La libertà di essere ciò che si vuole essere: a tu per tu con Sumaya Abdel Qader

Di: - Pubblicato: 8 aprile 2016

Sumaya, nata in Italia da genitori Giordano/Palestinesi, fondatrice dell’associazione Giovani Musulmani d’Italia, sociologa e donna impegnata nei diritti per la libertà dei popoli musulmani, ci racconta in quest’intervista il suo punto di vista in merito a immigrazione, guerra, terrorismo e difesa delle donne musulmane.

Il tuo impegno sociale è onorevole, quali sono le maggiori difficoltà che riscontri?

Le difficoltà che riscontro sono diverse. Dal punto di vista personale, la difficoltà da parte di molte persone nel riconoscermi pienamente come cittadina italiana e come persona capace di occuparsi di temi per loro lontani da me, come ad esempio l’immigrazione e l’islam. E’ difficile vivere in una società come la nostra che spesso fa distinzioni in base all’ etnia, anche in campo lavorativo. Inoltre c’è una grande sfida in corso che è quella dell’interculturalità, di riuscire a andare oltre i muri delle paure e delle diffidenze che in questi ultimi tempi stanno crescendo.

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Sei stata tra le fondatrici dell’Associazione “Giovani Musulmani d’Italia” ricoprendo la carica di Segretario generale e Vice Presidente,  quali sono gli obiettivi dell’Associazione?

Ora non faccio più parte dell’Associazione per sopraggiunti limiti di età. Però diciamo che GMI nasceva per essere un punto di riferimento per i giovani musulmani italiani e con l’ obiettivo di costruire una nuova identità, quella dell’italiano musulmano, pienamente attivo e inserito nel tessuto sociale italiano a tutti i livelli.

 

“Porto il velo, adoro i Queen”, è il titolo di un tuo romanzo pubblicato nel 2009, un paradosso per i radicalismi sia occidentali che islamici..  E’ stata una sfida?

Sicuramente è stata una sfida, già il titolo stesso vuole mettere sullo stesso piano due immagini che probabilmente sembrano andare in contrasto. In realtà si parla di più mondi e più culture che devono conoscersi, possono coesistere e produrre qualcosa di nuovo e bello.

 

Viviamo in un’epoca governata spesso dal terrore, in Siria e in gran parte del Medioriente ci sono conflitti che stanno causando migliaia di morti, soprattutto tra i civili.. In Europa gli attentati minacciano la stabilità economica e sociale della gente, fomentando l’odio e il razzismo.. Qual è il tuo pensiero in merito a tutto ciò?

Penso che abbiamo delle responsabilità condivise da una parte e dall’altra del mondo e che riconoscendo questo dobbiamo impegnarci a superare tutte le crisi congiuntamente. Non possiamo pensare di risolvere i nostri problemi tralasciando i problemi che sono a casa degli altri. Ormai l’abbiamo capito, gli altri sono casa nostra. Dobbiamo essere coscienti di una responsabilità comune e dobbiamo impegnarci per adempiere a questa responsabilità, ovvero quella di superare i conflitti e ristabilire serenità e un futuro certo per tutti.

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L’Europa chiude le frontiere, per ultima l’Austria che minaccia di far arrivare l’esercito al confine con il Brennero.. 

Purtroppo questo ci deve allarmare. La storia ci ha insegnato che quando l’Europa ha cominciato a chiudere frontiere o respingere o non riconoscere le persone e non aiutare chi chiedeva aiuto la storia è finita male. Quindi bisogna davvero riprendere in mano l’esperienza passata e cercare di non permettere che si ripetano tragici avvenimenti del passato anche nel presente. Sia qui che altrove.

 

Gli stati europei sono uno contro l’altro, non si riesce ad arrivare ad un accordo, la politica sui profughi ha fallito?  

Ogni stato pensa ai propri interessi e agli equilibri internazionali. La politica sui profughi sicuramente non soddisfa, ma la partita non è chiusa, bisogna tenere aperta la possibilità di lanciare una nuova politica.

 

Muri e recinti non fermeranno la marcia dei piedi scalzi..

No, non la fermeranno mai.  Se si alza un muro da una parte, c’è sempre una valvola di sfogo da un’altra.  Davvero non capisco come si possa continuare a correre ad innalzare muri, è decisamente improponibile.

 

Ti sei mai sentita un’estranea nel paese dove sei nata, l’Italia?

Normalmente no, però a volte faccio fatica a riconoscere l’Italia bella in cui ho sempre vissuto e in cui sono cresciuta. A tratti mi spaventa, però capisco che anche gli altri sono spaventati e non si riconoscono più in un’Italia che è cambiata.

 

Cosa immagini per il tuo futuro?

Più che al mio futuro, io penso al nostro futuro. Immagino una grande sfida, una sfida all’altruismo, alla solidarietà, all’incontro.

 

Quali sono i tuoi impegni attuali?

Mi sto dedicando molto ai miei studi universitari e alle mie ricerche e poi coordino il progetto AISHA per contrastare la violenza contro le donne musulmane e la loro discriminazione.

 

Marco Feliciani