La Mafia E’ Una Montagna Di Merda

Di: - Pubblicato: 20 novembre 2017

Di Maurizio Anelli

 

La mafia è una montagna di merda” diceva Peppino Impastato, e in questa definizione c’è tutta la verità sulla mafia. Perché per quante analisi si possano fare, per quanti libri si possano leggere e studiare, questo ultimo rimane il giudizio più lucido e tremendamente vero. In questi giorni in tanti sono intervenuti per dire la loro su Totò Riina, il “capo dei capi”, l’uomo che si è sempre vantato di essere stato il regista delle stragi che regalarono la morte a Carlo Alberto Dalla Chiesa e Giovanni  Falcone. La sua storia e la sua vicenda processuale sono conosciute da chiunque voglia conoscerle, difficile scegliere quale sia il più orrendo dei crimini di cui doveva rispondere. In questi ultimi mesi e in particolare negli ultimi giorni della sua vita ho sentito spesso la parola “pietà”, l’ho sentita in dibattiti e in tanti articoli di giornali, usata a sproposito  nei confronti di colui che non ha mai mostrato di conoscerne il significato. Ho anche sentito dire che la morte chiude i conti e che ognuno dovrà rispondere a Dio della propria vita. Non mi interessa partecipare a questi dibattiti ma credo che ognuno debba rispondere prima di tutto davanti allo Stato e agli Uomini delle proprie azioni e dei propri crimini, poi se un Dio avrà tempo e voglia di indagare e giudicare non posso saperlo, è un compito che spetta a lui o chi per lui. La sua morte chiude la sua vita, ma lascia senza risposta troppe domande che da anni la gente onesta aspettava di sentire e aspetta ancora. Aspetta queste risposte da sempre, da quando la mafia esiste e, un giorno alla volta, è entrata nello stato dalla porta di servizio e si è poi seduta in salotto su comode poltrone.

Da quel salotto la mafia ha pianificato la sua esistenza e quella degli altri: ha costruito palazzi e quartieri, ha deciso quale traffico era più redditizio, ha usato la politica e le Istituzioni, ha eletto Sindaci, Deputati e Senatori, ha condizionato le scelte economiche e sociali non solo di un’intera Isola come qualcuno pensa, o pensava fino a poco tempo fa, ma di un intero Paese. Ha deciso quali Prefetti servivano e quali Prefetti dovevano morire su una macchina insieme alla propria donna. Ha infiltrato le sue pedine nello scacchiere della Giustizia, ha protetto e favorito la carriera di quei Giudici e quei Magistrati di cui si è servita e a deciso quali Giudici e quali Magistrati dovevano morire, su un tratto di autostrada o davanti alla porta di casa. Ha deciso come e quando mettere alcuni Giudici contro altri Giudici …  ci ricordiamo tutti di quello che successe quando si trattò di nominare il sostituto di Antonino Caponnetto: era il 19 gennaio 1988 e Antonino Meli divenne il nuovo consigliere istruttore di Palermo perché quel posto non doveva essere occupato da Giovanni Falcone. Ha costruito banche e quando non le ha costruite le ha popolate dei propri servi, capaci di spostare e ripulire soldi e attività. Ha deciso quali giornalisti dovevano scomparire e quali potevano continuare a scrivere sui loro giornali e sui giornali amici. Ha deciso come intimidire e minacciare chiunque abbia avuto il coraggio di sbarrarle la strada. Ha deciso come regolare i propri conti anche all’interno della propria struttura e, per farlo, non si è fermata nemmeno di fronte a un bambino ucciso e sciolto nell’acido. Ha deciso quando una stagione doveva essere quella delle stragi e quando quella stagione doveva finire. Di quale pietà vogliamo parlare? Se vogliamo trovare una data di partenza di tutto questo cammino possiamo scegliere il 1 Maggio 1947, e percorrere la strada che da Portella della Ginestra porta ai giorni nostri.

Lungo quella strada questo Paese ha perso sé stesso e troppe vite preziose. Erano le vite di chi ha dedicato un’esistenza ricca di umana intelligenza e dignità a combattere la mafia, i nomi di queste persone li conosciamo tutti, da Portella della Ginestra ad oggi passando per via Carini il 3 settembre 1982, per Capaci, per via D’Amelio. Lungo quella strada per anni i capi, i capi dei capi e la loro manovalanza hanno potuto vivere nella latitanza, qualcuno in paradisi dorati altri addirittura nella loro casa o a poche centinaia di metri da quella casa. Quindi ? Davvero si può pensare che tutto questo sia potuto accadere senza alti livelli di complicità e di connivenza, se non di protezione, da ricercare nelle stanze di quel Palazzo che si chiama Stato ? In tanti, troppi, hanno negato e ridotto a chiacchiera da bar una parola che invece andrebbe sviscerata, una parola semplice che indica una strada che potrebbe rispondere a tante domande: trattativa.  Trattativa significa che forse qualcuno è sceso a patti, che forse un livello di complicità va cercato e individuato, che forse lo Stato o una parte del suo apparato ha promesso qualcosa in cambio di qualcos’altro.  Se anche solo per un momento torniamo a quel 1 Maggio 1947,  se torniamo ai prati di Portella della Ginestra, forse vediamo che quella trattativa era già in atto: la storia ci racconta come in quella strage fossero a vario titolo coinvolti apparati dello Stato, mafia, ambienti fascisti, servizi italiani e americani, massoneria. ( http://temi.repubblica.it/micromega-online/stato-mafia-lorigine-del-patto-portella-della-ginestra-e-salvatore-giuliano/).  Ma non è tutto così semplice, e non è tutto collegabile ad un solo “grande vecchio”. Giovanni Falcone, nel suo libro affermò che “… Attraverso un percorso misterioso, per non so quale rozzezza intellettuale, il nostro ‘terzo livello è diventato il ‘grande vecchio’, il ‘burattinaio’, che dall’alto della sfera politica, tira le file della mafia. Ma la realtà è più semplice e più complessa nello stesso tempo.  Si fosse trattato di tali personaggi fantomatici, di una ‘Spectre’ all’italiana, li avremmo già messi fuori combattimento: dopotutto, bastava un James Bond”. (Giovanni Falcone, Cose di cosa nostra, Rizzoli, 1992, pag. 168). È su quella frase “… la realtà è più semplice e più complessa nello stesso tempoche si dovrebbe ripartire.

No, non mi interessa parlare di pietà nei confronti del “Capo dei Capi”. Non è importante sapere se avrà o meno un funerale religioso e aperto alla partecipazione di chi vorrà accompagnare la sua bara. Non è importante dire che la morte chiude sempre i conti e che Dio saprà giudicare. È fuorviante, e come dice il dizionario la parola fuorviante indica “…Che allontana e distrae dal vero”. E il vero di cui oggi come ieri le persone hanno bisogno è capire e sapere se lo Stato c’è, esiste davvero nel Paese, nei territori, nelle città. In Sicilia come in ogni angolo del Paese.  Capire e sapere se nello Stato e nelle sue Istituzioni si può e si deve avere fiducia, se il legame che esiste fra la mafia e una parte degli apparati dello Stato continuerà a soffocare la gente onesta che esiste in Sicilia come in ogni parte del Paese o se, davvero, quel vento di cambiamento che questa gente aspetta da cent’anni potrà soffiare finalmente. Questo Paese ha le carte per giocare questa partita, è la storia stessa della mafia che ci racconta quante siano state e quante ancora oggi siano le persone di cui la mafia ha paura. Queste persone non hanno bisogno del  tritolo o di un kalashnikov, le armi che usano hanno un vestito diverso e il colore della legalità, della cultura e di quella cosa che in tanti hanno dimenticato: l’onestà, politica e intellettuale. Queste persone sono ovunque, anche a Corleone. Hanno solo bisogno di non sentirsi abbandonati nelle mani del padrino di turno, che si chiami Luciano Liggio, Bernardo Provenzano o Totò Riina. Lo Stato è in grado di essere al loro fianco ? Lo vuole davvero ? Lo dimostri, nei fatti e nella politica di tutti i giorni. Perché se questo Paese ha perso la voglia di lottare, di credere e forse anche di sperare, qualche volta bastano alcuni segnali per restituire tutto questo, solo bisogna farlo senza perdere altro tempo.

“La mafia è una montagna di merda” diceva Peppino Impastato, giornalista, antifascista e nemico della mafia. Lui, figlio di un mafioso, la mafia la conosceva bene e la combatteva con le idee e con le denunce dalla sua radio fino alla fine, la notte del 9 maggio 1978, quando tutto il Paese parlava di Aldo Moro e nessuno, tranne i suoi compagni, sembrò accorgersi che un ragazzo che lottava contro la mafia veniva fatto saltare in aria. Peppino Impastato aveva ragione. E il letame attira le mosche da sempre, le mosche banchettano sul letame e da esso traggono alimento e lo trasportano ovunque si posano successivamente.

Ma anche le montagne possono cadere, e le mosche si possono schiacciare.