La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 13 Luglio 2020
A.R. Chewett (1877-1965), Giovane uomo che legge (inizio XX sec.)

PIANETA TERRA

Hella S. Haasse, L’amico perduto (Iperborea)

Primo Levi, Ranocchi sulla luna e altri animali (Einaudi)

Urug era il mio amico.

A luglio dell’anno scorso non ci si è pre-occupati molto di ricordare che erano passati 25 anni dalla fine del genocidio del Ruanda.

Poiché non è facile toccare certe ferite, bisogna girarci in tondo e forse un modo per avvicinarsi a quella storia, così significativa di cosa voglia dire il razzismo, di come nasca e quali conseguenze devastanti abbia l’odio per un diverso che poi tanto diverso non è, può essere proprio L’amico perduto di Hella Haasse (1918-2911).

Debutto letterario di una scrittrice nata a Giacarta, l’allora Batavia, in quella che era ancora una Indonesia proprietà dei Paesi Bassi. In questa stessa terra coloniale, il romanzo è del 1948 e un anno dopo cambierà tutto, si svolge la storia di due ragazzi cresciuti insieme nella diversità.

Oeroeg, titolo originale, è Urug, l’indigeno con cui si relaziona fin da bambino il figlio di una famiglia europea, la voce narrante: “Così vivevamo l’uno accanto all’altro come esseri che parlano lingue diverse.

Parole rivolte al padre e non all’amico! Ma i destini sono comunque segnati, e non c’è più molto spazio ormai per l’immaginazione perché le cose sono quelle che sono e stanno come stanno: “A determinare la distanza era l’indefinibile «diversità» di Urug, la sottile differenza nel contegno e nell’indole, direi quasi nel fluido, se fosse possibile esprimere certe cose con le parole.

È quel lago, luogo di morte, spaventoso e orrendo, nero lucido come un riflesso, silenziosamente assordante: “ostile, strano, un elemento assolutamente inconoscibile.

Ritorna negli occhi di Urug, come uno specchio oscurato: “ e ugualmente poco disposti a rivelare cosa si celasse nelle loro profondità.

Un colombaccio lancia il suo dolce richiamo dalla riva opposta, poi si alza in volo tra gli alberi: “Non so quanto tempo siamo rimasti così, l’uno di fronte all’altro, senza parlare. (…) Ebbi la sensazione che a quel momento ci avessero condotto, inesorabilmente, tutti gli avvenimenti a partire dalla nostra nascita. Era cresciuto in noi, maturato in noi, al di fuori della nostra volontà, della nostra coscienza. E ora ecco, per la prima volta, il crocevia in cui potevamo incontrarci in estrema sincerità.

Ma, il punto è: “Era davvero Urug?” [FINE]

“ (…) può essere una speranza vana ma non è insensata (…)”

Sono racconti spaventosi quelli di Primo Levi, di un orrore assolutamente reale, e realistico, cioè mai troppo fantasticato, dove gli animali diventano accessori dell’uomo, piegati al servizio di quell’animale che è più di tutti è spietato e terribile.

Sono tremendi questi racconti, uno più dell’altro anche se in modi diversi, e non così adatti ad augurare un lieto riposo, a meno che non piaccia gustare un po’ di sano sapore d’angoscia prima di andare a dormire.

Come non leggere in questo terrificante, lo dice lo stesso autore che: “Il tema proposto era semplice e terrificante (…)”, catalogo un modo per raccontare qualcosa che altrimenti sarebbe difficile dire. E d’altronde i segni ci sono, forti e chiari tra le righe, se li si vuole vedere o sentire, e confermano un sentimento che fiorisce pian piano nella foresta della parola.

Un fiore che puzza, non apposta per dare fastidio, ma siamo noi a cogliere così quel suo odore, profumo per altri, che fa storcere le nostre narici, aggrottare la fronte, chiudere gli occhi, restare in silenzio.

Il mondo animale si mostra per quello che è, ostile al nostro passaggio su questa terra, così come gli  esseri umani sono nemici tra loro, e con sé stessi.

L’evoluzione si tinge di nero e l’uomo è ridotto al suo stato più primitivo, quattro elementi di base per combattere e distruggere ciò che è diverso. Suona quasi una follia, ma tant’è: “Con queste mie ultime trasformazioni ed invenzioni, il più è ormai compiuto: da allora, nulla di essenziale mi è più successo, né penso mi debba più succedere in avvenire.

E fuori dal tempio, una struttura contorta, impossibile e illusoria, precaria e dirotta, un’umanità cenciosa in attesa: “ – Aspettano la bestia, – disse Augustín: – aspettano che esca. Vengono tutte le sere, da sempre; passano la notte qui, e nelle tende hanno i coltelli. Aspettano da quando esiste il tempio. Quando uscirà, la uccideranno e la mangeranno, e allora il mondo sarà risanato: ma la bestia non uscirà mai.

Forse che è dentro di noi?

Un “anello di fuoco e di fumo” che stringe e un flusso, un soffio d’aria, un impulso ad uscire: “Un istinto ben comprensibile, lo stesso che ci ha spinti sulla luna, induce i girini ad allontanarsi dallo specchio d’acqua dove hanno compiuto la muta; non importa verso dove, in qualunque luogo salvo quello.

A cura di Giulia Caravaggi