La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 18 Feb 2020
1877-1965), Giovane uomo che legge (inizio XX sec.)

EMANCIPAZIONI

Kaouther Adimi, La libreria della rue Charras (L’orma)

Paul Nizan, Aden Arabia (Edizioni dell’asino)

Jesse Ball, Censimento (NN Editore)

Abbiamo riflettuto lungamente su uno slogan che definisse le nostre ambizioni e alla fine «Giovani autori, per giovani lettori, da giovani librai» ci ha messi tutti d’accordo. È un po’ pretenzioso, ce ne rendiamo conto, ma in fondo è quello che siamo, giovani, e poi suona come una specie di dichiarazione di guerra contro Algeri, sempre così conformista!

Il romanzo La libreria della rue Charras dell’algerina Kaouther Adimi, classe 1986, racconta la storia del connazionale Edmond Charlot (1915-2004), editore e librario che appena ventenne, nel 1936, apre una minuscola libreria in quella che allora era rue Charras chiamandola, in omaggio a Jean Giono, «Les Vrais Richesses».

Da cui anche il titolo originale del romanzo della Adimi, Nos richesses, che prende avvio da un semplicissimo espediente letterario: un giovane studente universitario un po’ annoiato o solo apatico e passivo viene spedito a svuotare i locali della libreria divenuta dagli anni Novanta sede distaccata della Biblioteca nazionale di Algeri: “Gli abitanti del quartiere ci sono molto affezionati, anche se non ci vanno mai. Sai come siamo fatti: ci accorgiamo delle ricchezze solo quando le perdiamo! Il nuovo proprietario vuole aprirci un negozio e vendere ciambelle di ogni tipo. Farà soldi a palate. Qui una ciambella tira molto di più di un libro.

Triste destino per un posto che sulla porta reca ancora la scritta: Un uomo che legge ne vale due!

L’indolente Ryad, che ricorda un po’ il Meursault de Lo straniero di Camus, incontrerà il vecchio Abdallah, addetto al prestito della Les Vraies Richesses, memoria storica del luogo e raccontastorie, e la narrazione si alterna alle pagine di un fantomatico diario tenuto da Edmond Charlot lungo tutta la sua vita.

Mentre sullo sfondo, ma non così in fondo da non notarsi, scorre l’Algeria e la storia di un paese in guerra con sé stesso: “Ovunque nel mondo si alzano voci che chiedono alla Francia di mettere fine a questa guerra spaventosa, che in molti vigliaccamente si ostinano a chiamare soltanto «fatti d’Algeria».

Lunga è la strada verso l’emancipazione. [FINE]

Tra costoro io sono in attesa: noi siamo degli emigranti. Non rifletto, ogni metodo per ponderare bene è stato gettato alle ortiche: si apre lo sportello; intorno a me si parla di partenza, mi vengono fatte delle raccomandazioni, io vivo avvolto dentro una vertigine che dovrei trovare piacevole. Mi dicono addio: sparisco come un morto.

Il libro Aden Arabia del francese Paul Nizan (1905-1940) inizia con l’ormai celebre affermazione: “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.

Forse suo malgrado racconto di formazione, è una spietata critica della società francese del tempo accompagnata già dal rimpianto per i valori perduti di una volta, e il tentativo fallito di fuga che  porta alla scoperta della verità del viaggiare: “Gli scopritori (…) si trovano fra gli uomini prudenti e sedentari (…). I viaggiatori sono condannati a non vedere che i muri delle case dove invecchiano gli uomini sedentari, muri di tutti i colori, con curiosità soltanto architettoniche.

la verità di un estero che non è che: “immagine assai ristretta di nostra madre Europa: (…) un concentrato di Europa.

E infine a chiedersi che cosa sia un uomo: “Ma è possibile che l’uomo non sia mai altro che un personaggio storico?

Il resoconto di un viaggio ad Aden, attuale Yemen, e forzato ritorno, perché: “Non c’è che una specie di viaggi che abbia valore: quello diretto verso gli uomini. È il viaggio di Ulisse (…). E finisce naturalmente, questo viaggio, col ritorno.

Dopo aver toccato con mano cosa sia la disperazione che può causare una fin troppo lucida visione del mondo e della realtà, non restano che rabbia e odio, parola impronunciabile al giorno d’oggi.

Quello di Paul Nizan è un canto di lotta decaduto inascoltato, senza seguito, un grido d’aiuto di un giovane rimasto isolato, ma anche una spina affilata nel fianco che brillante riluce ancora dopo quasi cent’anni. Dopo una seconda Guerra Mondiale, alla quale Nizan non sopravviverà, e mezzo secolo di storia successiva fino a noi, abitanti di un nuovo millennio ormai più che maggiorenne.

Un inno di Resistenza per un mondo diverso, che morde la mano pigra nei suoi movimenti a ripetizione e ringhiando ricorda che non dovrebbe esserci una sola strada obbligata, un’unica via da percorrere per fare le cose: costanza, coerenza, per l’emancipazione! [FINE]

C’è un richiamo all’uomo in Paul Nizan che rischia quasi di passare inosservato: “l’uomo aspetta l’uomo, è anzi questa la sua sola occupazione intelligente.

Ed è questo richiamo che si allarga come un profondo respiro che tutto pervade e risuona come il vento tra gli alberi dalle fronde più folte nel lungo racconto dell’americano Jesse Ball, classe 1978.

Census è la storia di un padre in cammino con il figlio per un ultimo lavoro da svolgere e un’importante missione da compiere: “Una volta pensavo, sognavo che ce ne saremmo andati insieme, come su una zattera. Mia moglie, mio figlio, io. E invece, questo io deve andarsene prima. Mio figlio deve andare altrove, incontro a un buon inizio, in un luogo dove si possa stare. Non esiste forse un luogo simile?

Forse è uno di quelli toccati durante il lungo viaggio in auto, luoghi di cui si conosce solo l’iniziale e sono le lettere dell’alfabeto che in ordine scorrono una dopo l’altra a segnare le tappe di questo tratto di vita fatto di incontri con gli altri, con le vite degli altri, con le mille sfaccettature della vita di ogni uomo. In compagnia di un’immaginaria scrittrice e del suo libro sui cormorani, che si vorrebbe esistesse davvero per poterla conoscere e leggere anche noi tanto stimolante e sorprendentemente poetica appare.

Un viaggio che procede a braccia aperte verso il mondo, senza più niente da perdere, o forse tutto non importa, con un’enorme speranza non dichiarata sulle spalle: “Ma i premurosi spesso sono i più ostinati quando sentono di essere nel giusto, o di subire un’ingiustizia, non le pare?

A cura di Giulia Caravaggi