La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 15 Set 2019
Henri Lebasque(1865-1937), La liseuse

RIFLESSI

Michael Jakob, Il giardino allo specchio (Bollati Boringhieri)

Ginevra Bompiani, L’attesa (et al.)

Ginevra Bompiani, L’incantato (et al.)

Questo vuoto dell’attesa testimonia di un’assenza.”

Se il giardino non è altro che una rappresentazione, come rappresentare il giardino? Michael Jakob, comparatista e teorico del paesaggio in Il giardino allo specchio elabora un percorso attraverso il tempo e le arti per capire infine CHE COSA SIA UN GIARDINO e che cosa esso rappresenti PER L’UOMO.

Da Paul Klee alla corrente realista, da Claude Monet agli acquerelli di Belle Arti nel campo della pittura.

Da Eugène Atget al tentativo di molti altri “artisti solitari e ossessivi” di ricreare qualcosa di vivo e allo stesso tempo unico, nel senso di totale, un “quasi-tutto”, una TOTALITÀ tanto agognata quanto in realtà mai veramente ritrovata, nel campo della fotografia ma non solo.

Infine il cinema e la letteratura: da Le affinità elettive di Goethe a Metropolis di Fritz Lang (1927), da Quarto potere di Orson Welles (1941) a Velluto blu di David Lynch (1986) fino al Quentin Tarantino di Kill Bill di inizio XXI secolo. Passando per il Michelangelo Antonioni di Blow up (1966) a proposito del quale Michael Jakob scrive: “scomparsa di un cadavere, delle fotografie che rappresentano l’assassinio, del fotografo, nonché della verità. In questo modo il film esibisce il vuoto, o l’assenza, nel cuore stesso della finzione che recita. (…) La negatività appare in verità ovunque, anche là dove il giardino sembra funzionare a meraviglia, e comporta sempre una faglia nel sistema rappresentativo. Una faglia legata al soggetto, alla sua posizione assoluta, alla sua volontà di potenza illimitata e alle conseguenze che ne derivano.

É proprio l’arte cinematografica a mettere in crisi l’idea stessa di giardino, costringendo: “a capovolgere la prospettiva e a interrogare il giardino nella sua funzione rappresentativa.” Ponendoci al di là dello specchio per chiederci: “Di chi parla il giardino e chi parla in realtà per lui?

Per uscire da questo “gioco di differenze infinite”, di continui rimandi come in un labirinto di specchi, l’autore propone in chiusura una semplice passeggiata, nel giardino progettato dall’architetto Sir Geoffrey Bawa a Lunuganga (Bentota,Sri Lanka), un luogo che è: “innanzitutto presenza.

E dove ci si può finalmente PERDERE: “Perdita e non mancanza o assenza. (…) perdersi è la condizione stessa di possibilità di ogni scoperta, è l’unico modo per ritrovarsi veramente.

É un luogo che è: “un sogno divenuto realtà, e tutti i nostri sensi sono in stato di veglia assoluta. Ma il sogno, come è noto, sfugge ad ogni rappresentazione.” [FINE]

Sia che sbocchi nel nulla o nell’avventura, lo stato di attesa è una forma di “vigile abbandono”, un essere insieme all’erta e nell’agio; un imparare ad abitare la propria casa sopportandola: sia questa casa il sé o il mondo.

L’attesa di Ginevra Bompiani è un piccolo ma grande libro che raccoglie quattro testi brevi che ruotano attorno a questo problema: “aspettiamo sempre l’atteso, e, quando arriva l’ospite, dobbiamo decidere che accoglienza fargli.

Mentre quello che aspettiamo è immaginato, l’ospite che viene a farci visita ci è di fatto sconosciuto, un estraneo destinato in qualche modo a tradire sempre le aspettative, e l’attesa stessa. Ma anche a sorprenderla: “Ogni ospite sorprende la nostra impreparazione, e misura la nostra umanità sul tempo che intercorre fra la rinuncia alle rappresentazioni che l’hanno preceduto e il benvenuto sulla porta.

Ma, continua l’autrice: “se è vero che l’evento è sempre altro da quel che aspettavo, non sarà forse che quel che aspettavo ero io? E di quest’io e di quest’altro, non ho forse esperienza nella mia persona, quando guardandomi vedo il mio corpo, i miei gesti, la mia presenza?

Ecco allora: “l’attesa nella sua forma estrema (…) l’attesa non di riconoscere, ma di essere riconosciuti.

E di nuovo RICONOSCIUTI, ogni volta che ci si presenta, anche se non si è sempre adeguati, cioè i medesimi. E: “Non è questo miracoloso riconoscimento dell’altro come lo stesso, che l’amore festeggia?” [FINE]

Se L’attesa può risultare ostica, più agevoli sono certamente i quattro racconti che compongono la raccolta L’incantato.

Pur nella loro semplicità non sono però meno densi di significati e si prestano a letture differenti a seconda dell’età a cui li si legge, grazie alla quale si è più o meno in grado di coglierne certi aspetti piuttosto che altri.

I racconti stessi, nell’ordine, sembrano ripercorrere le diverse età della vita: dalla nascita ancora cieca alla gioventù che si scontra con l’idea della morte, la ricerca di un maestro quando si è ormai orfani di padre e il diventare adulti imparando a contemplare le ingiustizie del mondo.

Una fiaba, una parabola, un incontro e una lezione di vita in cui il senso di eternità diminuisce con il diminuire dell’astrattezza del testo. Perché: “Quando incocca e ci prende di mira (…) è Amore a scoccare la freccia, ma è la Morte a colpire il bersaglio…”

Luci che si accendono o spengono sulla soglia, finestre aperte e chiuse, porte accostate o sbattute, scale e ingressi fra cui scegliere, ciò che conta sono le ZONE D’OMBRA, il loro potere.

E quel silenzio: “ma questa era un’altra infanzia, era l’infanzia addormentata di cui si ode appena il respiro nelle pause del sonno; era il silenzio, non la voce stridula, dell’infanzia”.

E solo un incanto appunto potrebbe trattenerla.

A cura di Giulia Caravaggi