La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 15 Giugno 2020

A.R. Chewett (1877-1965), Giovane uomo che legge (inizio XX sec.)

UN MESSAGGIO DAL NOSTRO PASSATO

Isaiah Berlin, Un messaggio al Ventunesimo secolo (Adelphi)

Ben Pastor, La notte delle stelle cadenti (Sellerio)

Paula Farias, Dejarse Llover (Suma)

Ebreo nato nel 1909 a Riga, allora Impero russo, e in seguito fuggito in Inghilterra, Isaiah Berlin compie qui i suoi studi per diventare filosofo e storico delle idee, professore di Teoria sociale e politica a Oxford e diplomatico al servizio della Gran Bretagna.

In Un messaggio al Ventunesimo secolo, edito da Adelphi nella collana Biblioteca minima, sono raccolti due discorsi scritti in occasione della consegna di due riconoscimenti.

Nel primo, La ricerca dell’ideale del 1988, Berlin definisce che cosa siano l’etica e la filosofia politica sottolineando l’importanza dei rapporti umani per la comprensione del mondo in cui si vive, del passato e del futuro della nostra storia. Attraverso un excursus autobiografico che tocca gli autori della sua formazione, giunge ad affermare che: “L’intercomunicazione fra culture diverse, oltre i confini di tempo e di spazio, è possibile solo perché ciò che rende gli uomini umani è comune a tutti e funge da ponte fra loro.

Di fronte a valori altri, ma ugualmente assoluti, perché essi siano intellegibili ci vogliono: “immaginazione o solidarietà o comprensione”. Non esiste infatti una sola e unica soluzione: “La possibilità di una soluzione finale – anche a voler scordare il senso terribile che questa espressione assunse al tempo di Hitler – si dimostra un’illusione; e assai pericolosa, per giunta.

Nel 1994, tre anni prima della sua morte, Isaiah Berlin ribadisce questi concetti in Un messaggio al ventunesimo secolo, definito in una lettera il suo “breve credo” dove conclude dicendo di riuscire a vedere le “tracce di un cambiamento” nella diffusione della democrazia liberale con la caduta delle grandi tirannie: “anche in Cina il giorno non è troppo lontano.

Se non possiamo oggi condividere del tutto questa “nota di ottimismo”, dobbiamo però forse recuperare quel “pessimismo” che Isaiah Berlin dice di aver diffuso con le sue parole.

Che non ci sia un unico ed assoluto cui tendere, ma diversi molti da considerare e con-prendere, che ci vogliano “compromessi, accordi, baratti” e “pesare e misurare, contrattare, mediare”, ma soprattutto un lavoro continuo di aggiustamento di questo “delicato equilibrio che è costantemente minacciato e richiede costanti riparazioni”. L’utilità dell’essere pratici, “La situazione concreta è determinante, è quasi tutto.”, e la necessità dello scegliere perché: “non si può avere tutto ciò che si vuole, e non solo in pratica, ma anche in teoria.

Sforzarsi dunque, ed essere umili che: “Possiamo fare solo quel che possiamo; ma questo dobbiamo farlo, nonostante le difficoltà.

È, come scrive Berlin, “una risposta molto piatta, terra terra”, una “soluzione (…) un tantino insipida”, “una bandiera (…) troppo scialba, troppo ragionevole, troppo borghese”, oppure è proprio il messaggio che stavamo aspettando, quel messaggio dell’imperatore di un racconto che Kafka pubblicò nel 1918 e che: “immagini che giunga a te, quando scende la sera.” (F. Kafka, La metamorfosi e altri racconti, Garzanti) [FINE]

Il racconto di Kafka sopracitato si può leggere anche all’interno del più lungo La costruzione della muraglia cinese dove si narra di un popolo che teme un leggendario e invisibile pericolo proveniente da nord e che si affida ad un impèro che sta oltre l’imperatore, sfida le leggi del tempo e dello spazio annullando il presènte e comporta apparentemente: “una vita libera, in un certo modo senza padroni. (…) sola obbedisce agli ammaestramenti e agli ammonimenti che ci derivano dall’antichità.

Si tratta in realtà di un mito, ideale tanto anelato quanto irraggiungibile e terribile perché di fatto accade che: “abbiamo imparato a conoscere e ritrovare noi stessi, soltanto nel compitare le disposizioni degli ingegneri supremi” (F. Kafka, Il messaggio dell’imperatore, Adelphi).

Se c’è una luce oltre ciò, è tremula come le stelle e sembra impossibile metterla a fuoco.

Così, ne La notte delle stelle cadenti Boris Pastor pone il suo personaggio Martin Bora, ufficiale dell’esercito della Wehrmacht e all’occasione investigatore, di fronte a sé stesso.

Ispirato al colonnello Claus Shenk Von Stauffenberg, che ebbe un ruolo di primo piano nel fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944, nell’ultimo romanzo della serie che lo vede protagonista Martin Bora vivrà proprio questi giorni a Berlino e avrà modo di incontrare il suo modello ispiratore in persona: “Non esistono stelle fisse, si disse Bora. È una finzione delle epoche antiche. In realtà, tutto nell’universo viaggia, ruota, e solo il gioco lento delle orbite ci convince illusoriamente del contrario.

Sono passati dieci anni dalla Notte dei lunghi coltelli: “E gli americani, già in Normandia da sei settimane, continuavano ad avanzare attraverso la Francia.

Un uomo “solo con le sue scelte”, che tenta di definirsi: “Dove ricado io? Son un subordinato e un comandante, un figlio e un figliastro, ma non un padre.

Un popolo spezzato e un paese preda della propria stessa barbarie: “Laggiù i tedeschi si dicevano: Questo è il fronte orientale, la nostra frontiera, dove ci massacriamo dalla notte dei secoli. Ma qui! Al di là degli alberi e del fienile fumante si stendevano le dolci colline intorno al Blankensee (…)”.

È il punto di rottura: “Sì. Solo le meteore, frammenti di comete polverizzate, attraversavano lente il cielo verso occidente, come granelli di sabbia che si sollevano e ricadono intorno alla ruota sfuggente.” [FINE]

La lluvia es solo agua que cae, que no sabe de guerras ni de iras, ni de justicias o injusticias, que solo moja y así va dejando su huella.

Passati in sordina l’anno scorso i 20 anni dalla fine della guerra dei Balcani, il libro di Paula Farias (purtroppo non tradotto in italiano, ma se avete un po’ di orecchio dovreste riuscire a leggerlo anche in spagnolo) offre un modo di ricordare quel conflitto che è tanto semplice quanto efficace.

A tratti una filastrocca per bambini nel ritmo, non esiste una vera e propria storia perché nelle guerre le storie sono sempre le stesse.

A chi tocca, a chi tocca la prossima volta.

Da questo libro il film Perfect Day di Fernando Léon Aranoa del 2015.

A cura di Giulia Caravaggi