La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 15 Marzo 2021
Pablo Picasso, Donna con libro (1932)

Samar Yazbek, Passaggi in Siria (Sellerio)

Peter Handke, Il cinese del dolore (Garzanti)

Non riuscivo a comprendere le cause di quella tragedia, né il motivo di una simile trasformazione delle province rurali. Se le cose fossero andate avanti così, qualsiasi forma di vita civile si sarebbe dissolta come neve al sole. Purtuttavia molti provavano a resistere. La natura si modifica costantemente ed evolve verso il futuro, non verso il passato (…) Stavamo attraversando i villaggi intorno a Kafranbel, assistendo coi nostri occhi alle conseguenze dei bombardamenti: alberi divelti, siti storici distrutti e moltitudini di sfollati che vagavano sotto il sole cocente, la pelle bruciata dal sole. Dei bambini dormivano sotto gli alberi. Un fuoco ardeva tra due enormi massi. Sembrava di essere ripiombati nell’antichità, come se la ruota del tempo fosse tornata indietro di secoli.

Ci sono libri che vanno letti e pur controvoglia, se ne ha quasi il dovere morale. Non farlo vorrebbe dire avere un peso sulla coscienza, voltarsi dall’altra parte.

E Passaggi in Siria è uno di questi libri anche se, come scrive Christophe Boltanski nella sua nota in appendice, leggerle Samar Yazbek vuol dire essere “trascinati in un viaggio”, è “una caduta in un baratro senza fondo”.

La pagina va affrontata di petto, non c’è un altro modo per farlo perché non lascia scampo e risucchia in un vortice di luci e ombre che assorbe, annulla ed espelle, risputa di fuori storditi e impacciati, senza senso, visto il tempo che intanto è passato dagli eventi qui riportati.

Fuggita in Francia nel 2011, Samar Yazbek torna in Siria dopo solo un anno e da clandestina, è l’esordio del suo racconto: “Agosto 2012 Il filo spinato mi lacerava la schiena.

Farà avanti e indietro tre volte nel giro di poco tempo per poi scrivere di quanto visto e vissuto in prima persona, raccolto, cercando un modo per dire e per raccontare, riempire quel vuoto che non si può più colmare. Concluderà infatti nell’epilogo: “Finora non avevo mai compreso quest’ineluttabile sovrapposizione tra la scrittura e la morte.

Qual’è la lingua che esprime la guerra, la vita e la morte di un paese e della sua gente, la storia e memoria, la lotta per la sopravvivenza di ogni singolo giorno in un posto non poi tanto lontano dal nostro: “Nel rievocare questi avvenimenti, mi rendo conto che è impossibile scriverne seguendo un filo logico o un ordine plausibile. Non mi resta che scompaginarne la successione cronologica.

Perché: “Il ritratto della Siria che ho in mente è quanto di più lontano dall’ordinario. Mostra un insieme di parti del corpo smembrate, la testa mancante e il braccio destro che ciondola in modo precario. Poi si nota un rivolo di sangue che sgocciola lentamente dalla cornice e scompare, assorbito dal terreno polveroso sottostante. È l’immagine della catastrofe che i siriani devono affrontare ogni giorno.

Il presente è pressante e allo stesso tempo è annullato: “«Non cadrà così presto» disse. «Il cammino è ancora lungo. Passeranno vent’anni prima che la guerra finisca e non so che cosa succederà dopo. Ma sono certo che non vivrò abbastanza a lungo, ed è un peccato, perché io amo la vita. Sono un morto che cammina. Se avessimo una guida capace, allora le nostre prospettive sarebbero ben diverse»

É una corsa contro il tempo: “Era Ramadan e si auguravano di arrivare alla fine del digiuno prima che a qualcuno della famiglia venisse mozzata la testa, o prima che un padre fosse costretto a estrarre i resti dei propri figli da sotto le macerie provocate da una granata o un barile esplosivo. Dopo due anni e mezzo di questi bombardamenti quotidiani, erano entrati in una sorta di simbiosi con il cielo. Lo sorvegliavano costantemente.

E di anni ne sono passati ormai dieci. [FINE]

Può darsi che un giorno, venendo dalla piana, si avvicini alla fortezza locale (alla «cosa») uno sconosciuto che va incontro a una città ancora non scoperta, e il canale ai suoi piedi scorra nei Paesi Bassi senza età, oppure attraverso la provincia di Kweilin dalle rocce calcaree.

Peter Handke è uno scrittore austriaco nato nel 1942 e che nel 2019 ha vinto il premio Nobel per la letteratura, Il cinese del dolore è un breve romanzo datato 1983.

Ambientato a Salisburgo, riprende e segue il protagonista, un insegnante di lettere classiche e appassionato di archeologia, in un momento di pausa, congedo lavorativo o sospensione dal mondo, mentre cammina, passeggia e si muove in un paesaggio che è ben conosciuto perché è luogo di appartenenza, casa, confortevole o confortante culla natia, ma il suo sguardo, e tutta la narrazione non è che questo sguardo, è esterno ed estraneo, quasi cinese.

Lineare quanto stratificato è il romanzo di Peter Handke, dove i molteplici piani si sovrappongono senza però mescolarsi, linguaggio e scrittura, rapporto con la memoria e le origini, il singolo uomo in relazione col mondo e la società in cui vive.

Sono innumerevoli le soglie da attraversare: “Soglia non significa affatto: confini – questi non farebbero che estendersi sia all’esterno che all’interno – ma zona. Nella parola “soglia” c’è mutamento, marea, guado, valico, recinto (inteso come rifugio). “La soglia è la sorgente”, secondo un detto ormai quasi scomparso. E quel maestro del pensiero dice testualmente: “Era dalle soglie che gli amanti e gli amici attingevano le loro forze. – Ma (prosegue) dove ritrovare al giorno d’oggi le soglie eliminate se non in sé stessi? Veniamo guariti dalle nostre proprie ferite. Se dalle nuvole non nevica più, continuerà in me a nevicare.

C’è un continuo richiamo in una certa letteratura tedesco-austriaca, austroungarica o mitteleuropea, alla Cina e a tutto ciò che è cinese, la Muraglia, i suoi messaggeri e imperatori, la scrittura antica e il sapere quasi simbolico, così potente, dove le parole più semplici sono al centro di tutto, di quella continua ricerca che scava ed esplora nell’animo umano: “e dal nero della notte si formava intanto, in una lenta successione di tesissimi interspazi, qualcosa come una scrittura a china d’Estremo Oriente, anch’essa nera, e però di forma rigorosa e grande luminosità, che si chiariva dietro le palpebre di colui che si stava addormentando lì in ascolto, a origliare.

E se il cinese del doloreè: “quell’uomo nello spiraglio di una porta: gravemente malato, era andato a trovare lo stesso un amico. Al momento del commiato era rimasto un bel po’ lì, nello spiraglio, tentando un sorriso; gli occhi tesi a fessure e contornati dalle orbite come da occhiali a bordi taglienti.

Come scrive Michael Krüger in Perché Pechino? (Einaudi): “«La guarigione, cos’è mai? La realizzazione del soggetto mediante un linguaggio che viene da un altro luogo e lo attraversa».

A cura di Giulia Caravaggi