La Macchina Del Tempo

Di: - Pubblicato: 12 Aprile 2021

Di Maurizio Anelli.

Una macchina del tempo. È quello di cui questo Paese e questo mondo avrebbero davvero bisogno, per ricordare quello che è stato detto, scritto e fatto così come tutto quello che è stato sempre taciuto. Ma le magie esistono solo nelle favole e in pochi credono ancora nella bellezza delle favole e dell’utopia. È un peccato, perché il valore delle favole e dell’utopia non è nella consolazione ma nell’importanza di credere che ogni storia possa avere un finale diverso.

“Todo cambia” Cantava Mercedes Sosa, forse così non è ma credere che così possa essere un giorno è una cosa grande. Credere che un giorno il Mare Mediterraneo smetterà di essere una tomba dove seppellire i migranti, credere che un giorno sapremo tutta la verità su Giulio Regeni e Patrick Zaky potrà rientrare all’Università di Bologna e riabbracciare affetti, amicizie, credere che ogni popolo potrà avere una terra e una casa senza aver paura di essere curdo o palestinese, e senza doversi preoccupare del colore della propria pelle. Favole e utopie, sogni. Ma se si smette di credere a tutto questo, cosa ci facciamo qui? Perché siamo qui e a cosa vogliamo credere?

La macchina del tempo non esiste e allora mi metto comodo sulla mia sedia, mi verso un bicchiere e mi accendo una sigaretta e ascolto, ascolto la memoria che mi racconta…mi racconta di un mare che il tempo ha trasformato in un grande lenzuolo che ricopre storie di umanità alla ricerca di una vita che valesse la pena vivere, in fuga da violenze e miseria. Quell’umanità ha affrontato il mare guardando negli occhi le proprie paure, sfidando ogni onda e ogni tempesta. Qualcuno è riuscito ad approdare ad una riva, tanti non ci sono mai riusciti: respinti dalle onde e dagli uomini, riportati nelle stesse galere da cui erano fuggiti. Tutto questo è avvenuto nel totale disprezzo del codice del mare e della vita ma nel “rispetto” delle norme e degli accordi che Stati e Governi hanno sottoscritto e approvato.

Gli accordi fra l’Italia e la Libia entrano a pieno titolo nel libro delle vergogne dell’uomo e della storia del nostro Paese, ma quel libro non suscita nessuna vergogna nell’anima di chi ha firmato quegli accordi e scritto quel libro, anzi…quegli accordi sono stati rinnovati un anno fa e, in questi giorni, un banchiere diventato capo del Governo italiano ha fatto il suo inchino alla Libia, omaggiando il valore del suo operato nel Mare Mediterraneo. Nessuna vergogna, nessuno scrupolo e nessun tremore nella voce mentre pronunciava queste parole.

Poche settimane prima Matteo Renzi, ex Presidente del Consiglio e senatore della Repubblica, aveva reso il suo omaggio al principe ereditario Moḥammed bin Salmān, Vice Primo ministro e ministro della Difesa dell’Arabia Saudita. E l’omaggio si è arricchito di un elogio che supera l’incredibile, arrivando ad affermare che: “…È un grande piacere e un grande onore essere qui con il grande principe Mohammed bin Salman, ci sono le condizioni affinché l’Arabia possa diventare il luogo per un nuovo Rinascimento”. L’inchino al principe ereditario di un Paese che è fra i più attivi nel disprezzo e nella violazione dei diritti umani e civili è un insulto, ma anche in questo caso la vergogna si nasconde.

Affermazioni fatte da Renzi a Riyadh il 28 gennaio, ospite del Future investment initiative (Fii), un evento soprannominato anche “la Davos nel deserto” ideato nel 2017 dal Public investment fund, importante fondo sovrano della monarchia saudita dove Matteo Renzi ricopre un incarico nel comitato consultivo dell’istituto e per cui percepisce un compenso annuale. Eventi, conferenze, incontri internazionali, tutto ciò che serve per ripulire l’immagine di un Paese dove i diritti umani contano zero.

La memoria continua a parlarmi mentre accendo un’altra sigaretta: adesso mi parla di Patrick Zaky che è detenuto nelle prigioni egiziane da più di 400 giorni. Ad ogni udienza del suo processo la prigionia viene rinnovata di 45 giorni. La storia di Patrick abbraccia quella di Giulio Regeni che, nell’Egitto del generale Abdel Fattah al-Sisi ha lasciato la sua vita. L’Europa e l’Italia assistono incapaci di fare qualcosa che vada oltre una scontata protesta formale. Nessuna azione diplomatica, nessun ritiro dell’Ambasciatore ma, anzi, accordi economici e militari che fioriscono come fiori in primavera.

Abdel Fattah al-Sisi non ha un Partito alle sue spalle, ha le forze armate. E con loro sta costruendo da anni un potere e un sistema militare, politico ed economico. L’informazione, quasi interamente nelle sue mani, celebra i suoi successi e i suoi progetti. L’opposizione è imbavagliata e messa al bando, si costruiscono nuove carceri e i prigionieri politici sono ormai la maggioranza dei detenuti.

Eppure, i rapporti politici e le relazioni diplomatiche non sono in discussione, in Italia come in Europa. Con l’Egitto si fanno affari e l’industria militare italiana è in prima fila.

Il capo del Governo italiano che ha fatto l’inchino alla Libia ha accusato pubblicamente Recep Tayyip Erdoğan di essere un dittatore. L’accusa è giusta, ma viene da chiedersi come mai arriva soltanto oggi e dopo che le televisioni di tutto il mondo hanno mostrato l’ormai celebre scena della sedia negata a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, e l’assurdo e passivo comportamento di Charles Michel, presidente del Consiglio UE. È come se prima di questo squallido episodio Erdoğan non avesse alle spalle una storia di torture, di violenze e di spregio dei diritti umani. Eppure, nella Turchia di Erdoğan, tutto questo è pane quotidiano. Nella Turchia di Erdoğan non esiste libertà di stampa e nelle prigioni turche si muore: muoiono giornalisti e oppositori del regime. Muoiono artisti e musicisti, dopo aver conosciuto le torture nelle galere di Erdoğan. Chi si ricorda, oggi, di Helin Bölek, di Ibrahim Gökçek e di Mustafa Koçak? Erano artisti, musicisti, morti dopo mesi di carcere e di sciopero della fame. La loro colpa? Facevano parte del Grup Yorum, una band musicale legata alla sinistra rivoluzionaria turca, che nelle loro canzoni hanno sempre cantato la protesta contro il governo turco e in particolare nei confronti del presidente Recep Tayyip Erdoğan.  Finirono nelle prigioni turche e da quelle prigioni sono usciti solo per il loro funerale.

La violenza e la repressione di Erdoğan si muovono ogni giorno contro le popolazioni curde, e per arrivare alla totale eliminazione dei curdi ha lasciato mano libera alla Jiad nel Rojava, proprio in quel territorio dove le milizie curde stavano ottenendo la vittoria contro l’Isis. E, in quel territorio e in quel momento, i combattenti curdi sono stati abbandonati da tutto l’Occidente.

Ma delle donne di Kobane l’Europa si è dimenticata in fretta, così come si è dimenticata della libertà di Abdullah Ocalan, leader e fondatore del Pkk, che dal febbraio del 1999 è detenuto in totale isolamento. Oggi, in seguito ad un quasi incidente diplomatico per una sedia rifiutata, l’Europa sembra accorgersi di Recep Tayyip Erdoğan. Dove si nascondeva l’Europa in questi lunghi anni?

Sì, sarebbe bello poter avere una macchina del tempo…per chiedere all’Europa e ai suoi piccoli governanti dove si erano nascosti in questi anni. Chiedere loro il perché dei loro silenzi e delle loro complicità, degli assegni firmati in bianco, degli accordi diplomatici ed economici, dei loro occhi chiusi su tutto quello che avveniva a pochi passi dal loro giardino di casa.

No, non esiste nessuna macchina del tempo, esistono solo la memoria e la storia, per chi vuole ricordare e andare avanti, sempre in direzione ostinata e contraria. Punto e a capo.