La Paura Della Cultura

Di: - Pubblicato: 30 Lug 2018

Di Maurizio Anelli.

L’arte che fa paura. Fanno paura le immagini, come quelle di un murale che diventa un grido di denuncia che fa tremare anche uno Stato potente come quello di Israele. Jorit Agoch è un artista nato a Napoli, da padre italiano e madre olandese. La sua storia di artista comincia da ragazzino, dipingendo i muri della sua città, Quarto, periferia di Napoli. Il ragazzo ci sa fare, frequenta l’Accademia Di Belle Arti a Napoli e si laurea con il massimo dei voti. Compie molti viaggi in Africa e l’Africa lascia sempre il segno in una persona sensibile. Torna in Italia e da quel momento dipinge solo volti, questi riportano sempre due strisce rosse sulle guance, ricordo di lontani rituali africani. È bravo Jorit, le sue immagini fanno il giro del mondo. Lo stato di Israele, però, non è fra i suoi ammiratori e un bel giorno l’esercito israeliano toglie i colori dalle sue mani e li sostituisce con le manette. Viene arrestato a Betlemme. La sua colpa? Aver disegnato un’opera d’arte sul muro della vergogna: il volto di Ahed Tamimi. Nella serata di domenica 29 luglio viene rilasciato ma espulso dal Paese, con l’accusa di aver “danneggiato e imbrattato la barriera di difesa nella zona di Betlemme”

Ahed Tamimi, diciassette anni. Liberata nella mattinata dello stesso giorno dalle prigioni israeliane dopo otto mesi di carcere. La sua colpa? Uno schiaffo dato a un soldato dell’esercito israeliano che voleva impedirle di partecipare a una manifestazione contro l’occupazione. Quello schiaffo è stato un atto di ribellione non solo contro il soldato e l’esercito: è stato lo schiaffo che i giovani palestinesi dell’ultima generazione hanno dato a una serie infinita di promesse non mantenute e di accordi violati. È stato lo schiaffo, consapevole, di chi non si arrende e decide di battersi in prima persona per difendere la propria dignità, il proprio diritto ad esistere. Quello schiaffo ha fatto di Ahed Tamimi un’icona dentro e fuori dai territori palestinesi, il simbolo di chi non si piega di fronte a nulla. Le sue prime parole, dopo otto mesi nelle carceri di Israele sono un inno alla dignità: “La resistenza continuerà finché l’occupazione non sarà stata rimossa”.

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2018/07/29/medio-oriente-gaza-israele-tamini-strett-artist-murale_ce4f2978-733e-4921-8e60-a3c7d3c337ae.html

L’arte fa paura, da sempre. Come la poesia, la musica, la scrittura… perché è la cultura nel suo insieme che mette paura. Lo pensava anche il Generale Augusto Pinochet quando ordinò ai suoi servi di spezzare la vita e le mani di Victor Jara, poeta e musicista del sogno cileno. La sua storia si fermò nelle fetide camere di tortura cilene passando per uno stadio, il suo corpo fu ritrovato crivellato di colpi ma il popolo cileno continuò a cantare le sue canzoni e ancora oggi le canta. Victor Jara vive ancora nella mente e nel cuore di quanti lo hanno amato e hanno saputo danzare e sognare sulle note delle sue canzoni. Dopo oltre quarantacinque anni i suoi assassini sono stati individuati, troppo tardi e troppo piccola la loro condanna. Ma un giorno, prima o poi, anche il loro libro si chiuderà veramente, e quel giorno sarà un bel giorno per l’umanità intera.

Nell’ agosto 1912  a Bahia, in Brasile, nasceva Jorge Amado. Scrittore sovversivo e comunista militante, conobbe l’esilio e il carcere dove, in cella, seppe del rogo dei suoi libri nella pubblica piazza. Che cosa aveva da temere il Brasile degli anni ’30 dai suoi libri? Era il Brasile di Getulio Vargas, che aveva instaurato una dittatura fascista chiamandola “Estado Novo”. Non erano tanto i libri di Jorge Amado a fare paura, quanto i lettori che attraverso quei testi avevano la possibilità di meglio comprendere la propria condizione, “rischiando” una presa di coscienza pericolosa e potente. Negli anni ’30 i libri si bruciavano, in Europa come in Sud America.  Qualcuno vorrebbe bruciarli ancora oggi. La parola, detta scritta e persino disegnata in un murale, può cambiare il mondo in ogni momento più di un fucile. Noi, in questo Paese, lo sappiamo bene da tanto tempo. Lo abbiamo imparato e studiato, dai tempi del ventennio fascista ai giorni nostri. Penso a Giuseppe Fava o Peppino Impastato, penso a Ilaria Alpi. Penso anche ad Anna Politkovskaja, che ha sfidato il potere di Vladimir Putin e che per questo ha pagato due volte: prima con la sua vita e poi con le volgari risate di Silvio Berlusconi, premier d’annata che voleva compiacere l’amico Putin. Il Potere da sempre prova a mettere il bavaglio al pensiero e al coraggio della parola. Prima in modo subdolo, provando ad ammorbidirlo e sedurlo, quando poi tutto questo non basta con l’intimidazione e la repressione. Sempre, comunque, il potere cerca una giustificazione etica e morale di fronte alla paura della cultura, cerca consenso, e lo fa con ogni mezzo a partire dai più subdoli.

La cultura fa paura, quella sì. E non la si tollera, anzi la si disprezza. E allora ci si rifugia dietro ad un paravento, come fa il Governo di Israele che accusa un ragazzo di aver “danneggiato e imbrattato la Barriera di difesa nella zona di Betlemme”: quell’immagine sul muro della vergogna, a Betlemme, ha già fatto il giro del mondo, è la storia di Ahed Tamimi che ha solo diciassette anni, ha già conosciuto la rabbia, l’umiliazione e il carcere, ma non si è piegata. Potranno cancellarlo con una mano di calce o di vernice ma i reporter di tutto il mondo l’hanno già fotografato e resterà nella memoria, come un Guernica dei nostri tempi. Così come hanno fatto il giro del mondo le canzoni di Vicor Jara e i libri di Jorge Amado. Perché si possono spezzare mani e chitarre ma quelle canzoni qualcuno le canterà, sempre e ancora.

“… con gli ideali e con i sentimenti si costruiscono delle realtà sognate. La realtà, quella vera, è quella che ci aspetta fuori dalle porte del teatro. E per modificarla, se vogliamo modificarla, c’è bisogno di gesti concreti, reali. Però penso che un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura.” (Fabrizio De André)