La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 16 Novembre 2020
A.R. Chewett (1877-1965), Giovane uomo che legge (inizio XX sec.)

REPORTAGES SUI GENERIS

Anna Funder, C’era una volta la Ddr (Feltrinelli)

Enrique Vila-Matas, Kassel non invita alla logica (Feltrinelli)

Eleanor Coppola, Diario dall’Apocalisse (Minimum Fax)

A volte mi domando cosa si provi a essere tedeschi (…) Dobbiamo aspettare il 2010 o il 2020 perché ci si ricordi di quello che è accaduto qui? (…) come mai certe cose sono più facili da ricordare quanto più tempo passa da quando sono successe?

Un punto di vista esterno, ma non di parte.

Una scoperta davvero alla maniera di Alice nel Paese delle meraviglie, il titolo originale è Stasiland e una battuta dal romanzo di Lewis Carroll è posta in epigrafe.

Uscito nel 2002, ma composto a partire da un’esperienza di metà anni Novanta, Anna Funder era allora una trentenne giornalista australiana specializzata in lingua tedesca, C’era una volta la Ddr è un viaggio nella Germania orientale prima della caduta del Muro di Berlino, di cui sono ricorsi i trent’anni giusto l’anno scorso.

Attraverso le storie, le testimonianze di vita dell’epoca di uomini e donne diverse, ma soprattutto attraverso la lente d’ingrandimento (o si tratta piuttosto di rimpicciolire lo sguardo?) della Stasi: “La Stasi era l’esercito interno con cui il governo manteneva il controllo. Suo compito era sapere tutto di tutti, usando ogni mezzo. (…) Ossessionata dai dettagli, la Stasi fallì clamorosamente nel prevedere la fine del comunismo, e con essa la fine del paese. Tra il 1989 e il 1990 fu rovesciata come un calzino: un giorno organizzazione di spie staliniste, il giorno dopo museo. Nei suoi quarant’anni, la “Ditta” aveva prodotto l’equivalente di tutti i documenti della storia tedesca a partire dal Medioevo.

Ora, il punto è: “Raccontare la tua storia significa che te ne sei liberata o che procedi, impastoiata, verso il tuo futuro?

Conservare o dimenticare il passato con i suoi fascicoli, il bunker, il Muro stesso. Aprire, esporre o invece seppellire, cancellare, lasciando un buco, spazio vuoto sul terreno e intraprendendo la non meno ardua via dell’oblio.

Si può mettere, come scrive l’autrice: “sotto vetro cose che non sono ancora passate”?

E che fare del tradimento di sé stessi e degli altri, del dolore per chi ci ha lasciato, della nostalgia di ciò che non c’è più, un paese, metà di un popolo e un mondo intero al suo interno, soffocante e al tempo stesso come fosse fatato, in cui tutto sembra follia eppure in qualche modo è sicuro.

Le maglie della rete sono così fitte e strette che se ne può uscire soltanto con la morte nel tentativo di fuga o provando a vivere quella realtà giorno dopo giorno nella libertà limitata alle pareti del proprio cervello: “Non mi interessa,” dice. “Io non mi sono lasciato prendere.” [FINE]

Alla fine è questo ciò che rimane, pensai, lo sguardo all’indietro che coglie il nulla.

Germania centro-occidentale, una volta detta dell’Ovest. Siamo dall’altra parte dove si trova Kassel, città sede della mostra d’arte contemporanea dOCUMENTA che si tiene ogni cinque anni, la prossima nel 2022.

Vila-Matas ci porta invece in quella che è stata la penultima edizione, la numero 13 del 2012: “Il mondo andava molto male nel settembre del 2012, andava a rotoli quando intrapresi il viaggio a Kassel. La crisi economica e morale, in modo particolare in Europa, si era aggravata in termini ormai assoluti. Si aveva la sensazione – e mentre sto scrivendo la si continua ad avere –  che il mondo fosse colato a picco e che le cose sarebbero ormai andate irrimediabilmente male, quanto meno per molto tempo.

Un uomo avanti negli anni sulla soglia di un mondo diverso, uno scrittore inquieto, tormentato dal problema dell’incomunicabilità e affascinato dal tema della fuga, che tenta di seguire il suo alter ego e di stargli al passo quando dichiara: “Non iniziare nemmeno. Andare verso il nulla.

Quindi perdersi in questa occasione di collasso e recupero, per poi ritrovarsi o piuttosto trovare una voce più viva, più forte e più vera.

Una capanna per pensare, un linguaggio sconosciuto (forse il cinese?) da decifrare, riuscire a farsi da parte, rimanendo a margine per osservare dal bordo della periferia delle periferie e allo stesso tempo compiere quel terribile: “primo passo all’esterno rispetto a ciò che è confortevole, a ciò che è familiare”.

Un salto nel buio sulla spinta di: “questo nuovo tipo di impulso, così diverso da quello fino ad allora conosciuto.

E la necessità nella notte della storiad’Europa così presente, “sempre più presente” nelle nostre vite, di una logica nuova attraverso cui mettere a fuoco le cose, lasciandosi andare al vuoto apparente per vedere una strada ed uscire dall’altra parte con nuova luce negli occhi. Perché: “in fondo – si noti che dico in fondo – era ancora tutto da fare.” [FINE]

4 settembre 1976: (…) è come se tutti quelli che lavorano al film stessero vivendo un momento di transizione personale, un «viaggio» nella loro vita. (…) un qualcosa che le tocca in profondità, mutando la loro visione del mondo e di sé, mentre la stessa cosa accade a Willard nel film.

Mentre quest’anno sono ricorsi i 45 anni dalla fine della guerra del Vietnam e i 65 anni dal suo inizio, l’anno scorso si sono invece celebrati i 40 anni di Apocalypse Now.

Cosa si celi dietro quel film, quale storia, una donna, una moglie e una madre, una artista, un artista e un regista, una coppia, un amore ed una famiglia, il lavoro a un progetto che sembra sovrasti tutti quelli che vi sono coinvolti. E la guerra, è la vita ed è anche il grande cinema.

E la fine degli anni Settanta, di un certo modo di intendere il sogno. È la fine, più che dell’innocenza, della sua ingenuità: “È come se il mio intimo stesse cercando di farsi strada attraverso l’illusione e guardare la realtà che c’è sotto. Francis vuole coprire gli strappi e le grinze della vita e mantenere l’illusione. È su questo che si basa il cinema.

Eleanor Coppola racconta apertamente di tutto questo, senza filtri, in Diario dall’Apocalisse. Dietro le quinte del capolavoro di Francis Ford Coppola e vale davvero la pena leggerla per capire, forse meglio, tante cose. In un viaggio che, come quello di Willard nel film, non è ancora davvero finito.

A cura di Giulia Caravaggi