La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 17 Maggio 2021
Pablo Picasso, Donna con libro (1932)


CASALENGHITUDINE

Clara Sereni, Casalenghitudine (Einaudi)

Bernardo Bertolucci, Ultimo tango a Parigi (Einaudi)

Angelo Quattrocchi, E quel maggio fu: rivoluzione! (Malatempora)

Se apparentemente non governiamo più il mondo della cucina, se abbiamo delegato ad altro – più che ad altri – l’approntamento dei pasti, pure non va dimenticato quanto sia emotivamente intrinseca alla natura umana la condivisione del cibo e di come la sua preparazione rivesta valori qualitativi e simbolici, che rinviano al significato profondo di convivialità.” (da Imma Forino, La cucina. Storia culturale di un luogo domestico, Einaudi)

Il libro di Clara Sereni (1946-2018), Casalenghitudine è del 1987, non è un libro di ricette. Comprende delle ricette e parte dalle ricette, ma dice molto di più. Racconta tutto il resto, tutto quello che c’è dietro e che ci sta intorno, cosa significa essere donna e chissà cosa direbbe di questi tempi, delle donne e di com’è vivere ormai al giorno d’oggi.

In questo libro che tocca il genere del ricettario culinario, ma anche del romanzo autobiografico, di memorie familiare, della diaristica in cui si fanno conti con le radici e la storia, la famiglia e i genitori, l’infanzia e la giovinezza, gli studi, amori e dolori della politica e del confronto sociale, il divenire adulti. C’è una donna che mette insieme i pezzi che fanno parte di lei e si riappropria di una storia, la sua. Ma per farlo serve un modo diverso, un nuovo linguaggio, più moderno, che diviene invenzione ed è creativo e più che moderno, futuristico e quasi utopistico, è il futuro prossimo.

Tentare di mettere in ordine, pulire per fare chiarezza, non riguarda solo fisicamente la casa, ma sé stessi e il linguaggio se si vuole raccontare una storia.

Così l’identità di una donna è qualcosa che riguarda il suo corpo, ma anche la cultura e la storia. È qualcosa da cui non si può prescindere, lo sforzo e la fatica non varrebbero il gioco né la candela, ma di cui è necessario riappropriarsi ed è questo il senso di Clara Sereni, della sua vita e delle sue storie.

Il cuore di questa sua casalenghitudine: “Così le mie radici affondano nei barattoli, nei liquori, nelle piante del terrazzo, nei maglioni e coperte con i quali vorrei irretire il mondo, nel freezer: perché nella mia vita costruita a tessere mal tagliate, nella mia vita a mosaico (come quella di tutti, e più delle donne) la casalenghitudine è anche un angolino caldo. Un angolino da modificare ogni momento, se fosse fisso sarebbe morire, le ricette solo una base per costruire ogni volta sapori nuovi, combinazioni diverse. Reinventare unico sconfinamento possibile, reinventare per non rimasticare, reinventare per non mangiarsi il cuore. Tutto è già stato detto, tutto è già stato scritto (…)”. [FINE]

Ora lui si trova in un’altra stanza. Giornali ammucchiati per terra, vecchie bottiglie, un mobile a tre piedi appoggiato al muro. Lo fa dondolare. Un equilibrio instabile, ma un equilibrio. Difficile da rovesciare. L’uomo non spinge il suo gioco fino in fondo. Il vecchio canterano ritorna nella sua posizione di partenza. La zampa rotta o non è mai esistita o esiste solo nel segno che incide la moquette. La luce in quella giornata estiva, si infila nelle crepe del muro, increspature di ricordi altrui. C’è il senso di una vita precedente. (…) Anche la ragazza cerca di ricostruire la vita precedente: attraverso una cornice vuota.

Chissà quanto leggendo, hanno indovinato che si tratta di un pezzo di sceneggiatura. Eppure è proprio così, perchè la sceneggiatura di Bernardo Bertolucci per Ultimo tango a Parigi è opera a sé, che vive di vita propria e dice nelle parti che non sono parlate molto più di quanto si direbbe a parole.

È tutta qua la complessità più o meno nascosta di questo testo, tra le scale e la strada, interno giorno ed esterno notte o al contrario, tra un albergo e l’appartamento, dietro la cinepresa invadente e suoi corpi, dei personaggi poi attori.

Chi si innamora di chi, dove si interpretano veramente dei ruoli, quando ci si spoglia e ci si mette a nudo o si indossano i panni di un altro. Paul e Jeanne che si incontrano a caso e si riconoscono uniti, qual’è la fine che fanno e perché anche all’inizio, come dice il primo: “Non è un inizio, è già una fine.

È un gioco come il fuoco, di luci rossi e di ombre, che si spegne man mano e poi esplode: “Quello che in altri momenti ci era sembrato un tranquillo alberghetto di terza categoria, ora, nel fondo della notte, ci appare completamente trasformato: le ombre divorano interi muri, i corridoi sembrano non avere fine. Ha una nuova risonanza, rimanda a una geografia che ognuno di noi ha l’impressione di avere conosciuto, chissà dove. Paul si muove come il guardiano di un labirinto. Come la ronda in uno strano carcere. Si avvicina agli angoli, sparisce nel buio, riappare nel pulviscolo di luce là in fondo, vicino alle scale. E spia. Spia attraverso un sistema di piccoli fori che la carta da parati nasconde nei suoi grovigli di foglie dipinte, piccoli occhi nascosti dietro anonimi innocenti paesaggi, nascosti nel fondo di armadi vuoti, nascosti nei bui degli angoli morti.” [FINE]

Sotto il pavé, la spiaggia (sui muri del quartiere)

Esaltante per chi è ormai lontano da quegli anni e sorprendente nonostante i fallimenti successivi, per forza di parte perché a volte non ci si può che schierare, non c’è molto da fare e bisognerebbe dirlo che non c’è altra scelta. Non c’è rosso o nero, sopra o sotto, dentro o fuori, ciò che è giusto o sbagliato non conta, in fondo si sa di avere una ragione a riguardo.

Quell’energia travolgente, mai più ritrovata, riproposta ma troppo arrabbiata, sporcata o slavata, ripulita, che non è mai più stata la stessa, riaffiora e colpisce dalle pagine di Angelo Quattrocchi (1945-2009) scritte di getto a vent’anni sulla scia di un’ondata di entusiasmo già ferito e ripiegato. È prorompente e senza fare proselitismi o propagande, testimonianza pura e semplice, anche negli errori di forma o di stampa che arricchiscono il testo, la sostanza invece non cambia e il sogno su gambe incerte che avanza: “E se un giorno smettessimo di lavorare tutti insieme, apparirebbe chiaro, fin troppo evidente, che siamo noi a far girare le ruote, e che senza di noi tutte le ruote si fermano (…) Ecco, questo momento è arrivato. Il paese è fermo, ma vivo è pronto.

Poi si riparte, per una gita fuori città o qualche acquisto ai grandi magazzini: “Ciò che non hanno fatto i carri armati, lo faranno la benzina finalmente tornata e un week-end di splendido sole.

Nessun sistema da abbattere questa volta o solamente noi stessi e la spiaggia che resta sotto il pavé, ci si muove per andare in vacanza in un posto lontano o a ballare, bere un aperitivo.

E fa rabbia o tristezza, non ricorda per caso qualcosa?

A cura di Giulia Caravaggi