il suolo natio, ma addirittura la circonvallazione più esterna di Parigi!

Uno strappo, uno squarcio, una forzatura?

Una crepa da cui nasce lo scrittore di oggi che già allora, all’inizio, con la fantasia non viaggiava verso lidi lontani e inesplorati, piuttosto faceva RITORNO alla sua città, alla Gare du Nord, al boulevard de Magenta: “Non si allontanano dal quartiere, come se temessero di avventurarsi più lontano.

Un’aria insolitamente lieve, di quieto e sano ottimismo si respira tra le pagine e dal passato sembra davvero di poter intravedere uno scorcio di quello che sarà il futuro: “Mi piaceva pronunciare: sud. Quella sera, nella sala deserta, sotto i neon, la vita non aveva ancora nessun peso ed era facile darsi alla fuga… Mezzanotte passata. Il gestore si è avvicinato al nostro tavolo per dirci che era l’ora di chiusura del caffè Dante.”[FINE]

Canta Jovanotti: “ho salutato la mia gioventù/per ritornare bambino/procedendo in avanti/senza passare dalla saggezza/masticando una gomma/al gusto di bicicletta/che non finisce mai/neanche se te ne vai/e lo ridico ancora/per impararlo a memoria/in questi impazziti/di polvere e di gloria/e lo ripeto ancora/fino a strapparmi le corde vocali/ora che siamo qui/noi siamo gli immortali” (Gli immortali, 2015)

Forse azzardato come accostamento, ma queste strofe rendono piuttosto bene l’atmosfera di un romanzo scritto da Simenon nel 1954 in Connecticut e ambientato in Arkansas, o meglio rendono quello che potrebbe essere lo stato d’animo di Ben, il figlio sedicenne di Dave Galloway, l’orologiaio del titolo.

È qualcosa che cova in realtà nello stesso padre e affonda le radici lontano nel tempo, in quel passato di famiglia che tende a ripresentarsi sempre uguale, nonostante tutto: “Ma Ben aveva proprio lo sguardo di suo padre, e il suo, e di tutti i loro simili. Alcuni riescono a soffocare la ribellione per tutta la vita. Altri lasciano che esploda.

Un impietoso confronto tra generazioni che vede contrapporsi i più OPPOSTI estremi: la vita e la morte, il silenzio e la fuga, e nel vuoto comunicativo il tentativo disperato di farsi capire, di far capire che si è dalla stessa parte, anche se.

Anche se la vita stessa, le sue scelte, le proprie azioni e tutti gli altri si mettono di mezzo. Ci sono veli che sembra impossibile sollevare, porte che sembra impossibile aprire e finestre che sembra impossibile chiudere.

Nei romanzi di Simenon l’ineluttabilità la fa sempre da padrone, e così in un luogo in cui: “Ogni anno portava con sé, alla stessa epoca, le stesse serate, di una dolcezza quasi opprimente, insieme al ronzio dei tosaerba, e ogni autunno il rumore dei rastrelli sulle foglie morte e il loro odore quando venivano bruciate, la sera, davanti alle case, e più tardi ancora, fatalmente, il raschiare delle pale sulla neve gelata.

Qui, alla fine così come all’inizio, non ci sono che: “solo due uomini nelle loro poltrone.

Due uomini soli, insieme. E l’amicizia, quella che non ha bisogno di niente, ma rispetta le distanze.

A cura di Giulia Caravaggi