La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 8 Agosto 2016
n.,

Illustrazione di Quentin Blake

TEMPO DI UCCIDERE E TEMPO DI SANARE

Ennio Flaiano, Tempo di uccidere (Bur)

Abraham B. Yehoshua, Il responsabile delle risorse umane (Einaudi)

Jón K. Stefánsson, Il cuore dell’uomo (Iperborea)

 

 

PREMESSA dalla citazione in epigrafe al romanzo La primavera dei barbari di Jonas Lüscher, le parole dell’austriaco Franz Borkenau a proposito del concetto di barbarie: “È una condizione in cui sono presenti molti valori della grande civiltà, benché privi della coerenza sociale e morale indispensabile al funzionamento razionale della cultura”.

Civiltà, dal latino “cittadino”, e cultura, dal latino “coltivare”: le letture di questo mese hanno a che fare proprio con questo.

 

 

L’indolenza di un mese come quello di agosto, questo è Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. Quando tutto sembra colpa del caldo e invece è tutta colpa nostra, perché è nostra quell’indolenza.

Inutile cercare scorciatoie, sono solo un abbaglio di speranza, una ancor più vana illusione.

Inutile cercare di essere altro da sé, e inutile forse anche farci i conti con quello che si è. Pensarci su, rimuginarci, girarci attorno, provare a…a fare che cosa? Ecco, questa è la domanda che si pone.

Camminavo forse da un’ora quando vidi il camaleonte. Brava bestiola. Stava attraversando il sentiero con la cautela di un ladro che cammina sul cornicione dell’albergo preferito. Calmo, onestamente spaventato da quell’Africa piena di insidie, metteva una zampetta dietro l’altra con delicatezza. […] «Una sigaretta?» Gli infilai la sigaretta accesa in bocca. Se ne andò fumando, da buon diplomatico, sempre più spaventato di vivere, pronto a gettare la cicca per una mosca, pronto a tutto, ma talmente pigro anche lui”.

Un attimo, e ci si è già persi.

Il camaleonte segna il passaggio ad un altro mondo, in un altro tempo.

Una favola? Severa come in fondo lo sono tutte le favole. Un viaggio? Un sogno, forse. Una trappola….

uscito nel 1947, Tempo di uccidere è l’unico romanzo nella produzione scritta di Ennio Flaiano, che in Africa c’era davvero stato nel 1936 con l’esercito italiano per la campagna di Etiopia.

Pagina più che dimenticata quella del colonialismo nella storia del nostro paese. Quasi non fosse mai neanche esistita, come se non ci fossimo mai stati laggiù….

Il dado era a posto. Nessuno vince, è un dado senza punti, che ora è a posto”.

Ma un dado gettato in una forra, che è andato a raggiungere una carcassa, è davvero a posto? E noi, possiamo dire altrettanto? Noi siamo a posto?

Ma siamo daccapo. Come tutte le storie di questo mondo, anche la tua sfugge a un’indagine. A meno che non si voglia ammettere che le “disgraziate circostanze” ti seguivano, perché facevano parte della tua persona. Obbedivano soltanto a te. Eri tu, insomma. Ma dove rifarsi? Come cavarne una morale?”.

Nessuna morale, uno spunto forse. Quello che offre Johannes, profeta senza popolo: “Era questa la sua forza, la forza di stare accanto ai suoi morti e di vivere con essi gli ultimi giorni. Egli non se lo poneva come una penitenza, per meritarsi un Paradiso, ma per sentirsi in buona compagnia. […] Pensavo che questa forza io l’avevo perduta né avrei potuto riacquistarla, e pensavo agli squallidi cimiteri delle nostre città, dove seppelliamo coloro che un giorno prima avevano gli stessi nostri occhi e lo stesso nostro sorriso, e così in fretta, da sentirli poi estranei per sempre, povera materia corruttibile”.

Se non sappiamo stare accanto ai nostri morti, come convivere allora con quelli che abbiamo causato?

Leggetelo in agosto, soltanto in agosto troverete il tempo per farlo.

 

 

Anche ne Il responsabile delle risorse umane di Abraham Yehoshua c’è una morte con cui fare i conti. Un corpo, prima ancora che una persona. Una donna, di nuovo.

Anche qui, in questa terra dove verrebbe quasi da dire che con i morti ci si dovrebbe aver fatto il callo, se mai fosse possibile!

È il corpo di una donna rimasta uccisa in un attentato terroristico nel centro di Gerusalemme: “l’ex marito aveva ricevuto da poco la notizia e subito, senza indugi, aveva preteso che la moglie fosse rimpatriata per la sepoltura. Non che lui avesse tempo né voglia di occuparsi del funerale di una donna a cui aveva rinunciato da tempo, così diceva, ma voleva che fosse rimpatriata per il figlio, che molto saggiamente era riuscito a sottrarre in tempo a «quell’inferno», come aveva definito con asprezza Israele. […] un posto che rimarrà pericoloso in eterno”.

Tempo, tempo e ancora tempo!

Mi dia il tempo di organizzarmi. Nel frattempo mi risponda solo con un sí o con un no. Siamo colpevoli? – Responsabili. È questa la parola giusta”.

E in quanto responsabili bisognerà pur fare qualche cosa: “ – Ma perché? – Il dirigente continua a protestare senza sapere contro cosa. – È stato solo per un errore se quella donna ha continuato a percepire lo stipendio senza che lavorasse e lei trasforma questo disguido in un peccato mortale che va espiato con una penitenza quasi religiosa. – Anche religiosa. Perché no? Che c’è di male?”.

E in fondo che differenza c’è tra responsabilità e colpa?

Dopotutto fin dall’inizio lei ha promesso generosamente, senza tentennamenti, che si sarebbe fatto carico di tutta questa storia, e allora perché non si prende anche un po’ di colpa?”.

Più che un viaggio, una vera e propria missione di cui il dirigente responsabile delle risorse umane diviene l’inviato speciale: “Lei quindi non sarà solo un personaggio della mia storia ma anche un simbolo. Un dirigente estraneo ai suoi dipendenti, ex ufficiale dell’esercito, che non si è accorto che una delle addette alle pulizie dell’azienda era rimasta coinvolta in un attentato suicida perché a lui bastava versarle lo stipendio ogni mese, anche se lei era all’obitorio. Per questo è stato mandato a espiare il suo peccato al seguito della sua bara, in mezzo al vento e alla bufera, in una viaggio funebre in una terra lontana dove tra poco si inginocchierà sulla sua tomba e chiederà perdono”.

Perché forse è giunto il tempo di agire, forse è giunto davvero il tempo di sanare. In primo luogo se stessi.

 

 

Una bara, la neve, una missione quasi morale, una donna da restituire alla terra, un viaggio all’estremo confine del mondo e un coro di voci: “Diteci, oh gente impietosa, dopo aver profanato la Terra Santa e trasformato morte e distruzione in cosa di tutti i giorni, avete il diritto di calpestare l’anima altrui?”.

È ancora Abraham Yehoshua a scrivere, ma potremmo già essere nell’Islanda di Jón Kalman Stefánsson de Il cuore dell’uomo: “le parole che stiamo per dirti ci tengono caldo, sono la speranza e finché ci sono parole c’è la vita. Accoglile, e noi esisteremo. Accoglile, e ci sarà speranza. Queste sono le storie che dobbiamo raccontare. Non abbandonarci”.

Come non rispondere ad un tale invito? Ad una tale richiesta d’aiuto?

Questa volta siamo davvero al confine del mondo, per la precisione: “in equilibrio instabile sul bordo del mondo, basta che il suo mondo starnutisca e loro precipitano tutti giù”.

Ma: “il caffè e la Corrente del Golfo rendono questo paese, quest’isola remota, incenerita e battuta dai venti ma con vallate verdi che sono come sogni tra le pareti rocciose, la rendono una terra pressoché abitabile”.

E ancora: “C’è troppa gente qui, dice Bjarni, quasi sconfortato. È vero, conviene il ragazzo prima di aggiungere automaticamente, e comunque siamo troppo pochi”.

Questa volta però il viaggio si è già compiuto, raccontato nel precedente (e freddissimo!) volume di questa che è una trilogia, La tristezza degli angeli.

Il cuore dell’uomo è il “cosa succede dopo”.

Perché dall’estremo confine del mondo si può tornare, e la vita andare avanti…perché anche all’estremo confine del mondo c’è vita!

Un filo rosso che continua a scorrere attraverso una chioma di capelli infuocata, lettere che bruciano le dita di chi le apre, le parole che siamo in grado di mettere insieme e pronunciare, l’amore….

Alla fine del mondo o al suo inizio. Il contadino, Bjarni, la chiama libertà”.

E se alla fine queste storie aiutassero noi?

Qualcuno ha scritto che questo è un libro che fa bene al cuore, e andrebbe letto, a voce alta, a qualcuno.

 

 

a cura di Giulia Caravaggi