La Sinistra svolta o ci ricasca?

Di: - Pubblicato: 19 giugno 2017

A cura di Massimiliano Perna

 

 

Delle riflessioni sull’ultima tornata elettorale ci rimangono ormai impressi tre concetti: il Pd regge ma perde terreno, la destra cresce, i 5 stelle, nonostante gli equilibrismi mentali e come sempre fanatici dei suoi fan, hanno fatto flop. A corollario di questi che sono ormai tre punti fermi dei commentatori, c’è l’immancabile e scontato mantra: “Certo, queste sono amministrative e quindi il dato è differente da un voto politico”. Una certezza che, però, in un elettorato fortemente orientato dal dibattito nazionale, scricchiola un po’. Ma tant’è. Una cosa su cui, invece, queste elezioni non possono proprio fornire indicazioni è la sinistra. Troppo presto per giudicare un’area che, dopo l’ennesima serie di scissioni, è in piena riorganizzazione. Il voto amministrativo non può essere ancora preso come punto di riferimento. Allora concentriamoci su quello che sta avvenendo, cioè sulla ricostruzione di una forza con una precisa identità di sinistra. Facciamo una premessa: Campo Progressista, la formazione di Pisapia, si muove più su una linea di centro-sinistra, che mette insieme ex Sel e l’area più moderata, come quella rappresentata da Tabacci. Non è un caso che questa formazione neonata è già proiettata su una possibilità di intesa/alleanza con il Pd. Per tale ragione, non è da considerarsi dentro i confini della sinistra. In questo momento, le principali forze identificabili nell’area sono Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista e, almeno nei proclami, il Movimento Democratico Progressista (Mdp) fondato dai fuoriusciti dal Pd. A queste forze sembra essere affidato il compito di provare a trovare il modo di ridare un riferimento all’elettorato di sinistra, soprattutto quello deluso, emarginato, stanco e disilluso. Si dibatte tanto in questo periodo e, nonostante parliamo di una realtà che, negli ultimi anni, ha raggiunto complessivamente percentuali molto basse a livello nazionale, le mosse, il fermento, le strategie, i tentativi di trovare una strada nuova e stabile vanno sempre osservati. Senza pregiudizi, ma anche senza facili entusiasmi. A questa nuova fisionomia della Sinistra, negli ultimi mesi si sono rivolti in tanti, comprese personalità che, seppur impegnate in battaglie culturali, ambientali o politiche, si muovono al di fuori dei confini partitici. Un esempio è rappresentato da Tomaso Montanari e Anna Falcone, i quali hanno lanciato un appello alla Sinistra per la grande reunion svoltasi ieri, una “assemblea popolare per la democrazia e l’uguaglianza”. Un momento di incontro e confronto partito “dal basso”, ossia dalla spinta di due personalità che chiedono un cambio di rotta e un passo in avanti verso una nuova unità, con sguardi e presupposti nuovi. Ma sarà vero? Quali sono le ragioni per fidarci di questa rinnovata spinta unitaria? Nessuno mette in dubbio che Montanari e Falcone siano animati da sentimento e passione, ma la risposta, varia ma favorevole, delle principali forze di sinistra fa sorgere il sospetto che ci troviamo davanti a un copione già concordato. A pensar male, si potrebbe supporre che l’accordo sia stato già raggiunto in precedenza, ma che per l’atto formale di alleanza politica (ed elettorale) serviva un passaggio diverso da una conferenza stampa congiunta dei segretari. Serviva un grimaldello, un atto di movimento o comunque in qualche modo esterno ai partiti. Un appello sincero da cogliere al volo oppure un appello ragionato e scientifico da usare come segno credibile di una strada diversa rispetto a quella del passato, dove le tante forme di alleanza a sinistra sono state siglate da scelte delle segreterie, spesso pericolanti o a corto di ossigeno, ma pronte a ritrovare vigore per momenti di unità che nascevano più dal bisogno che dalla convinzione. E che poi duravano il tempo di una campagna elettorale o poco più. Questo è proprio il punto più importante su cui riflettere. Ha senso questa ennesimo tentativo di riunire forze che, tra loro, nel profondo, non sono d’accordo su molte cose e, probabilmente, sulla stessa idea di sinistra? Ha senso promuovere questi approcci unitari giusto quando si avvicina una contesa elettorale per il rinnovo delle camere? Qual è il reale obiettivo? In poche parole, il rischio è sempre quello di perdere credibilità. Il sospetto è sempre quello di avere come obiettivo unico il raggiungimento di una percentuale che possa dare qualche speranza (ai più ottimisti) di ottenere un seggio al Parlamento. Ma è davvero questo il senso di una sinistra in un Paese e in un tempo come il nostro? Sembra che da questa parte ci sia un tema tabù da anni, ossia il coraggio politico. Il coraggio è stato calpestato, umiliato, svenduto a più riprese. La convenienza dell’oggi ha distrutto la nobiltà del domani. Quello che manca è proprio comprendere che gli elettori di sinistra, quelli veramente di sinistra, al di là delle singole sfumature, vogliono il coraggio di una scelta che guardi lontano. Per farlo, la sinistra dovrebbe depurarsi dall’ossessione elettorale. Ricordarsi che la politica si fa prima di tutto nel territorio, come si faceva un tempo. E non mi dicano che servano i soldi o i fondi e che per questo si punta ad avere deputati. La politica, se la si fa tra la gente, non ha bisogno di soldi ma di presenza, ascolto, dialogo, azione. Con mille strumenti a disposizione. Gratuiti. È la democrazia che ce li dà, ma ci siamo convinti che oggi tutto abbia un costo, anche far politica nei territori. Si deve tornare a parlare con la gente: non è uno slogan, ma qualcosa che si può e si deve fare, secondo i propri valori più belli e antichi, comprendendo al contempo che il mondo e le classi sociali sono cambiati, ma che le ingiustizie sono identiche e persino aumentate. Proprio lì in mezzo bisogna stare, se davvero ci si definisce di sinistra. Altrimenti è un altro bluff, un altro mosaico di segreterie, strateghi più o meno infelici, personaggi litigiosi. Che si lascino perdere allora le alleanze di comodo se non c’è piena condivisione di valori. Il passato non deve ripetersi. Serve credibilità e per questo bisogna organizzarsi per bene nelle realtà territoriali, affrontando i problemi (tanti) che esse propongono. In una prospettiva di cinque o anche dieci anni di lavoro quotidiano, sul campo, coralmente e senza protagonisti o primi della classe, perché di Berlinguer all’orizzonte sinceramente non se ne scorgono. C’è da colmare, in una versione non anacronistica ma nemmeno scolorita, quel vuoto che, nella politica italiana, è stato lasciato dalla sinistra. Un vuoto di riferimenti certi per chi ha visioni del mondo e dell’umanità che da altre parti non esistono o sono state accantonate o rimosse. Ce la faranno? Personalmente ho dei dubbi, ma la speranza non muore mai. Purtroppo, però, nemmeno il masochismo reiterato.