Lavorare E Morire Senza Disturbare

Di: - Pubblicato: 28 maggio 2018

Di Maurizio Anelli

 

Articolo 1 della Costituzione  –  “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro…”

Dall’inizio dell’anno 2018 sono più di duecentocinquanta i morti sul lavoro nel Paese delle meraviglie.  Eppure non se ne parla, o se ne parla sottovoce … quasi in silenzio. Sono tante le cose di cui in questo Paese si parla a fatica, malvolentieri: fascismo, mafia e le morti sul lavoro. Eppure il conto delle vite cancellate per sempre da queste piaghe è spaventoso. Ma se ne parla troppo poco. Si preferiscono altri argomenti: l’invasione dei migranti e la mancanza di sicurezza che questa “invasione” porta nelle nostre città, l’Europa, il governo del cambiamento, e altri imbrogli in ordine sparso. Però di lavoro si muore, come si muore di mafia e di fascismo. Si muore sui cantieri, nelle fabbriche e nei campi. Si muore per mancanza di sicurezza e tutele, di rispetto per la vita di ogni persona. Ma cosa sono le persone davanti al profitto, all’utile, ai bilanci ? Nulla. Non erano nulla nei secoli scorsi e non sono nulla oggi.

Eppure c’è stato un momento della nostra storia dove sembrava che il lavoro avesse conquistato il diritto di avere diritti. È stata una conquista pagata a caro prezzo, umano e sociale. Però c’è stata. Ero un bambino piccolo e quando mio padre rientrava dalla fabbrica sentivo l’odore del ferro, delle vernici e degli smalti sui suoi vestiti e sulla sua pelle. Quando mi regalava un abbraccio, aveva l’odore della fatica e della fabbrica: non mi ha mai dato fastidio quell’odore, sapeva di dignità o almeno io lo sentivo così. Poi un giorno mio padre è crollato, sfinito da quelle vernici. Un periodo in ospedale e poi il ritorno a casa, con una medaglietta da portare al collo per tutta la vita: allergico. Medicine vietate, quasi tutte e in particolare antibiotici e tutto ciò che era anche solo parente della penicillina. Il rischio era altissimo, però è tornato a casa e questo era quello che contava per noi. Un cambio di mansione e l’azienda, la Magneti Marelli dei primi anni settanta, che con un cambio di mansione si lavava le mani e la coscienza. Ma in quel reparto si continuava a lavorare, fra smalti e vernici. Ero troppo piccolo per capire tutto fino in fondo. E poi c’erano le conquiste di quella classe operaia: lo Statuto dei Lavoratori e poi addirittura la mensa che fino ad allora era riservata solo agli impiegati. Già, sembra strano ma era così. Eppure mio padre era quasi un privilegiato: la grande azienda, la presenza di un Sindacato forte che comunque c’era, il fatto di essere in tanti, ma nelle fabbriche più piccole cosa succedeva ? E nei cantieri ? Quante storie da allora: il petrolchimico di Marghera e i suo veleni, l’amianto di Casale, di Monfalcone, della Breda di Milano e tante altre aziende dove con l’amianto in tanti non sono morti subito ma lentamente, un po’ alla volta, un giorno dopo l’altro. E la catena di montaggio, la fonderia con i rischi dell’incidente dietro l’angolo e in alternativa lo  stress quotidiano. Ma c’era la forza di una classe che chiedeva rispetto, tutele e diritti. Una classe Operai che era sempre presente nella vita sociale di questo Paese, magari con i suoi limiti ma con tutta la sua identità. E ora ? Ora la prima cosa che è stata rubata a quella classe è proprio l’identità, rubata un po’ alla volta da una classe dirigente, politica e industriale, che ha capito in fretta quanto fosse importante per sé stessa disgregare quella classe operaia, dividerla, metterla in competizione. E, soprattutto, metterla nella condizione di subire e accettare ricatti: le fabbriche chiudono, delocalizzano, cercano nuovi paesi … e conservare il posto di lavoro costringe ad accettare un po’ di tutto: turni massacranti, meno sicurezza  e meno tutele. Un Sindacato sempre più diviso e marginalizzato, a volte compiacente, uno Statuto dei Lavoratori che ha sempre meno valore e un Articolo 18 che in tanti hanno voluto cancellare additandolo come il più grande problema di questo Paese e il vero freno allo sviluppo industriale. Quante menzogne ci hanno raccontato in questi anni e quanti allocchi hanno creduto a tutto questo. Ma non solo allocchi, c’è stata una parte consistente di questo paese che ha dettato condizioni, consapevole dei disastri che stava seminando e di questo ancora oggi mena vanto. Qualcuno, ancora oggi, si vanta di porcherie come il “Jobs Act” spacciato come una riforma del diritto del lavoro, oppure della miriade di tipologie di contratti che sono stati inventati pur di non assumere regolarmente personale a tempo indeterminato e formandolo, istruendolo, addestrandolo. Di lavoro si muore, in fabbrica o in un cantiere non fa differenza… come non faceva differenza in anni che sembrano lontani e passati. Sembrano, appunto, ma sono ancora qui.

https://www.youtube.com/watch?v=JuAfkkzzYhE

Nel dicembre del 2007 il rogo degli operai della Thyssenkrupp di Torino segna il punto più alto della vergogna e del dolore. Sono passati poco più di dieci anni da quella notte maledetta ma sui media e nella memoria dei tanti quella strage è già dimenticata, come dimenticati sono i morti per amianto. Dimentica in fretta questo Paese, perché si deve tornare a parlare di quei migranti che ci invadono e che ci rubano il lavoro. Poi capita che si muoia anche nelle campagne dove si raccolgono i pomodori e spesso quei morti hanno la pelle nera e sono migranti, e si scopre cha a portarli a morire in quei campi sono i caporali gestiti da mafie e camorre. Si muore anche nelle fabbriche del ricco Nord Est, governato da quello stesso Partito che vuole chiudere ogni porta ai migranti e finge di non sapere che il ricco Nord Est è pieno di lavoratori Extracomunitari che fanno la fortuna e la ricchezza delle tante fabbriche del Veneto, e nella stragrande maggioranza dei casi svolgono lavori che noi italiani non vogliamo fare. Strano paradosso, vero ?

http://www.padovaoggi.it/attualita/lavoro-immigrati-confapi-padova-16-maggio-2018.html

Si muore, si muore tanto ma poi l’Italia dimentica in fretta. Un funerale, due righe sul giornale e 5 minuti ad un TG e poi via, di corsa. E poi in fondo sono operai, magari un po’ assenteisti e spesso in malattia e poi fanno sciopero e bloccano le strade, chiedono sempre soldi… che almeno stessero un po’ attenti quando lavorano che a essere schiacciati da un carico che si sgancia da una gru è un attimo…

Sono tanti i pezzi di un puzzle che non sta in piedi, per esempio il vorticoso giro di appalti e subappalti, cooperative che gestiscono lavoratori spesso impreparati a lavorare in ambienti che non conoscono a sufficienza. Lavoratori mandati allo sbaraglio ma che non sono nella condizione di chiedere un addestramento e una preparazione adeguata. https://www.corriere.it/cronache/18_maggio_26/aumento-morti-lavoro-rischi-stress-produttivo-7948bb02-611c-11e8-9f1c-2fb6ab417c7d.shtml

E allora, forse, un Paese civile dovrebbe fermarsi a riflettere su dati, statistiche e funerali. Ma questo significa assumersi delle responsabilità, come Governo e come Cittadini, come Partiti, come Sindacati e come organi di informazione. Come Paese, semplicemente. Siamo in grado di farlo ? Le statistiche, i dati, e il numero di funerali ci rispondono di no, non siamo in grado di farlo. O meglio, solo una minoranza è in grado di farlo. Qualche volta le minoranze riescono a cambiare il corso della Storia e degli eventi, qualche volta. Qualcuno disse che le Rivoluzioni nascono dalle avanguardie, ma forse questo oggi è più difficile. Perché la Rivoluzione più bella nasce da una presa di coscienza collettiva, etica, sociale. Nasce dalla Dignità del lavoro come dice l’Articolo 1 della Costituzione, disatteso e tradito come tanti altri articoli di una Costituzione che pochi conoscono e applicano veramente nella vita di tutti i giorni. Per questo è giusto parlare di chi muore sul lavoro e per il lavoro, e chi tace su queste morti ne è complice.

Ma non sembra che questo argomento rientri nei programmi di Governo di nessun Governo. Chiacchiere generiche, qualcuno in passato prometteva “un milione di posti di lavoro” ma non ha mai spiegato come. Qualcuno oggi ripropone ricette simili, ma intanto gli strumenti di tutela dei diritti dei lavoratori sono stati soppressi uno alla volta. Oggi si accetta la mancanza di sicurezza nelle fabbriche e nei cantieri, si accettano i contratti capestro di aziende come Amazon. Oggi troppi di noi pretendono che negozi e supermercati siano aperti 24 ore su 24, sette giorni su sette, e che il ragazzo in bicicletta o in motorino consegni la pizza calda a domicilio, chissenefrega di quanto guadagna e quante consegne deve fare in un giorno. Il lavoro e la sua dignità non rientrano nei programmi di Governo ma troppo spesso non rientrano nemmeno nei programmi di vita dei Cittadini. E poi, suvvia… sono solo operai, che stiano più attenti e chiudiamola qui.