La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 23 Agosto 2020

La Lettura Del Mese

A.R. Chewett (1877-1965), Giovane uomo che legge (inizio XX sec.)

LINEE DI CONFINE

Yoko Ogawa, La casa della luce (Il Saggiatore)

Thomas Bernhard, Al limite boschivo (Guanda)

Colin Dexter, L’ultima corsa per Woodstock (Sellerio)

La scrittrice giapponese Yoko Ogawa, classe 1962, si presenta in questo libro, edito da Il Saggiatore, con tre racconti risalenti al 1990-1991: Diario di una gravidanza, Dormitorio e La Casa della Luce.

Si tratta di tre voci narranti femminili, ma il punto di vista non è l’unico punto in comune.

C’è una persona da accudire o di cui preoccuparsi, un po’ capricciosa: una sorella incinta, un cugino scomparso e un anziano, dei bambini.

Un luogo dal valore sociale istituzionale: una clinica, un dormitorio, un orfanotrofio.

C’è da un lato una figura maschile forte e rassicurante, quasi onnipotente e con tratti dalla valenza fortemente erotica, un medico, un vecchio professore, un giovane orfano, e al contrario una figura maschile debole, assente o inetta, un cognato, un marito, un padre direttore.

Il rapporto con il cibo che diventa rapporto con la vita e la morte, con il bene ed il male, con l’ordine e la pulizia.

C’è il bianco, luce abbagliante e colore del lutto, l’inverno o il ricordo di una nevicata eccezionale, una tempesta primaverile e tanta acqua in mille forme.

Infine il tocco dell’elemento grottesco che suscita un orrore più suggerito che appena accennato, lieve ma ugualmente pungente, un abbozzo, un….

E poi c’è del verde.

Un giardino dietro la clinica in cui da bambini si entrava di nascosto a giocare, e ancora: “Mi sono infilata attraverso lo spiraglio aperto della porta, attenta a non far impigliare i vestiti ai chiodi, e  mi sono trovata davanti al cortile erboso.

In Dormitorio è il pensionato che è “circondato dal verde”, un giardino ormai abbandonato dove spicca un’aiuola coltivata a tulipani, e la Casa della Luce ha un giardino sul retro, ma soprattutto si trova dopo un boschetto: “Passo prima davanti a un giardinetto con una sola fontanella e una buca della sabbia, poi davanti a uno di quei pensionati che le ditte mettono a disposizione dei dipendenti non sposati e a una clinica ostetrica dall’aspetto fatiscente. (…) Devo percorrere questa strada per venticinque minuti prima di arrivare a casa mia. (…) Alla fine rimango quasi sempre da sola.

Il verde è uno spazio più o meno vissuto e più o meno delimitato da un muro o da una recinzione, da un cancello più o meno aperto che ne fa una realtà più o meno accessibile, mentre gli alberi del bosco ceduo si stagliano a nord dell’orfanotrofio e costituiscono una sorta di confine, una “cortina di verde”, una linea all’orizzonte che segna. Che cosa?

Nel 75° anniversario dei bombardamento atomici di Hiroshima e Nagasaki la domanda potrebbe sorgere spontanea: quegli alberi segnano un limite invalicabile o nascondono un barlume di speranza per il futuro?

Come su tutti i confini, dipende da che parte state. [FINE]

Tre racconti brevi costituiscono anche Al limite boschivo dello scrittore austriaco Thomas Bernhard (1931-1989).

Un uomo che teme l’imminente recuperata libertà come se dovesse in realtà perderla: “Qui, nelle tenebre, tra l’umanità repressa, che osava appena respirare, come erano chiari i contorni dei concetti! Com’era chiaro qui ciò che è lontano, alieno, singolare, inafferrabile!

Due passi dopo cena in una radura che serba un segreto: “Entrambi sentimmo le mie sorelle discutere animatamente in casa, erano ora parole staccate, ora frasi intere, che, col vento favorevole, si capivano chiaramente anche nel bosco.

La montagna che accoglie due giovani in fuga: “Poi lei dice: «Era bello sul Wartbergkogel». Le piaceva il suo vestito, la camicia nuova. La strada che facevano quando andavano a scuola, attraversava un bosco fitto, dove avevano paura; e si ricordarono di un carcerato che, scappato da Göllersdorf con la divisa ancora indosso, nel bosco era caduto su un tronco e aveva perso sangue da una ferita alla testa ed era stato trovato da loro, sbranato dalle volpi.

Anche qui, come in Ogawa, la linea del bosco dietro il penitenziario nel primo racconto viene attraversata nel secondo racconto e, infine, è come un traguardo, una meta raggiunta nel terzo, lasciando dietro di sé l’inesplicabile e l’indicibile.

Così, l’orrore quasi surreale della scrittrice giapponese assume contorni molto più realistici e per questo anche più spaventosi.

Apparentemente scarne, queste prose mostrano una faccia nascosta come uno specchio girevole che ruotando metta in luce, ingrandendolo, il vero volto di chi ci si specchia. Non c’è nascondiglio che tenga: “«Non c’è» disse, «nessun mezzo per sfuggire a se stessi.»” [FINE]

A quanto pare fin dai tempi lontani Woodstock ha sempre offerto un’ottima scelta di alloggi e parecchi tra gli hotel e le pensioni confortevoli che si affollano lungo le sue strade possono vantare non solo una discendenza avita, ma anche un buon numero di stelle sulle loro vivaci insegne gialle.

Sul finire dell’estate un buon giallo non può mancare e visto che proprio l’anno scorso l’editore Sellerio ha mandato in libreria, a distanza di vent’anni dall’originale inglese, l’ultimo romanzo di Colin Dexter, perché non tornare indietro e ricominciare da capo leggendo il primo libro della fortunata serie che ha per protagonista l’ispettore Morse.

Scritto per passatempo nel 1972, ma pubblicato nel 1975, da un professore di lettere classiche e specialista di enigmistica, L’ultima corsa per Woodstock è in effetti un giallo dalla dinamica molto simile alle parole crociate.

Un gioco in cui riempire uno schema già dato, una griglia ancora vuota, e in cui tutti, ma proprio tutti, possono divertirsi a cimentarsi.

Una sfida che si preannuncia già nel Preludio di questo romanzo: “Ma la sua mente non si era mai mossa con scioltezza tra le colonne di numeri, e il dito che tracciava un’incerta rotta orizzontale dal margine sinistro del riquadro non sembrava destinato a incontrare nel punto giusto quello che calava lungo una direttrice più o meno verticale a partire dal bordo superiore.

A cura di Giulia Caravaggi