Le Favole E Gli Orchi

Di: - Pubblicato: 18 settembre 2017

Di Maurizio Anelli

 

C’era una volta il tempo delle favole, lo abbiamo conosciuto tutti prima di diventare adulti o “grandi” come ci dicevano quando eravamo bambini. E fin da piccoli quelle favole ci hanno raccontato che i buoni e i cattivi s’incontrano sempre sulla strada che camminiamo. Nelle favole i buoni vincono quasi sempre, mentre i cattivi alla fine sono sconfitti. I cattivi di quelle favole avevano il volto degli orchi e delle streghe, lo sguardo di lupi e animali della foresta. Poi, un po’ alla volta siamo diventati grandi e abbiamo capito l’inganno di quelle favole. I cattivi non erano quelli che ci erano stati raccontati. Gli orchi e le streghe avevano altre facce e nella foresta non c’era nessun lupo cattivo ad aspettarci.  E quella foresta comunque non esisteva, perché la vera foresta era appena fuori dal nido in cui siamo cresciuti. Anzi, tante volte quella foresta era proprio all’interno delle stesso nido in cui tutto sembrava così perfetto.

Gli orchi, le streghe e il lupo non erano quelli che ci avevano raccontato, erano altri. Tante volte avevano il volto conosciuto di persone fidate. Qualche volta era il volto di un padre, di un fratello, di un amico. Qualche volta aveva addirittura il volto di qualcosa che assomigliava all’amore, un amore cui consegnarsi con fiducia, senza paura. La cronaca di questi giorni ci racconta, una volta ancora, quanto sia profondo l’abisso in cui l’uomo inteso come “maschio” è caduto. È un abisso che si nutre del complesso di superiorità, vecchio di secoli e che da sempre lo accompagna. È un nutrimento che sembra senza fine e fa gonfiare il petto, invece dovrebbe obbligare a chinare la testa dalla vergogna. Ma non succede, perché quel “maschio” non ammette vergogna, è cresciuto convinto di poter avere sempre quello che desidera, non accetta la parola rifiuto, e quello che è suo lo deve essere per sempre. E, in ogni caso, la parola “fine” e la parola rifiuto appartengono solo a lui e solo lui può scriverle. E la donna su cui posa lo sguardo è sua e suo è il diritto di decidere cosa, come e quando. Suo è il diritto di vita e di morte, suo il diritto di decidere se la storia può finire o deve andare avanti.

Lo stupro e l’omicidio di una donna sono solo la parte finale di una favola sbagliata, e l’impalcatura di questa brutta favola si regge sul sopruso, sulla violenza, sulla mancanza totale del rispetto verso la donna. Si basa su diritti negati, sul ruolo subalterno e passivo che la donna deve accettare e subire passivamente e, quando si ribella a tutto questo, il prezzo che è costretta a pagare è sempre alto. In questi giorni la cronaca e i giornali ci raccontano della tragedia di Noemi. Aveva solo sedici anni e a ucciderla è stata la mano del suo ragazzo, appena più grande di lei. E leggendo i giornali nascono mille domande sui rapporti fra quel ragazzo, diventato carnefice a diciassette anni, e la sua famiglia. E viene da chiedersi qual è il peso specifico della famiglia e quanto quel peso sia decisivo nella vita e nel futuro di un figlio. Ma la famiglia non è sola  sul banco degli imputati. Su quel banco insieme al carnefice ci dovemmo sedere tutti noi e chiederci cosa abbiamo prodotto, cosa stiamo creando. Noi, come società, che cosa stiamo facendo in questo senso? Certo, ognuno di noi ha il diritto di sentirsi in pace con la propria coscienza e pensare di aver sempre fatto il meglio a livello individuale. Ma, collettivamente, è vero tutto questo?

Ero un ragazzo all’epoca dello stupro del Circeo a Roma, non sono più un ragazzo oggi nel tempo in cui la parola “femminicidio” è entrata nel gergo di tutti i giorni. Cos’è cambiato da allora ? Certo c’è una presa di coscienza della questione, ma troppe cose sono rimaste ferme a  quei giorni. È rimasta prima di tutto una società che concede sempre troppe attenuanti al carnefice e processa comunque la vittima: è andata a cercarsela, era ubriaca, era una poco di buono … eccetera, eccetera,  eccetera. Certamente non è sempre così, ma questo è il modello su cui questa società appoggia il proprio giudizio. E non fa molta differenza lo stato sociale delle vittime e dei carnefici, perché questo accade a tutti i livelli della scala sociale e sono davvero poche le eccezioni. La cultura maschilista in cui questa società è ancora immersa appare in tutta evidenza nella vita di tutti i giorni e ha radici ataviche, difficili da tagliare. È l’idea della donna vista come una proprietà dell’uomo che colpisce come uno schiaffo. La tradizione stessa del rito del matrimonio contempla che sia il padre della sposa ad accompagnare la figlia all’altare, in un ideale passaggio di consegna della figlia nelle mani di un altro uomo. Può sembrare una semplificazione assurda, ma così non è.  Potremmo discutere all’infinito di psicanalisi e delle teorie freudiane che ponevano le donne come subalterne all’uomo. Ma non è più tempo di discussioni filosofiche, è tempo che le cose cambino e basta. Perché il Medioevo non può ancora essere presente nelle nostre città, nelle nostre case, nella nostra vita. Occorre che ognuno faccia la sua parte: lo Stato, la famiglia o comunque il nucleo in cui crescono vittime e carnefici, la scuola. E poi gli uomini, e qui la cosa diventa davvero difficile. Perché tante cose sono vere: è vero che questo Stato è arretrato dal punto di vista legislativo e assente dal punto di vista sociale, ma è ancora più vero che gli uomini non riescono e non vogliono fare quello che la dignità umana richiede e impone. È la nostra cultura, o se vogliamo sottocultura, che è in discussione. Siamo noi la parte più marcia della torta. Fa male costatarlo, e offende tutti gli uomini. Ma siamo noi che dobbiamo fare quel passo, e invece lo rifiutiamo cercando alibi e scusanti puerili. Puerili come le giustificazioni date dai due Carabinieri di Firenze, altro fatto di cronaca recente di violenza sulle Donne, che affermano che non si è trattato di stupro ma di un “rapporto consenziente”  (http://www.ilpost.it/2017/09/09/stupro-firenze-carabinieri/). Puerili e vigliacche come quando si afferma che “…Lo stupro è peggio all’inizio, poi si gode.” (http://www.globalist.it/news/articolo/2010899/lo-stupro-a-peggio-all-inizio-poi-si-gode-licenziato-il-mediatore-culturale.html).

È in queste affermazioni, fatte da uomini, che tornano alla mente le frasi sentite tanti anni addietro sul massacro del Circeo. Frasi che sembrano deliranti, ma che rappresentano invece molto bene cosa pensano tanti maschi quando si parla della violenza sulle donne. Ci sarebbe inoltre anche la parte politica della questione, che contribuisce a sporcare ancora di più l’immagine maschile di questo Paese: quando a compiere questo atto schifoso sono migranti e/o cittadini stranieri la notizia sui giornali assume un importanza straordinaria. Quando il carnefice è bianco, cittadino italiano e magari carabiniere, la notizia decanta e muore in pochi giorni.

È una strada lunga, tutta in salita perché l’unica favola che da piccoli non ci è mai stata raccontata è stata quella che insegnava il valore di alcune parole: amore, rispetto. Non ci è mai stata raccontata una favola capace di spiegare che gli orchi, le streghe e i lupi cattivi erano fra noi, potevano frequentare le nostre scuole e le nostre case e, tante volte, avevano il vestito curato e i modi gentili di un parente, di un conoscente e magari di qualcuno di cui ci si fidava, chiamandolo amore. E non serve a nulla l’ipocrisia di una mimosa in regalo quando arriva l’8 marzo, anzi a volte aggiunge sale alle ferite.

A tutte le donne, Alda Merini
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.