La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 18 luglio 2016
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Illustrazione di Quentin Blake

 

UN VIAGGIO, UNA VITA

Frank Westerman, Ararat (Iperborea)

Franco Melandri, Le Siberiane seguono il sole (Sellerio)

Jonas Lüscher, La primavera dei barbari (Keller)

a mia zia Lilly, e a mamma Clara.

Più che un viaggio, un viaggio nel vero senso della parola: la scalata di una montagna che non è una semplice montagna, la sua preparazione, ma anche un ritorno sui propri passi per meglio capire il percorso che la vita ha fatto fare più o meno consapevolmente.

Gli avevo solo accennato che stavo lavorando a un libro su «fede e conoscenza, religione e scienza, con l’Ararat come fulcro centrale». Volevo arrivare a conoscere mito e realtà del monte sacro, e poi scalarlo. Doveva essere una sorta di pellegrinaggio, ma il pellegrinaggio di un non credente”.

Così viene definito questo libro dal suo stesso autore, l’olandese classe 1964 Frank Westerman, il quale è di professione giornalista freelance oltre che scrittore ed è abituato a viaggiare, ma soprattutto a percorrere storie come fossero strade da seguire: non si sa mai dove possano portare alla fine.

Masis lo chiamano gli Armeni, o “Montagna Madre”.

Ağri Daği lo chiamano i Turchi, o “Montagna del Dolore”.

In persiano: Kuhi-Nūh, la Montagna di Noè.

Il monte Ararat segna un confine: tra Armenia, Turchia e Iran, tra mondo cristiano e mondo musulmano, tra Est e Ovest corrispondenti a Unione Sovietica e NATO ieri, mentre in seguito: “Il declino e la disgregazione dell’impero sovietico non erano serviti a cambiare la situazione. Al contrario, quel tratto di Cortina di Ferro che correva per 300 chilometri tra Turchia e Armenia, era stato ancora più protetto con sistemi di sicurezza a infrarossi e nuovi rotoli di filo spinato”.

L’Ararat è una presenza quasi ingombrante tanto imponente e significativa, dice ancora Westerman: “A Erevan non puoi fare niente senza che l’Ararat ti guardi”.

Non lo si nota subito talmente è presente, mentre sembra osservarti, senza perderti d’occhio ovunque tu vada e in qualche modo influenzandoti nella tua permanenza nei suoi dintorni.

Che ci si creda o no che lassù, sulla sua cima, si sia arenata l’Arca di Noè dopo il Diluvio Universale. E che là, da qualche parte, i suoi resti giacciano ancora.

Non impazzire troppo sull’Arca di Noè. Le nebbie del passato sono per forza fitte”, scrive in una lettera indirizzata all’autore un suo vecchio professore.

A volte però può essere affascinante addentrarsi in quel paesaggio che sta alle nostre spalle. Senza perdersi, certo! Per ritrovare, anzi, le proprie tracce. È ciò che fa Westerman in questo viaggio e ciò che racconta in questo libro.

Chi decide di seguirlo potrà così scoprire qualcosa di più sulla questione armena, dei rapporti tra Armenia e Turchia e tra Turchia ed Europa. Delle origini del cristianesimo e dei miti e delle leggende ben più antiche che ne stanno forse alla base. Delle storie degli scienziati di un tempo e di oggi nel loro essere credenti o no e dei rapporti tra religione e scienza, nonché tra conoscenza e coscienza. Dei cercatori dell’Arca e della fine che ha fatto l’astronauta Jim Irwin. Delle teorie di Salomon Kroonenberg riguardanti il surriscaldamento globale, ma soprattutto a proposito dei rapporti tra uomo e tempo geologico.

Dalla cima dell’Ararat è possibile guardare infinitamente lontano. Nel passato, e forse anche nel futuro. A meno che una tempesta di neve non impedisca l’ascesa.

In tal caso bisognerà accontentarsi in qualche modo di ciò che si ha già, molte domande e troppo poche risposte: “Per chi si aspettava di più dalla vita, simili pensieri potevano risultare scioccanti o insostenibili. Guardare dentro un baratro senza fondo e senza eco produceva in effetti un vertiginoso senso di inutilità, non privo però di un certo lato eroico: starsene lì immobili a dispetto di tutto – davanti al cosmo e alla sua sconcertante immensità”.

Ecco, non è giusto chiudere ora gli occhi per entrare, poi, anche noi, calme, sicure e donne, a guardare l’universo?

Non so se questo è un libro che può interessare solamente ad un pubblico femminile. Non so se un uomo sceglierebbe di acquistare e di leggere un libro del genere.

Però è un uomo che l’ha scritto. E l’ha scritto bene: COSA VUOL DIRE ESSERE DONNA.

Potevamo fare qualcosa? E che cosa? Beate voi – continuava a dire mio padre – che non avete i nostri problemi. Il nostro – in verità – era un altro, che attraversava sempre tutte le nostre storie. Rimanere metà degli altri e provvedere alla continuazione della specie, e nel frattempo portare poco a poco gli altri a capire la nostra metà e cambiare la loro”.

Senza troppi giri di parole, ma neanche andando dritti a colpire la pancia con storie-verità che si ripetono tutte uguali nella loro violenza e nella loro drammaticità senza però riuscire ad insegnare niente.

Quella che scrive Franco Melandri è semplicemente una storia che è anche un viaggio nel tempo: è LA STORIA DELLA DONNA. Raccontata da un’unica voce che attraversa le epoche come se ripercorresse i propri ricordi, i ricordi di una vita.

Dai tempi degli schiavi sulle barche greche che si muovevano per il Mar Mediterraneo fino alla prima motovedetta di sole donne della guardia costiera che raccoglie i profughi musulmani in fuga dal Kosovo (il libro di Melandri è infatti uscito presso l’editore proprio nel 2000). Dalla Galilea della crocifissione di Cristo al Giappone, dalla conquista del West alla Germania post-nazista, dai roghi dell’Inquisizione all’India del dopo Gandhi, all’Inghilterra del voto alle donne, alla diaspora curda del secolo scorso.

Le Siberiane seguono il sole perché lasciando le loro terre lontane ad Oriente viaggiano verso il fronte di guerra che sta ad ovest, dove tramonta il sole. È un viaggio lungo, è un viaggio verso l’oscurità della notte che scende….

Ma ancor più lungo è il cammino dei granchi che tornano al mare, che devono liberarsi dal peso della sabbia che li ricopre sulla schiena e camminare all’indietro fino a ritrovare l’acqua: “il loro elemento naturale, che è poi l’elemento da cui nasciamo tutti noi esseri viventi”.

E dopo (…) cammina in avanti e non più all’indietro e ricomincia tutto da capo, pieno di nuove forze, e ritorna cambiato, sulla terra. Il granchio (…) è come noi donne che tanta fatica facciamo a liberarci di tutti i pesi che ci hanno messo sopra e poi possiamo ricominciare”.

Il granchio che attraversa questa storia a partire dalla porta di uno sceriffo donna nel Far West, piano piano, costretto alle volte ad arretrare, raggiunge il mare dove: “è legato anche alle maree e ai sommovimenti del mondo terracqueo”.

È già tornato a terra? Forse, non si sa.

Alla fine, riunite tutte insieme di fronte al focolare, tutte le donne di questa storia, che sono poi una sola, cercano di raccogliere le fila della moltitudine di voci che sono i loro ricordi: “La linea che ci attraversa parte da lontano e va lontano. Ora si comincia a vedere il corso delle stelle, perché non dovremmo vedere questa linea? È una linea di sangue, che tutte noi abbiamo subito e non abbiamo potuto fermare, neppure quando qualcuno la semplificò al punto di ridurla ad una sola strada per tutti”.

Ma è alla figura di Isabella la Cattolica che Franco Melandri, nato nel 1919 e quindi ottantunenne, affida le ultime parole: “Noi – disse allora Isabella – noi, e credo di parlare un po’ per tutte – noi ora siamo di fronte all’universo. Noi possiamo forse tacere, ma quante parole non dovrebbero dire quelli che l’hanno scoperto e lo guardano ogni minuto e lo mostrano e prima non lo vedevano. Forse – disse infine – prima di chiudere gli occhi dobbiamo sapere che i nostri figli, i vostri figli, i figli di tutte noi, li terranno sempre più aperti. Ed allora, quando Isabella tacque, tutte noi finalmente fummo in pace”.

NOTA A MARGINE a proposito di BREXIT: forse che qualcuno lo aveva in qualche modo previsto? Non proprio, però l’occasione pare ottima per leggere La primavera dei barbari di Jonas Lüscher dal momento che l’autore ha scelto proprio l’Inghilterra come paese da far cadere in bancarotta. Espediente per gettare un’occhiata feroce sulla società in cui viviamo, giovani e vecchi, poveri e ricchi, qui racchiusi in un resort di lusso in mezzo al deserto tunisino per un ricevimento di nozze.

Curioso come alcuni, tra i più anziani, non si stupiscano affatto di ciò che alla fine si consuma nel giro di una notte, se lo aspettavano anzi, che qualcosa dovesse accadere. Anche se nulla hanno fatto per prevenirlo. C’è poi chi subito se ne approfitta per lasciarsi andare, mentre i giovani sembrano farsi trascinare dall’euforia o dalla rassegnazione degli uni e degli altri.

In generale, si offre un ampio ventaglio delle diverse reazioni tipiche da dopo-shock. Toni esasperati, forse, per meglio rendere l’idea. Ma quale idea?

ATTENZIONE a non fare le domande sbagliate!

a cura di Giulia Caravaggi