La Primavera Che Non Muore

Di: - Pubblicato: 2 Febbraio 2021

Di Maurizio Anelli.

“Non è vero che le persone smettono di inseguire i sogni perché invecchiano, diventano vecchi perché smettono d’inseguire i sogni…(Gabriel García Márquez).


I sogni nascono sempre in primavera. Non sempre è così ma così mi piace pensare, come se il silenzio e il letargo dell’inverno chiamassero una nuova stagione a ritrovare la voce e il coraggio. Così mi piace pensare perché la primavera ha il profumo di un fiore Partigiano che ci ricorda il 25 Aprile.

Il maggio francese, la “Primavera di Praga”, la rivoluzione dei garofani in Portogallo, la “Primavera di Palermo” quando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino potevano dire con un sorriso: “…la gente fa il tifo per noi’“. Anche in Egitto la primavera aveva regalato un sogno, e non solo. Sono passati dieci anni dalla “Primavera araba”, ma l’Egitto ha già dimenticato quel sogno e quei colori.

Il generale Abdel Fattah Al-Sisi ha spento la luce e l’Egitto è ritornato nel suo inverno, freddo e buio. L’inverno egiziano ha riempito le carceri di prigionieri politici ed eseguito decine di condanne a morte, nel silenzio e nell’indifferenza dell’Occidente e di un’Europa che ormai ha scelto di chiudere gli occhi sui diritti umani. È una scelta che preoccupa, spaventa e lascia una profonda amarezza. Quando Al-Sisi destituì il presidente eletto, Mohammed Morsi, festeggiarono tutti, anche in Egitto: certo, Morsi aveva tradito la rivoluzione del 2011 e l’aveva fatto con leggi liberticide e antidemocratiche. A sette anni da quello che, comunque, fu un “golpe”, la situazione in Egitto è precipitata in un buco nero senza fondo, dove la parola “democrazia” non trova nessuno spazio.

La Rete araba per i diritti umani stima che i tribunali egiziani abbiano condannato a morte circa tremila persone da quando, nel 2014, Abdel Fatah Al-Sisi ha preso il potere in Egitto. Di queste, secondo le inchieste condotte dall’Agenzia Reuters e da Amnesty International, sono poco meno di duecento quelle già eseguite. Dagli stessi dati emerge chiaramente l’aumento del numero di civili processati nei tribunali militari e quello delle condanne a morte emesse da giudici militari.

La durezza della repressione contro ogni forma di dissenso cancella di fatto tutte le speranze di libertà coltivate nella rivolta della Primavera araba del 2011, eppure, l’Egitto di Al-Sisi rimane l’amico e l’interlocutore di tutte le “democrazie” occidentali. Perché? Qual è il reale peso specifico degli investimenti europei nella terra di Al-Sisi?

Nel dicembre del 2020 la Francia di Emmanuel Macron riceve il dittatore egiziano con tutti gli onori e, nell’incontro all’Eliseo, gli conferisce la Gran Croce della Legion d’Onore. In molti hanno trovato un parallelo con l’appoggio e gli aiuti economici che nei primi anni ’70 Valéry Giscard d’Estaing riservò al dittatore Bokassa. Erano i tempi in cui la Francia aveva bisogno dell’uranio e nel Centrafrica, dove Bokassa si era autoproclamato imperatore, di uranio ce n’era davvero tanto.

L’Italia non è da meno della Francia. Nessuna Legion d’onore ma armi, tante armi. 

La scomparsa di Giulio Regeni e il suo assassinio non ha cambiato nulla nelle relazioni fra Italia ed Egitto, anzi…la vendita degli armamenti è continuata come e più di prima e nonostante le risoluzioni europee che esortavano una sospensione delle forniture. E allora nascono domande e forse le risposte sono più semplici di quello che sembra: c’è qualcosa che va oltre un contratto di vendita, c’è qualcosa che delinea un quadro politico e strategico. L’etica e i diritti umani non contano nulla davanti ad un quadro geopolitico che cambia di continuo, e l’industria bellica ha un ruolo di primo piano in tutto questo perché garantisce denaro fresco e assicura il controllo di quel quadro. L’Egitto ha un ruolo di primo piano nella politica nordafricana e nel business del gas dell’area del Mediterraneo. A chi importa della vita di Giulio Regeni o di Patrick Zaki, attivista egiziano detenuto nelle galere egiziane da più di un anno? A chi importa dei sogni che una primavera porta con sé?

Non importa a nessuno, questa è l’amara realtà, perché lo stesso Governo che aveva promesso solennemente di essere inflessibile su Giulio affermando che senza una verità sulla sua morte non avrebbe fatto nessun accordo commerciale con l’Egitto, rinnega e dimentica tutto. Così sono state vendute le Navi militari di Fincantieri all’Egitto, perché così volevano Fincantieri, Leonardo e i giocatori di poker seduti al tavolo della politica. E poi, in fin dei conti, quanto vale davvero la primavera di Giulio e quella di Patrick di fronte agli equilibri della politica e del potere? Sono soltanto due fiori recisi, come quelli che si mettono in centrotavola nelle grandi occasioni… una cena di Natale, un anniversario, un pranzo diplomatico all’Eliseo o all’ambasciata di turno.

Ogni stagione ha una sua primavera, anche se il tempo sfuma i colori: a Praga in tanti hanno già quella stagione e, in Italia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vengono ricordati solo nelle commemorazioni ufficiali ma la loro memoria e il loro insegnamento sono un esempio per pochi intimi: in queste settimane a Reggio Calabria si svolge, nel silenzio assordante dei media, il più grande processo contro la ‘ndrangheta ma sembra che non interessi a nessuno. Lo stesso fiore Partigiano che ha restituito dignità e libertà al popolo italiano è diventato ingombrante, e i fascisti del nuovo millennio tornano a ringhiare e ad alzare la voce in spregio a quella Costituzione nata dalla lotta di Resistenza.

Ma ci sarà ancora la Primavera, ci sarà sempre. Da qualche parte esisterà sempre una voce capace di alzarsi, fuori dal coro, per chiedere la verità su Giulio Regeni e la libertà per Patrick Zaki, per ricordare a tutti il diritto di esistere del popolo di Palestina, per denunciare la vergogna dei vigliacchi che non vedono i migranti che cercano solo una vita lontano da guerre e dittature. Quella voce sa che dovrà fare i conti con Governi, diplomazie e Consigli d’Amministrazione, con l’indifferenza di chi non sa guardare oltre il proprio giardino. Sembrerà piccola quella voce, ma saprà crescere e sarà difficile metterla a tacere, perché per ogni voce che verrà spenta un’altra si alzerà. Utopia? Sogno? Favola? Può darsi, ma così sarà perché se l’uomo invecchia nel suo cammino, l’idea rinasce sempre da qualche parte. L’idea non muore mai, come la primavera.