La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 15 Lug 2019
Henri Lebasque(1865-1937), La liseuse

FOLLIA, DOLCE FOLLIA?

Nahal Tajadod, Passaporto all’iraniana (Einaudi)

Chuck Palahniuk, Fight Club (Mondadori)

Sono nata qui, conosco Teheran, ho dei parenti e degli amici in questa città. Presto dovrò ripartire per Parigi, dove vivo. Il mio biglietto di ritorno, con Iran Air, è pronto. Solo una piccola preoccupazione, un’inezia: devo rinnovare il passaporto.

Ovviamente questo si rivelerà ben più che una semplice formalità per Nahal Tajadod, tanto da diventare il titolo di un libro scritto come fosse un romanzo, una storia a tratti comica, una commedia intelligente che mette in luce aspetti più o meno nascosti di un paese, di gente e modi di pensare diversi ma non poi così lontani.

È però cosa vera e non serve esagerare niente per dirla con efficacia. Così l’Iran che esce da queste pagine è un paese dalle forti contraddizioni dove, come ogni luogo in cui si pensa di poter imporre rigidi paletti di contenimento alla vita delle persone, la creatività di queste ultime si sbizzarrisce e dà il suo meglio. Nel bene e nel male.

Per vivere, quando non per sopravvivere, bisogna sapersi ARRANGIARE, inventare qualcosa, per uscire, per RIUSCIRE.

Che sia emigrare all’estero in cerca di opportunità di vita migliori o più semplicemente avere qualcosa di sfizioso da indossare: “Lei stessa, in occasione di un viaggio alla Mecca (pagato da me, in seguito al mio desiderio di avere un bambino), si era vista arrivare a casa, il giorno prima della partenza, una giovane cugina con un biglietto da dieci dollari e l’indirizzo di un negozio di biancheria intima, non lontano dalla Kaʿaba. – Vacci per favore, – le aveva detto; – appena fuori dalla «Casa di Dio», devi voltare leggermente a sinistra. Vedrai l’insegna color fucsia di un negozio di biancheria intima. Non puoi non vederla. Fucsia.

Ci vorranno più di dieci giorni perché Nahal Tajadod riesca ad ottenere il documento che le serve per ripartire. E sarà un vero e proprio calvario, un percorso ad ostacoli tra incontri e scontri, favori e cortesie malcelate dietro al velo della corruzione, tra tutti i detti e non detti parte delle norme non scritte di questo paese (ma potrebbe essere anche un altro, come si dice certe cose non hanno confini) che costituiscono il ta’arof, il COME CI SI COMPORTA con gli altri: “I due fotografi se ne vanno con le dodici sedie e un intero rotolo di iuta. Sono soddisfatta. Ho le foto, l’asciugacapelli è aggiustato, le sedie sono state portate vie (ci sono voluti diversi viaggi) e il medico che Morad e Hassan conoscono farà in modo – è una promessa – di risparmiarmi una notte di coda davanti all’Ufficio passaporti. (…) quando Mohtaram appare nella stanza, con i due numeri di «Vogue» in mano. I fotografi hanno deliberatamente dimenticato le riviste, spingendo all’estremo il ta’arof. Mi precipito in terrazza. Stanno attraversando la strada. – Avete dimenticato i «Vogue»! – grido. Sanno di cosa parlo, eppure chiedono: – I cosa? Il gioco continua. – I «Vogue»! E li scuoto. Poi li getto da basso. Il vento se li porta via in una caduta che contamina, per un momento, l’aria purificata dell’Iran islamico con immagini di minigonne e short sgambati.” [FINE]

Si potrebbe riassumere in una frase il libro di Chuck Palahniuk: “Tutto quello che fa una pistola è focalizzare un’esplosione in una sola direzione.

Inserito in una (discutibile) lista di romanzi destinati a diventare i classici di domani, Fight Club ha già fatto storia, la sua, ma forse non ha ancora fatto il suo tempo.

Uscito nel 1996 racconta una vicenda che ha del fantastico, in pieno clima distopico, forse è farsa e forse no, di una violenza tutta nuova e certo quantomeno delirante. Ma parte da un protagonista assolutamente normale, un giovane uomo disilluso, tra l’ignavia e l’apatia, che conserva un’energia tale da dare vita ad una sorta di doppio che compare in scena come suo alter ego, in un mondo che va a sfasciarsi, letteralmente liquefacendosi come grasso per fare il sapone.

Quando si prende atto di non essere speciali, ma: “i figli di mezzo della storia, cresciuti dalla televisione a credere che un giorno saremo milionari e divi del cinema e rockstar, ma non andrà così. E stiamo or ora cominciando a capire questo fatto”.

Quando non resta altro che provare a distruggere tutto, ma proprio tutto, anche se stessi per sopravvivere davanti alla mancate promesse. Per continuare ad esistere in qualche modo agli occhi del mondo: “Che cos’è peggio? L’inferno o niente? Solo se veniamo presi e puniti possiamo essere salvati.

DOPO, cosa succede?

A distanza di più di vent’anni il mondo in cui viviamo è cambiato, ma è diverso?

A quella domanda si è trovata risposta?

E se ci fosse un telefono in Paradiso, chiamerei Marla dal Paradiso e appena mi dice: “Pronto?” non riattaccherei. Direi: “Ciao. Come va? Raccontami tutto tutto”. Ma io non voglio tornare giù. Non ancora. Perché perché.

A cura di Giulia Caravaggi