La Porta Di Casa

Di: - Pubblicato: 18 Novembre 2020
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C’è un mondo del “tutti contro tutti” che chiude la porta al pensiero. Quella porta dovrebbe sempre restare aperta, perché è l’unica possibilità di dare un senso all’esistenza. Non c’è bisogno di nessuna fede religiosa cui affidare il proprio destino per capire che la vita è qualcosa che ci appartiene: conoscere, provare a capire, è un obiettivo e una necessità per camminare con dignità su ogni strada.

La strada di adesso assomiglia a qualcosa che toglie il respiro, più dura di sempre: ogni curva sputa in faccia un grido di rabbia, di dolore. Dietro quella rabbia e quel dolore ci sono tutte le nostre paure, non c’è solo un virus invisibile e subdolo, c’è qualcosa che va oltre: è quel senso di impotenza che entra nella mente come un tarlo che lavora in silenzio, che ti fa dire che nulla è più possibile perché tutto è immutabile. È lui, il tarlo vigliacco che ti suggerisce di chiudere quella porta che invece, oggi più di sempre, deve restare aperta. Quando chiudiamo una porta condanniamo noi stessi a una non-vita, ci condanniamo a non essere, a non provare rabbia ed emozioni, a non ascoltare il nostro istinto.

Ysuf aveva solo sei mesi. Per venire al mondo aveva aspettato nove mesi, al sicuro nel grembo di quella madre di diciassette anni su cui la vita ha rovesciato tutta la sua violenza. A diciassette anni la vita dovrebbe essere solo un sogno da vivere di corsa sulla strada del futuro. Per lei non è stato così e la sua corsa sarà solo l’inizio di una notte senza più sogni.

Nove mesi per venire al mondo, ma il mondo lo ha rifiutato dopo sei mesi soltanto. Yusf veniva dalla Guinea ed è morto in quel Mare Mediterraneo dove si continua a morire anche al tempo della Pandemia. I volontari di Open Arms lo hanno raccolto dal gommone su cui viaggiava da giorni insieme a quella madre di diciassette anni. I medici di Emergency hanno provato a salvarlo, ma è stato tutto inutile. Inutile, perché l’importanza del soccorso in mare non viene ancora presa in considerazione dalla Comunità Europea e quella parola, “corridoio umanitario”, resta sempre e soltanto una parola inascoltata, rifiutata. La fotografia scattata subito dopo il naufragio è un quadro spietato della nostra società: Ysuf è fra le braccia di un soccorritore di Open Arms ai tempi del Covid, protetto da visiera e mascherina. Attorno a loro il Mare Mediterraneo e una sola nave libera di soccorrere.

Open Arms denuncia i ritardi nell’intervento delle autorità europee nonostante fossero state sollecitate a prendersi cura dei sopravvissuti. Ora la procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta sul naufragio di mercoledì, affidata al procuratore aggiunto Salvatore Vella e alla sostituta Sara Varazi. Il riferimento è sempre e ancora l’articolo 12 del testo unico sull’immigrazione, che punisce l’immigrazione clandestina ma riconosce anche il dovere del soccorso in mare.

I magistrati sottolineano che non sono esclusi ulteriori sviluppi.

Il giorno dopo il naufragio, Open Arms rende pubblico un video drammatico, durissimo.  Si vede e si sente il grido di una madre che urla: “I lost my baby”, ho perso il mio bambino. C’è chi ha giudicato quel video come inopportuno, eccessivo. Invece è un atto d’accusa doveroso e inevitabile, e come ogni atto d’accusa è duro e fa male. Ineccepibile la scelta di Open Arms e le motivazioni della stessa:

Una giornata lunga e drammatica, verrà il momento per il dolore, ora continuiamo a salvare vite. Questa notte, dopo aver soccorso barca alla deriva con 64 persone, abbiamo ottenuto evacuazione d’urgenza con elicottero della Guardia costiera per 6 persone. Oggi il ponte della Open Arms ospita 257 persone e i corpi senza vita di 5 esseri umani. Il Mediterraneo è un cimitero senza lapidi.

Abbiamo riflettuto se fosse il caso di mostrare il grido del naufragio, il dolore e la disperazione. Abbiamo deciso di rendere pubblico quello che accade in quel tratto di mare perché i nostri occhi non siano i soli a vedere e perché si ponga fine a tutto questo, subito”.

Nella notte del 14 novembre duecento migranti sono stati riportati in Libia dalla Guardia costiera libica, e questo ripropone ancora l’inaccettabile e vergognosa questione degli accordi con la Libia.

Intanto il Cimitero dei migranti di Lampedusa si stringe, per far posto a quel piccolo uomo di sei mesi.

La storia di Ysuf è solo l’ultima in ordine di tempo. È la storia di un cucciolo d’uomo a cui gli uomini hanno negato il permesso di diventare adulto. Non ha fatto in tempo a conoscere nulla della vita, nemmeno il tempo di un gioco nel cortile di casa.

Nel settembre del 2015 un’altra fotografia aveva fatto il giro del mondo, era quella del piccolo Aylan.

Aylan aveva tre anni, era nato a Kobane e la fotografia del suo piccolo corpo a faccia in giù sulla spiaggia, stretto nella sua maglietta rossa, aveva commosso, emozionato, aveva fatto correre un brivido di rabbia e di freddo sulla schiena di tutti. Ma il mondo dimentica tutto e dimentica in fretta, e allora i veri sconfitti siamo noi, gli adulti di una società sbagliata e violenta, dove restare umani è una scommessa quotidiana che troppe volte perdiamo.

Fra pochi giorni si celebra l’ennesima giornata mondiale che serve a lavare le coscienze degli Stati e dei Governi: sarà il 20 Novembre, la Giornata Mondiale dell’Infanzia, che celebra l’approvazione della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza da parte di tutti gli Stati del mondo.

Quante cose si possono vedere quando si decide di non chiudere la porta. Tante volte la porta si chiude per paura di quello che c’è al di fuori e, chiudendola, pensiamo di proteggere noi stessi. Altre volte la chiudiamo per paura che le vergogne che abitano dentro di noi possano uscire e rivelare al mondo chi siamo veramente. Restano poche certezze, a cui ci aggrappiamo e a cui chiediamo un aiuto per uscire dalla nostra stanza buia, perché ci sono albe che cominciano male.

L’alba dell’anno 2020 era cominciata male e il suo tramonto sembra, se possibile, ancora più sbagliato.

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