La Terra di nessuno e la bellezza dell’utopia

Di: - Pubblicato: 14 Luglio 2021

di Maurizio Anelli

Quella “Terra di nessuno” dove niente ha più valore, dove la cultura dell’abuso contamina l’uomo e lo spoglia di ogni traccia di umanità. Difficile capire l’origine della cattiveria: forse qualcuno nasce malvagio oppure lo diventa con il tempo, con il cattivo esempio e per quel senso di impunità che entra nella mente senza passare dal cuore. Resta quell’odiosa e primordiale traccia di ferocia che esce dall’armatura umana ed esplode, opprime e sopprime chi cammina dall’altra parte della strada.

Il potere, e non conta quanto grande sia, ubriaca facilmente gli uomini, li plasma un giorno alla volta e li trasforma secondo le proprie esigenze: tante volte li veste con una divisa e crea il suo personale esercito della salvezza, a cui affidare il compito vigliacco di gestire l’ordine con ogni mezzo e a qualunque prezzo. In genere il compito viene svolto in silenzio, senza dare troppo nell’occhio, altre volte viene eseguito a voce alta, senza vergogna e alla luce del sole come a voler dimostrare di non temere niente e nessuno.

Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il compito è stato eseguito in questo modo e in favore di telecamere. C’era la convinzione che quelle telecamere sarebbero state spente e che, in ogni caso, nulla sarebbe trapelato, c’era la certezza di quel senso di impunità che viene dall’indossare una divisa dello Stato, quello Stato che ha sempre protetto, tollerato e incoraggiato il compito. Quello Stato che ha sempre coperto ogni nefandezza dei suoi uomini peggiori, occultando prove e testimonianze, minacciando chi osava denunciare e chi non si allineava.

Santa Maria Capua Vetere è solo l’ultimo anello di una “catena di comando” che negli anni ha sputato sulla Costituzione e sul proprio giuramento di fedeltà alla Costituzione. Sono passati vent’anni esatti dal G8 di Genova: Amnesty International commentò quei giorni come “…una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea”. A quelle violenze di massa, lo stato italiano rispose con l’impunità e pene minime, in molti casi con promozioni per i colpevoli, in ogni caso senza assunzione di alcuna responsabilità. Per tutto questo l’Italia ricevette una serie di condanne dalla Corte europea dei diritti umani, ma poco o nulla cambiò. Ancora oggi la discussione sui codici identificativi rimane lettera morta. Ma Genova non fu un fatto isolato e non fu l’ultimo: la morte, in seguito alle violenze subite, di Federico Aldrovandi in una strada sotto la luna di Ferrara e la morte in carcere di Stefano Cucchi sono il simbolo del modo di agire che molti rappresentanti delle forze dell’ordine hanno fatto loro. Questo modo di agire non può essere considerato come la variabile impazzita di alcune mele marce. Quando le mele marce sono tantissime significa che l’albero è malato alle radici. E le radici sono “la catena di comando”, perché è vero che le violenze sono materialmente eseguite dai singoli ma è fuori discussione che i singoli sanno che qualcuno li proteggerà dall’alto.

A Genova, come a Santa Maria Capua Vetere, i protagonisti delle violenze erano in maggior parte agenti di Polizia che arrivavano da altre sedi. Perché fare arrivare i giustizieri da un’altra città?

Quanto successo a Santa Maria Capua Vetere è passato sotto silenzio per moltissimi mesi, eppure la situazione nelle carceri italiane, che già di suo era ed è grave e preoccupante, è esplosa durante la prima fase della pandemia da Covid in tante città italiane. Carceri fatiscenti e condizioni di sovraffollamento oltre il limite dell’umano, isolamento dei detenuti: tutto ha contribuito a innescare l’Incendio finale. Ogni giorno che passa racconta nuove verità: Samuele Ciambriello è il Garante campano dei detenuti, e in una dichiarazione rilasciata alla RAI afferma che “…quello che abbiamo visto nei video e nelle foto che stanno girando è solo una parte delle violenze, le immagini più raccapriccianti sono nei video che ha solo la Procura”.

https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Santa-Maria-Capua-Vetere-violenze-in-carcere-Ci-sono-immagini-piu-raccapriccianti-33614f8f-7397-4c42-9952-66fd53ea220f.html.

E questa è la cronaca, che diventa storia. Poi c’è qualcosa che va oltre la cronaca e, forse, non entra nemmeno nella storia ufficiale ma in quella che è la nostra storia personale: è qualcosa che fa parte di noi, di come e quanto si reagisce e ci si indigna di tutto questo, fino a che punto tutto questo entra a far parte della nostra voglia di sentire questi schiaffi come se fossero rivolti anche sulle nostre guance, sul nostro vivere quotidiano. Perché in carcere ci sono altri, così come altri erano sulle strade di Genova, nella scuola Diaz o a Bolzaneto vent’anni fa.

E poi Federico Aldrovandi, e Stefano Cucchi… C’è un quotidiano da vivere, e in quel quotidiano ognuno ha la sua storia, il suo giardino da difendere e la sua sfera di affetti e di diritti, il lavoro, l’affitto o il mutuo da pagare, la rata dell’automobile, magari i figli da crescere. C’è un privato che prevale sul collettivo, e quella parola “bene comune” che diventa un peso troppo grande da condividere e per cui combattere. Alzare lo sguardo e riuscire, almeno per un momento, a guardare oltre il proprio giardino… potremmo vedere lontano: vedremmo un mondo diverso da quello che ci viene proposto, vedremmo un modello sbagliato di società dove gli ultimi della fila sono sempre più ultimi, emarginati da una società che è fondata sull’apparenza e sul vuoto. Alzare lo sguardo costa fatica, costringe a prendere atto di quell’apparenza e di quel vuoto e costringe, soprattutto, a fare qualcosa per provare a spostare almeno una parte di quell’equilibrio artificiale che abbiamo accettato.

Utopia, forse. Ma le utopie sono come le favole che ci raccontavano i nostri vecchi quando eravamo bambini prima di spegnere la luce, e noi le ascoltavamo perché scacciavano le paure e ci facevano crescere. Oggi abbiamo capito che le favole erano, appunto, favole e allora è il momento di riprendere a credere alle utopie, per scacciare le nuove paure prima che qualcuno spenga la luce e andare avanti. Il mondo non si cambia chiedendo il permesso, bisogna volerlo e lottare per questo anche quando sembra una battaglia persa, anche quando costa una fatica enorme.