La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 13 Gennaio 2020

A.R. Chewett (1877-1965), Giovane uomo che legge (inizio XX sec.)

DIRE, FARE, UOMO, DONNA

A.A. Ólafsdóttir, Hotel Silence (Einaudi)

J. VanderMeer, Borne (Einaudi)

Lo sapevi – dice – che in certi posti le cicatrici sono simbolo di valore?

“Hai detto che stai partendo per un viaggio?

Premesso che il titolo originale è Ör, cioè Cicatrice, il romanzo della Ólafsdóttir ruota attorno alla figura di un uomo che sta attraversando un momento di crisi. O perdizione. Di senso, di sé, del senso di sé stesso.

La scrittrice islandese riesce come sempre in modo magico a rendere quella sfera di pensieri ed emozioni più bui perché tanto profondi da risultare spesso oscuri persino ai proprio legittimi proprietari. E a portarli alla luce dando loro voce come ad una fiaba, un racconto dal sapore, o meglio sarebbe dire in questo caso, suono antico.

Non ci sono mai spigoli pungenti, solo angoli attorno cui poter girare.

Così, dopo aver messo le carte in tavole nella prima parte, sottotitolata Carne o «pelle», presentando senza remore o timori di sorta Jónas, le tre donne della sua vita tra cui una madre che conta le guerre, e l’amico fidato che ama parlare di motori e tiene i conti della condizione femminile nella storia dell’uomo e del mondo, e dopo i preparativi, una valigia vuota, qualche attrezzo che non si sa mai e i diari di gioventù recuperati all’ultimo momento dalla spazzatura per paura che qualcuno li trovi e li legga, nella seconda parte, Cicatrici appunto, si parte per l’ultimo(?) viaggio.

Verso un luogo che non è più rifugio, da cui si è dovuti uscire per forza perché non più sicuro: “E dunque l’ultima parola è stata «fuori».

In: “un paese di cui si è parlato a lungo nei notiziari per la particolare virulenza del conflitto in corso, ma che alcuni mesi fa, dopo la ratifica di una tregua, è scomparso dai riflettori e l’attenzione si è spostata da qualche altra parte.

Dove ogni cosa è una ferita ancora aperta da rimarginare e sembrano bastare solo poche parole e i silenzi hanno forse un diverso significato, un posto dove poter restare: «e diventare un altro?»

Perché come già si era scritto in fondo all’ultimo diario: “Non tutto avviene nel giusto ordine. (…) Tutto può succedere. Può anche succedere che tutto si trasformi in qualcosa di diverso.

Un paese che da alcune particolari note di colore sembra di poter riconoscere nei Balcani appena usciti dalla guerra e forse non ancora segnati da quella successiva. E come scriveva Predrag Matvejević in un saggio del 1998 L’Europa e «L’Altra Europa» (in Il Mediterraneo e l’Europa, Garzanti): “Viviamo ancora delle transizioni, più che vere e proprie trasformazioni. Sono due cose diverse.

È così anche per Jónas, non è che un uomo in transizione: “Qui sono arrivato e non oltre.

Come un oggetto da riaggiustare. [FINE]

Questo tentativo dell’uomo di nascondere la sua hýbris, mascherandola con elementi della natura, è il punto di arrivo più sofisticato della conquista assurda delle energie del mondo. Sembra quasi volersi ritrarre dalla scena, in realtà colpendo la natura nella sua intima essenza.” (R. Peregalli, I luoghi e la polvere, Bompiani)

Se questa immagine può ben riassumere la Trilogia dell’Area X di VanderMeer, il successivo Borne ne rappresenta l’ideale prosecuzione, ambientato com’è in un mondo oltre la rovina.

Che cosa è successo? Non ci sono risposte: “È semplicemente crollato tutto. Non ci siamo sforzati abbastanza. Siamo caduti nelle grinfie di un predatore. Non abbiamo avuto disciplina. Non abbiamo provato le cose giuste al momento giusto. Ci siamo preoccupati ma non abbiamo fatto niente. Troppa gente, troppo poco spazio.

Qui, dove non resta che sopravvivere, VanderMeer dà straordinariamente vita e voce ad una protagonista femminile dal nome biblico, Rachel, che apparereale, forte e indifesa allo stesso tempo: “Avevo ventotto anni. Ero di un altro paese. Ero una persona che per sopravvivere andava a caccia di rifiuti in una città esplosa, e che quando non andava cercando bio-tec di risulta si prendeva cura di un bimbo che non era umano. Ero brava con le armi. Ero in grado di fiutare una trappola da lontano. Non avevo titoli di studio, ma i miei mi avevano insegnato tutto il possibile e sapevo leggere bene.

Spesso però il nostro peggior nemico siamo noi stessi: “Fu allora che seppi che avevo deciso di barattare la mia sicurezza con qualcos’altro. Fu in quel momento. E qualunque cosa fosse accaduta in futuro sapevo che ormai avevo attraversato un confine, ormai ero altrove. La domanda non era più di chi potevo fidarmi, ma chi poteva fidarsi di me.

Così una sorta di ultimo estremo viaggio inizia nel momento in cui Rachel è costretta ad abbandonare la Scogliera Terrazzata, ciò che chiama casa, un bozzolo, un rifugio sicuro, ma anche: “quella vasta trappola il cui mantenimento richiedeva tanto tempo e risorse, mentre da qualche parte un orologio batteva il tempo che ci restava.

E la porta ad affrontare un terribile riflesso: “Era forse il futuro che sfruttava il passato, o il passato che sfruttava il futuro? La scena allo specchio veniva da un’altra regione del mondo, una regione più fortunata? Era un’altra versione della Terra?

I ricordi e l’oblio, le possibilità e le scelte: “E se avessi voluto perdermi? E se la persona che ero prima fosse stata più intelligente, più saggia, decidendo di voler eliminare tutte quelle cose da sé? Per sopravvivere. Forse, per poter essere felice.

Un ritorno che sarà più difficile dell’andata, ma: “La realtà vera è qualcosa che creiamo ogni momento, ogni giorno (…)” e “Ci sono anche territori che non vale la pena di controllare, trappole che non vale la pena di tendere.

Tra mostri e creature misteriose e violente, volpi argentate che appaiono e scompaiono come dal racconto di Antoine de Saint-Exupéry e un secondo diluvio universale, ma più breve, il tentativo di recuperare un senso nuovo ma allo stesso tempo antico e originario delle parole e una donna che accende la miccia e poi torna sui propri passi per ricominciare da capo.

Forse, meglio: “Saremo come paguri senza conchiglia, – disse Wick. – Troveremo un’altra conchiglia.

O un altro modo per abitarla.

A cura di Giulia Caravaggi