La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 22 Febbraio 2021

Pablo Picasso, Donna con libro (1932)


LIBERTÀ

Paolo Di Paolo, Mandami tanta vita (Feltrinelli)

Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane (Sellerio)

Guarda che sono soltanto scarpe, quelle che hai piedi. Stupide, vecchie, inutili scarpe.

Romanzo della giovinezza e sulla giovinezza, Mandami tanta vita di Paolo Di Paolo è quasi un abbozzo di romanzo, due racconti intrecciati l’uno nell’altro.

La storia di Piero Gobetti (1901-1026) e di un’Italia che avrebbe potuto essere forse diversa e quella di un suo coetaneo dell’epoca, personaggio immaginario e inventato a cui dà la voce il narratore protagonista.

Vent’anni come solo dopo, più tardi si possono raccontare, guardare e vedere, ricordare e dire, ma non troppo avanti negli anni per poterli ancora sentire.

Così come non saranno stati troppo lontani gli echi di un’Italia risorgimentale per il giovane Piero Gobetti, nato trent’anni dopo la data che ne segna la fine con il trasferimento a Roma della capitale, e destinato troppo presto a morire. Lui che scriveva come ex-libris sui suoi volumi di lettore prima che da editore: “Che ho a che fare io con gli schiavi?

La libertà e il tempo avverso: “Tenta di isolarsi nel rumore della folla, di trarsi fuori da quel movimento di corpi affannoso e preoccupato. La gente si urta per la fretta, le valigie sbattono. Una coincidenza persa, a volte, ci precipita nello sconforto. Ma dove sono diretti tutti? Dove siamo diretti? E lui, dove sta andando, che cosa lo aspetta? Non è questo il punto, non ora. Il segno, si dice – e lo scrive. Il segno: essere sé stessi dappertutto.

Riuscire a non indossare gli altrui costumi: “Quand’è che si comincia a indossarla? Quand’è che, senza farci caso, cominciamo a diventare la maschera di noi stessi?

Il Moraldo di Paolo Di Paolo e Gobetti si sfioreranno soltanto nello spazio infinito della finzione letteraria ed è un attimo in cui un grido muto d’aiuto si leva dal primo verso quell’altro, giovane e antifascista, ma prima di tutto ai suoi occhi un uomo completo, riuscito o forse semplicemente più vivo: “Come si fa a essere così. Atterrito da quel brivido, Moraldo si sente, nel calore del branco, uno fra quelli che aspettano. Oscilla nel giudizio: asseconda la malevolenza, quando è braccato dalla paura. Misura le proprie qualità su quelle dell’altro, le invidia. Vorrei essere lui. Rinvia il momento di mettersi alla prova. Aspetta ancora. Finché l’altro torna, ed è ferito. Se essere come lui significa questo, se essere come lui è anche questo, allora meglio – La frase si spezza.

O forse, come ha scritto Italo Calvino ne Il visconte dimezzato (1952): «Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane».

Com’è allora diventare grandi? [FINE]

“14 febbraio Ho raggiunto lo scopo della mia vita. Finalmente saprò se ho una vita interiore.

Sessanta libri, attrezzatura e provviste per sei mesi, una promessa fatta a sé stesso e da febbraio a luglio del 2010, Sylvain tesson, giornalista e viaggiatore, si ritira in una radura nella foresta sul lago Bajkal in Siberia.

All’interno di una riserva, ma lontano da tutti: “Nelle stazione della riserva, distanti una trentina di chilometri l’una dall’altra, vivono gli ispettori agli ordini di Serghej. Il mio vicino verso capo Elochin, in direzione nord, si chiama Volodja. Anche a sud, nel villaggio di Zavarotnoe, c’è un Volodja. In futuro, quando sarò di umore malinconico e sentirò il bisogno di bere con un amico, non avrò che da camminare una giornata verso sud o cinque ore verso nord.

Per ritrovare la libertà o forse sé stessi, una libertà nuova e diversa, non basta che una capanna tre metri per tre immersa nella natura e nel silenzio della solitudine.

Luogo della riflessione in sé stessi e della resistenza al cambiamento, punto di svolta per chi fugge o fatica ad assumersi le proprie responsabilità in questo tempo: “La capanna non è un la base da cui ripartire per una riconquista, bensì un punto di caduta. È un rifugio per rinunciatari e non un quartier generale dove si preparano le rivoluzioni. È la porta d’uscita, non il punto di partenza. È il quadrato ufficiali dove il capitano va a bere l’ultimo bicchiere di rum prima del naufragio. È la buca dove l’animale si lecca le ferite, non la tana dove affila gli artigli.

La capanna è tutto questo e molto altro, uno spazio per capire e per pensare o per non pensare, per fermare lo sguardo e rallentare, per vedersi o per sentirsi di nuovo e diversi. Sylvai Tesson lo fa a voce alta, scrivendo, ma senza dare lezioni a nessuno e in un mondo dove non tutti hanno qualcosa di interessante da dire per gli altri, eppure lo fanno, scrivono e parlano.

C’è chi non ci penserebbe nemmeno, chi non ne avrebbe il coraggio, chi non sa se riuscirà mai davvero a farlo, mentre Sylvain Tesson ci ha pensato, si è preparato e impacchettato il coraggio, lo ha fatto.

E alla fine: “Seduto sulla panca di legno, aspetto la barca di Serghej. Il sole picchia. Le casse e le sacche immucchiate. I cani dormono sulla sabbia. E quell’anatra piange in piena luce. La mattina ha un sapore di morte, il sapore della partenza. I cani alzano la testa. Si sente un ronzio che diventa sempre più forte. È la barca. Un punto si ingrandisce all’orizzonte. Un punto finale.

Nient’altro.

A cura di Giulia Caravaggi