La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 18 giugno 2016

kbk.j

Illustrazione di Quentin Blake

UNA REPUBBLICA AFFACCIATA SUL MARE

Francesco Biamonti, Attesa sul mare (Einaudi)

Maylis de Kerangal, Lampedusa (Feltrinelli)

Alessandro Vanoli, Quando guidavano le stelle (il Mulino)

Predrag Matvejević, Il Mediterraneo e l’Europa (Garzanti)

 

 

C’è un bel libro di Rada Iveković, Autopsia dei Balcani (Raffaello Cortina Editore) che si chiude con queste parole: “Abbandonare il luogo maledetto, il proprio passato, i resti della propria vita, il naufragio. La vana speranza e il sogno di evasione non sono più lo specchio di una vita alternativa, che avrebbe potuto essere la nostra, di una nostra esistenza ma in meglio. È la disperazione di un’alterità assoluta, di una fuga riuscita, di un lungo sonno riparatore capace di portarci al di là dell’incubo. Il desiderio di un risveglio improvviso nella pace, che allontanerebbe da noi la morte onnipresente e ormai irreparabile. Il desiderio che ciò avvenga senza sforzo da parte “nostra”, che arrivi da sé. Ma la razionalità alla fine non è stata riformata e la rivoluzione epistemologica non ha avuto luogo. L’avventura intellettuale resta incompiuta. Un altrove che resta da reinventare”.

Questo saggio di psico-politica, affascinante anche se non di immediata lettura, è stato scritto tra il 1995 e il 1999. Attesa sul mare di Francesco Biamonti lo precede di poco e in qualche modo ne anticipa la conclusione.

Altri tempi, altri luoghi, altre guerre…stesso mare, stesse genti e stesso istinto: “Succede di tutto, l’uomo diceva, dalla tortura alla crocifissione; l’istinto si fa perverso…Voi mi direte: nulla di nuovo sotto il sole. La terra ha sempre portato il lutto”.

Un tempo forse (ma quale, viene ora da chiedersi) il mare era rifugio, via di fuga, sogno di altrove e speranza di libertà. Non lo è più, racconta Biamonti in questa storia dura come la pietra e allo stesso tempo così delicata, come è nello stile dello scrittore ligure morto nel 2001 in quella stessa San Biagio della Cima in cui era nato nel 1928.

Resta la nave, simbolo dell’uomo in mezzo al mare: “Per lui su ogni nave vigeva una sorta di dovere d’asilo”, “Una sorta di diritto d’asilo sulle navi esiste ancora, egli aggiunse”.

 

In un inedito scritto nell’estate del 2011 e pubblicato lo scorso marzo da Repubblica, Antonio Tabucchi immaginava un nuovo Enea e il coro tipico della tragedia greca che a lui  così si rivolgeva: “Vieni, stupido uomo in partenza, approfitta della nostra barca, tu non sei nessun eroe, non sei più un cittadino, non sei neppure un uomo, sei solo un migrante. […] Enea si chiamava una volta, ora si chiama Anonimo. Anonimo, hai forse dei documenti che dicano che sei qualcuno?”.

Non si può parlare oggi del nostro Paese e del Mar Mediterraneo senza ricordare quelle che assai genericamente vengono chiamate tragedie del mare.

Con la figura di Enea, Tabucchi ha recuperato il significato primo della parola tragedia e il mito che racconta dell’inizio della storia di Roma. Così Maylis de Kerangal di fronte ad un nuovo naufragio di migranti provenienti dalla Libia sulla costa di Lampedusa: prova a recuperare dai suoi ricordi, più o meno personali, un’altra immagine dell’isola, e un’altra storia da raccontare.

È un piccolo viaggio, che dura il tempo di una notte, la stessa che costa la vita a trecento persone.

In sola compagnia della radio, ad un certo punto la scrittrice francese scrive: “e ho verificato ciò che è visibile a occhio nudo: Lampedusa è sola al mondo”.

Il suo tentativo, forse un po’ ingenuo, è destinato a fallire, così come fallisce quello (di certo meno ingenuo!) di Antonio Tabucchi. Entrambi finiscono per infrangersi contro l’evidenza di questa realtà: che “Lampedusa […] segnala oramai uno stato del mondo, tutta un’altra storia”, come conclude Maylis de Kerangal.

 

Tutta un’altra storia davvero la racconta Alessandro Vanoli in Quando guidavano le stelle.

Come leggere un libro di storia che non è un libro di storia!

Come salire su una barca per fare un viaggio nel tempo: tra ieri e oggi, passato e presente, mondo antico e moderno.

Al centro, in tutti i sensi, questo nostro Mar Mediterraneo.

Un noi molto più ampio di quanto non si possa pensare.

Un mondo di MURA, innalzate per difendersi dal nemico, di INVASIONI, da est e poi da nord, da sud e poi da ovest, crocevia di RELIGIONI che si scontrano e di POPOLI che lottano per il potere.

Un luogo di PACE e di SCAMBIO, che può divenire BUIO, preda di PAURE e SOFFERENZA.

Per lunghi periodi apparentemente IMMOBILE, all’improvviso lo scuotono imponenti CAMBIAMENTI.

Se è vero che qui tutto è cominciato (ma, ancora una volta, tutto cosa?), è vero soprattutto che ciò che accade in un punto, ovunque esso sia, si ripercuote per ogni dove: come un sasso gettato nell’acqua, le sue onde si propagano seppur impercettibili fino a molto lontano.

E oggi?

Ricordando la poesia Aspettando i barbari di Costantino Kavafis (1863-1933), Alessandro Vanoli osserva di un periodo storico lontano nel tempo, ma non nello spazio: “i barbari, in quei secoli lontani, camminarono in un mondo che si stava trasformando radicalmente. Le forme dell’antichità scivolavano nella nuova cultura cristiana, gli dèi migravano tra i santi, mentre vescovi e uomini di dio riparavano sotto la loro protezione le città di un impero ormai abbandonato. Per tutte queste ragioni, insomma, più che un problema, i barbari forse furono la soluzione”.

 

Quasi un’appendice, ma molto preziosa.

Predrag Matvejević ha davvero la capacità non comune di TENERE TUTTO INSIEME.

Così, questo libro che raccoglie  brani di una conferenza tenuta alla Commissione europea a Bruxelles nel 2004 (!) e le lezioni al Collège de France a Parigi del 1997 (!!), riesce a spaziare dal Mediterraneo all’Unione Europea, attraverso i concetti di Europa centrale e orientale, fino a toccare il tema della laicità e dei rapporti con l’Islam.

Facendo emergere come siamo, pur nelle differenze, una COSA SOLA e che dimenticare una delle tante parti che compongono questa nostra storia significa perdere un pezzo di questo nostro stesso corpo.

Ma il punto centrale  di tutta la riflessione di questo scrittore, nato nell’odierna Bosnia ed Erzegovina da padre russo di Odessa e madre croata, ed il suo più grande auspicio per il nostro futuro comune è questo: dopo aver affermato il diritto alla differenza, creare un nuovo sistema di valori dove questi siano “determinati dai rapporti TRA le differenze”.

Perciò a proposito del Mediterraneo Matvejević scrive: “da tempo sappiamo che non è né «una realtà a sé stante» e neppure «una costante»: l’insieme mediterraneo è composto da molti sottoinsiemi che sfidano o confutano certe idee unificatrici”.

Non possiamo dimenticarcene, mentre: “L’Unione Europea si compie senza tenerne conto: nasce un’Europa separata dalla «culla d’Europa». Come se una persona si potesse formare dopo essere stata privata della sua infanzia, della sua adolescenza”.

È parte di noi, della nostra storia e del nostro presente, radice del nostro passato e futuro…imprescindibile.

Leggetelo!

 

 

a cura di Giulia Caravaggi