L’Amore Ai Tempi Del Covid: Natale 2020

Di: - Pubblicato: 9 Dicembre 2020

Di Maurizio Anelli.

Gabriel Garcίа Márquez scriveva che “… gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma la vita li costringe ancora molte altre volte a partorirsi da sé…”.

Lo scriveva in uno dei suoi libri più belli, “L’amore ai tempi del colera”. Oggi quei tempi sono diventati il nostro quotidiano: ogni notte sembra più lunga e più fredda e ogni alba ci trova a partorirci una volta ancora. Tornare al mondo un’altra volta, in un‘altra dimensione e soprattutto in un’altra vita che non potrà più essere come quella di prima, troppo cieca e fragile per continuare ad essere.

Cieca al punto di non vedere, nemmeno oggi, i limiti e gli errori che ci hanno accompagnato fino ad ora e che ci hanno fatto accettare un modello di vita che non ha futuro. Fragile, al punto che non riusciamo nemmeno ad ammettere i nostri errori e le nostre paure.

Fuori dalla porta di casa nostra ci sono oltre 60mila tracce di umanità che non rientreranno più nella loro di casa: molti erano donne e uomini anziani che avevano già conosciuto i tanti orrori del Novecento, erano i nostri vecchi, quelli che ci hanno cresciuto dopo aver ricostruito un intero Paese partendo dalle macerie. Hanno rialzato la testa e ripreso a camminare, ci hanno insegnato tanto e regalato qualcosa che resta. Hanno fatto il meglio che potevano, avevano diritto a un finale diverso, a un ultimo inchino prima del sipario. Non è andata così.

Nella primavera del 2020 in tanti applaudivano sui balconi, e in tanti dicevano che “andrà tutto bene”. Non eravamo preparati a quella tempesta e forse questo ci ha fatto vivere quei mesi con una sensibilità diversa: si respirava solidarietà, o almeno qualcosa che le assomigliava molto, c’era una condivisione del dolore che univa. I camion militari facevano la fila per portare via i morti da Bergamo, e quella città diventava il simbolo di un paese inginocchiato su sé stesso. E poi i medici, e tutte quelle persone che dentro gli ospedali e nelle camere delle terapie intensive ci mostravano che si può lavorare senza sosta per salvare una vita in più, almeno una. Li hanno chiamati “eroi”, ma erano qualcosa di meglio e di diverso, erano donne, uomini, persone che facevano quello che sapevano fare e che avevano sempre fatto: salvare gli altri. Qualche volta la magia non funziona, e nessuno si è mai chiesto cosa passa nella loro testa e nel loro cuore quando non ci riescono.

Quel tempo sembra lontano, passato come le nuvole dopo un temporale, il temporale è rimasto. Quel tempo si è portato via solo quella sensibilità e quella solidarietà appena intraviste, ma che non hanno saputo o voluto restare. Sono tornate le risse, le presunzioni di chi sa sempre tutto su tutto, di chi è sempre pronto ad attaccare chiunque ma mai a mettere in discussione sé stesso. Sono tornati i protagonismi dei Presidenti di Regione, quelli che si autoproclamano “Governatori” ma che si agitano solo per il volgare consenso elettorale del momento.

Il Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, arriva al punto di giustificare la mancanza di vaccini antiinfluenzali con il “timore di inchieste” da parte della magistratura.

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/20_dicembre_05/fontana-scrive-pmdifficolta-vaccinii-miei-dirigentitemono-inchieste-4d96ccda-365b-11eb-ab19-bbfa6037f17b.shtml

Si litiga sui colori: il giallo, l’arancione e il rosso, ma si dimenticano lo scempio e le vergogne di cui tante Regioni si sono macchiate: il gioco al massacro sulla Sanità pubblica, gli orrori nelle RSA, le bare di Bergamo in fila indiana e quella zona rossa in Val Seriana mai istituita.

Ma adesso sono altre le cose di cui si parla: gli impianti da sci, la messa di Natale e il cenone di Capodanno. Già…il Natale. Per molte persone è l’occasione per tornare a casa, riabbracciare per qualche giorno radici e affetti lontani, raccontarsi e ascoltarsi guardandosi negli occhi. È la bellezza del contatto, di cui oggi più che mai si sente la mancanza. E chi parte sa che qualcuno aspetta quel ritorno. A loro va il pensiero, l’affetto. Durante queste ultime settimane ho osservato, guardato e ascoltato: il Natale… tutto si è ridotto alla discussione sull’apertura degli impianti sciistici, alla corsa allo shopping, alla fretta di decidere che la propria zona cambi colore.

Se da una parte è comprensibile la preoccupazione di comunità che vivono grazie a queste attività, se è vero che questa preoccupazione deve valere per tutti i settori produttivi, è indubbio che non può esistere solo il parametro economico su cui misurarsi e con cui confrontarsi. Un anno vissuto sotto il peso della pandemia è un rivelatore che mette a fuoco quello che siamo veramente, e questo surreale dibattito sul Natale lo conferma. Fuori dalla porta ci sono 60mila morti che ci ricordano che esiste qualcosa che deve cambiare, il prima possibile. Ci ricordano che qualcosa si è perso per sempre e molto rischiamo di perdere ancora, credo che ci dicano che dovremmo sederci intorno a un tavolo e guardarci negli occhi, per trovare una strada diversa su cui camminare. Oggi quella strada non può essere quella che porta ad ammassarsi davanti ad un impianto di risalita per entrare in una funivia. Eppure, sono in tanti a lamentarsi di un Natale da passare in casa, fra pochi intimi. Sento parole come “dittatura sanitaria”, e questo è qualcosa a metà strada fra l’incredibile e l’assurdo.

Ma davvero qualcuno pensa che questo possa essere un anno come tutti gli altri? Davvero, ancora oggi, non ci si rende conto di quello che è successo e ancora succede?

Allora penso a chi tutti i suoi giorni, e non solo quello di una festa religiosa, li passa in solitudine lontano da una famiglia, da un affetto, dalle sue radici. Penso a chi vede la vita scorrere lontana da sé, sotto i ponti di via Ferrante Aporti o nel CPR di via Corelli, ai margini di una città come Milano. Penso a chi sfida il mare ammassato su un barcone, come gli schiavi di un tempo, per dare un senso alla vita e a tutti i suoi domani. E davvero non si può fare a meno di vedere come a sottolineare l’importanza del Natale, e della sua tradizione cristiana, siano proprio coloro che più di tutti e da sempre mostrano indifferenza, fastidio e disprezzo, nei confronti degli emarginati, dei migranti, di chi non ha più nulla se non la propria dignità.

Nella primavera del 2020 in tanti applaudivano sui balconi, e in tanti dicevano “andrà tutto bene”.

Non è andato bene nulla, ed è arrivato il momento che si prenda atto di questo.