La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 13 Ott 2019
Henri Lebasque(1865-1937), La liseuse

UN TRIS D’INIZIO OTTOBRE

Knut Hamsun, Sotto la stella d’autunno (Iperborea)

Martin Page, L’apicoltura secondo Samuel Beckett (Edizioni Clichy)

Franco Loi, Il silenzio (Mimesis)

Il bosco è ormai spoglio di foglie e silenzioso, senza più il canto degli uccelli. Solo le cornacchie lanciano i loro gridi rauchi alle cinque del mattino e si spargono poi sui campi. Le vediamo mentre ci rechiamo nel bosco, Falkenberg e io: la covata dell’anno, che non ha ancora imparato a temere il mondo, ci saltella davanti sul sentiero.

Personaggio modernissimo, il protagonista di Sotto la stella d’autunno del norvegese Knut Hamsun è un uomo alla deriva che tenta di ritrovare la serenità perduta. Non parte per un viaggio alla ricerca di sé stesso, non si lancia nel mondo grande verso lidi lontani e inesplorati, ma lascia la città e le annesse cattive abitudini mettendosi a vagabondare tra boschi e campagne e provando a vivere alla giornata.

Tenta, ma non è semplice, e non perché il duro lavoro lo metta alla prova. Il difficile, ciò che rende inquieti e non lascia quasi scampo, è riuscire a smettere davvero i propri panni di uomo erudito, istruito e acculturato. Quel sentirsi in qualche modo superiore perché lontano ormai dal bifolco contadino, eppure quella gente SEMPLICE…

No, non è la felicità il problema, sono in pochi a essere felici e forse, anzi sicuramente, la felicità è questione di attimi.

Piuttosto ciò che manca è quella cosa che, una volta morsi dai denti della modernità, come una maledizione, non si riesce più a recuperare pur affannandosi a cercarla. Come chiamarla? Tranquilla rassegnazione? Sapere qual’è il proprio posto nel mondo perché ci si è già nati? O è solo questione di carattere, temperamento, modo di essere?

In questo breve romanzo del 1906 solo i sentimenti conservano ancora un sapore ottocentesco anche se le donne dimostrano nei loro atteggiamenti, nelle loro azioni e nelle loro parole un’insperata modernità: “Emma, io so di uno che spasima per te.” “E chi te l’ha detto” “Le stelle” “Avrei preferito che te l’avesse detto qualcuno qui sulla terra.” [FINE]

«Prima sono stato prigioniero degli altri. Allora li ho abbandonati. Poi sono stato prigioniero di me stesso. Era peggio. Allora mi sono abbandonato».

Cita il Samuel Beckett di Eleutheria Martin Page, in ex ergo al suo L’apicoltura secondo Samuel Beckett. Un escamotage per un incontro ravvicinato. Di che tipo? Fate voi.

Uno studente a pochi mesi dalla laurea incontra un Samuel Beckett ormai ottantenne e dedito all’apicoltura per aiutarlo nella sistemazione di alcuni documenti.

Questo breve romanzo non è che il suo diario attraverso cui diventa possibile conoscere un Beckett diverso, più umano forse da quello che sembra ermeticamente nascondersi nei suoi testi teatrali: “«Dopo la mia morte, forse alcuni capiranno che l’eccentricità è il cuore della mia opera».

Un’eccentricità molto lontana, per definizione etimologica, da quell’aggettivo usato per riassumere e definire il suo lavoro: “l’etichetta idiota che mi hanno affibbiato: teatro dell’assurdo.

Non è forse il mondo ad essere assurdo?

« (…) Questa società non sa quello che fa, e non sarò io a denunciarla. Ma mi ritirerò, un po’ in disparte, per evitare i colpi, e vivere con la mia famiglia e i miei amici, quel paradiso che ci costruiamo e che svanisce con la nostra morte».

Perché in fondo: “«Quello che conta è la biografia di chi legge i miei libri, più che la mia. Gli accademici farebbero meglio a indagare sulle proprie vite se vogliono capire qualcosa della mia opera».

Un invito all’azione, dopotutto. Così un testo come Aspettando Godot può forse scatenare…un’EVASIONE! [FINE]

Ne Il silenzio Franco Loi raccoglie appunti presi in momenti diversi della sua vita e poesie e racconti scritti e/o pubblicati tra gli anni Settanta e Novanta. Uniti da un filo rosso, quel silenzio che: “non esiste in natura.

Spesso confuso con il “fare silenzio” ovvero “tacere, non fare rumore”, è un silenzio che spaventa perché appare: “come apertura sul vuoto, sul nulla. (…) Ma è la condizione d’assenza di rumori ad aprire il vuoto e sollecitare la paura? O è il vuoto interiore che nel silenzio si manifesta?

Il silenzio apre o si apre piuttosto come una porta su una realtà altra, diversa perché non conosciuta, non compresa, creduta: “un mare che ha una sua profondità e immensità di cui sappiamo qualcosa soltanto da coloro che lo sondano e lo percepiscono – gli esploratori degli abissi e i cercatori di terre lontane.

Sono gli artisti e i poeti, artigiani delle immagini e dei suoni, artigiani della parola, che attraverso il FARE sanno ascoltare sé stessi e il  mondo affrontando la paura che questo comporta.

Ed è nel silenzio che questo è possibile, così da quel nulla che è l’ignoto: “qualcosa si crea”.

L’artista e il poeta non fanno altro, e non è poco, che ATTRAVERSARE IL SILENZIO e testimoniare del loro viaggio dando corpo e voce a quella DISTANZA che è: “una delle realtà sorprendenti del silenzio a cui si ripresenta la memoria: è sempre così poco usuale e tuttavia così sostanziosa. Proprio come accade nel sogno.

Come farne a meno, viene da chiedersi?

Me sun perdü tra i scal, cercavi i port…

A cura di Giulia Caravaggi