Le armi, Le coscienze e chi salva le vite in mare

Di: - Pubblicato: 7 agosto 2017

A cura di Maurizio Anelli

 

È notte e fa caldo, quel caldo che si attacca alla pelle e sembra che ti dica “… non dormire, guarda fuori dalla finestra di casa e vai lontano con lo sguardo, più lontano che puoi. C’è un mare laggiù, c’è un barcone e sopra quel barcone sono in tanti, uno accanto all’altro e magari uno sopra l’altro. Scappano da una casa che non è più, e cercano una vita che molti di loro non troveranno mai”. Fa caldo, non dormi, cominci a pensare e quei pensieri cominci a scriverli. Devono uscire anche loro dalla finestra di casa e volare dovunque qualcuno possa e voglia condividerli. E allora ripensi a chi suda su quel barcone, di caldo e di paura.

E pensi a tutti quegli ipocriti che, ogni giorno, raccontano che “bisogna aiutarli a casa loro”. È uno strano e malato Paese quello in cui bastano poche ore o pochi giorni di discussione per mettere a punto un codice di condotta per le ONG che operano nel Mare Mediterraneo. È un codice di condotta con molti punti più che discutibili e, per molti versi, inaccettabile. Consentire l’accesso di personale militare a bordo delle navi che operano in mare, contrasta con il primo dei principi umanitari che sono alla base delle azioni delle ONG in tutto il mondo. Ma, evidentemente, questo codice di condotta è la sola risposta di chi non è in grado per scelta o per incapacità di gestire con umanità una tragedia che è prima di tutto umana. La prima risposta, e in troppi casi anche l’unica, è sempre l’opzione militare. Il paradosso grottesco è che le ONG, oggi, sembrano essere diventate il vero problema. I primi a sostenere questa guerra alle ONG sono gli stessi che poi davanti alle telecamere e in Parlamento sostengono la tesi più ipocrita: “Aiutiamoli a casa loro”.

Già, casa loro. Parliamo allora di come, fino ad oggi, li aiutiamo a casa loro. Parliamo di quello che tutti sappiamo, ma di cui ci dimentichiamo in un attimo. Parliamo finalmente di una delle grandi “eccellenze” del Paese-Italia: l’Industria delle armi. E poi, se vogliamo e ci riusciamo, facciamoci un esame di coscienza come Paese. I dati e i numeri, in molti casi, parlano un linguaggio semplice e non lasciano margini di dubbio. L’Italia occupa una posizione di vertice nel mercato delle armi, siamo fra i più bravi a vendere morte:

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/04/27/news/boom_export_armi_italia-164004779/

http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2017/04/27/ASPrgSAH-esportazioni_aumento_acquisti.shtml

Le aziende coinvolte nel giro ricchissimo della produzione di armi sono tante, si spazia dai grandi nomi dell’industria italiana a nomi più piccoli, a volte sconosciuti alla maggioranza dei cittadini. E la specializzazione delle fabbriche italiane nel settore è raffinata, scientifica. Noi non ci limitiamo a vecchi archibugi, no. Andiamo oltre, siamo la scienza raffinata che porta la morte dall’alto, in silenzio. Noi siamo i maghi di “bombe, razzi, missili e accessori”, noi siamo i maestri del telecomando e dei sistemi di puntamento. Tante di queste informazioni sono alla portata di tutti e tante altre sono occultate e tenute nascoste, ma chiunque voglia approfondire il discorso e saperne di più ha gli strumenti per poterlo fare: dalle associazioni che ne parlano alla rete. E sulla rete si trovano dati, inchieste, denunce, fotografie e si trovano articoli interessanti su bilanci e fatturati, ma ci sarà tempo per scriverne e parlarne … l’estate è lunga e le sue notti saranno ancora calde a sufficienza per impedire di dormire. E di notte si ragiona meglio. Ci saranno modi e tempi per vedere meglio dati, nomi e cognomi, paesi coinvolti, banche, connivenze politiche e finanziarie.

Ma oggi c’è dell’altro, c’è di più. E questo “altro” è quello su cui dovremmo davvero fermarci e guardarci allo specchio. In Sardegna, terra bellissima e ricca di dignità e che conosce molto bene il significato di alcune parole come “sfruttamento, servitù militare”, c’è un paese che si chiama Domusnovas, nella regione del Sulcis. È un paese famoso per le sue grotte e per le tante miniere abbandonate. È un paese che conosce la disoccupazione e la difficoltà del vivere quotidiano. Ma c’è qualcosa che potrebbe cambiare l’economia di quel paese… o almeno così racconta un misero e piccolo uomo vestito da Sindaco.

Misero e piccolo perché quando si afferma che  “… l’azienda vuole crescere, anzi raddoppiare, e noi non possiamo ostacolarla. Con l’ampliamento dell’impianto ci sarebbe anche un raddoppio dei posti di lavoro e qui invece stiamo ipotizzando di bloccare il progetto. Mi pare una follia, una specie di suicidio. Pensiamo forse di bloccare così il bombardamento in Yemen? Io detesto la guerra, ma anche la disoccupazione. E quindi, se devo dirla tutta, penso prima di tutto al problema mio e dei miei compaesani…” .

http://www.lastampa.it/2017/08/02/italia/cronache/la-fabbrica-di-bombe-divide-la-sardegna-senza-la-guerra-restiamo-disoccupati-jNEtHieO96aMuiCdGSLy1M/pagina.html

L’azienda di cui parla il Sindaco di Domusnovas è la Rwm. Se leggiamo, anche svogliatamente e di fretta, quanto afferma il sito http://www.aiad.it/it/scheda_azienda.wp?contentId=SCH8357, che altro non è che la pagina della Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza apprendiamo che la Rwm ha due unità produttive, a Ghedi (Brescia) e a Domusnovas. Sulla pagina è spiegato chiaramente e senza nessun giro di parole qual è il  “core business” dell’ azienda. Le pagine sono aperte a chi le vuole leggere, bastano pochi minuti del proprio tempo. Ma torniamo al “piccolo uomo” vestito da Sindaco e, soprattutto, torniamo alla nostra coscienza e al nostro sentire. Davvero pensiamo che un “posto di lavoro” sia solo e sempre un posto di lavoro ? Davvero pensiamo che si possano barattare intelligenza, fatica e impegno in cambio di uno stipendio senza farsi mai nessuna domanda, senza provare un dubbio e un tormento nell’anima e nei sentimenti ? Bene, se questo è allora accettiamolo. La nostra vita in cambio della morte regalata ad altri… beh, così va il mondo. Si dice così, giusto ? In fin dei conti sono altri che hanno scelto di nascere nel posto sbagliato, noi cosa ci possiamo fare ? Dovremmo forse rinunciare a qualcosa per loro ? E perché ? Noi si fanno armi e poi si vendono. Le vendiamo a paesi in guerra e a paesi che fomentano le guerre in altri paesi ancora, ai potenti della Terra che si spartiscono il mondo ? Beh, non è colpa nostra. Noi abbiamo bisogno di lavorare. E se una fabbrica produce morte, pazienza. Noi costruiamo bombe intelligenti e missili, mine, sistemi di puntamento … ma sono altri che poi li usano. C’è un tempo per ogni cosa, oggi è il tempo di studiare e stabilire un codice di condotta per le ONG che si ostinano a volere salvare vite in mare… perché sono loro a destabilizzare, sono loro la scheggia impazzita del sistema. Il mondo che conta, quello con la testa sulle spalle, quello che si preoccupa del futuro, quello che guarda avanti, ha fatto le sue scelte. Inaccettabile che alcuni sognatori idealisti si mettano di traverso, e qualche giorno fa il senatore Stefano Esposito del Partito Democratico l’ha ricordato davanti alle telecamere di RAI 3 “Ci sono alcune ONG– che hanno una posizione ideologica (o ideale dal loro punto di vista) per cui il tema è esclusivamente salvare vite umane, noi non ce lo possiamo permettere”.

Naturalmente ognuno si assume la responsabilità delle proprie affermazioni. Io mi assumo le mie e non ho dubbi: sto con le ONG e con Medici senza Frontiere che non ha sottoscritto il codice di condotta.

Tanti anni fa Bertolt Brecht scrisse qualcosa che è molto di più di una poesia, scrisse qualcosa che troppi hanno dimenticato in fretta:

La guerra che verrà

Non è la prima.

Prima ci sono state altre guerre.

Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

Fra i vinti la povera gente faceva la fame.

Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente.