Le Lacrime Delle Madri Di Srebrenica

Di: - Pubblicato: 13 Luglio 2020

di Maurizio Anelli.

C’era una volta una città immersa nei boschi e nei monti della Bosnia-Erzegovina.

Non aveva molte ricchezze intorno a sé, ma le bastavano e ne andava fiera: una grande fabbrica metallurgica, le miniere di salgemma e le sue acque termali. In quella città vivevano 40mila abitanti, mille più o mille meno non importa. Il suo nome era Srebrenica.

Poi in un giorno di un’estate maledetta, gli uomini e i ragazzi vennero separati dalle donne, dai bambini e dai vecchi. Era il 9 luglio del 1995 e l’inferno di Srebrenica prendeva forma.

La Jugoslavia che avevamo conosciuto non esisteva più da qualche anno: cinque, per essere precisi. Tutto aveva radici lontane e quel seme di violenza uscito dal terreno seminava, un giorno alla volta, odio e violenza. I primi segnali della disgregazione jugoslava si presentarono con la svolta nazionalista di Slobodan Milošević, eletto Presidente della Serbia nel 1989. Ma in Europa, e nel mondo, nessuno sembrava accorgersene. L’estate del 1990 fu solo l’inizio di un incendio che covava da anni sotto la cenere e l’incantesimo di quei popoli che per anni avevano vissuto fianco a fianco, mescolando culture e colori, si ruppe. Nessun incantesimo può resistere alla stupidità degli uomini, alla loro sete di supremazia e alla loro violenza, e la terra di Jugoslavia diventò così il girone dantesco dove risuonavano parole che appartenevano a un passato lontano ma già conosciuto: razza, pulizia etnica, fosse comuni. Il sogno atavico della Grande Serbia, così come l’odio secolare fra serbi e croati, può essere un punto di partenza per provare a capire la ferocia di quei lunghi anni. Le radici dell’odio sono sempre antiche, hanno origini politiche ed etniche che si perdono nei secoli, ma riuscire a capire tutto quello che ha violentato quella terra è davvero difficile.

Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia: erano le sei repubbliche che, insieme, formavano la Jugoslavia federale: per molte generazioni quella Jugoslavia aveva rappresentato il simbolo della convivenza civile fra etnie, religioni e culture diverse fra loro. Era quell’idea di socialismo libero e non allineato, indipendente dalle potenze dell’URSS e della Cina, che faceva credere che un mondo diverso fosse possibile e realizzabile, la dimostrazione che le differenze possono diventare una ricchezza capace di unire invece di dividere. Forse non era nemmeno un incantesimo, ma soltanto una tregua.

Ma “todo cambia, Cambia el modo de pensar, Cambia todo en este mundo…”.

L’incendio ha bruciato la Jugoslavia fino a ridurla in cenere, nel corpo e nel cuore, e quel sogno di convivenza civile è diventato un incubo che ha inghiottito tutto: dai massacri di Vukovar e Mostar, all’assedio di Sarajevo, durato mille giorni.

Srebrenica è stata l’ultima stazione di quel viaggio nella follia del Novecento.

In quella parte di Bosnia ormai quasi del tutto in mano alla Serbia, Srebrenica era un’enclave a maggioranza musulmana, era l’anomalia che non poteva essere accettata a lungo. Dichiarata zona demilitarizzata, era sotto il controllo della Forza di protezione delle Nazioni Unite (Unprofor) che con oltre 600 caschi blu olandesi avrebbe dovuto proteggerla, difenderla.

Nei primi giorni di luglio del 1995 i soldati di Ratko Mladić circondano la città e la mattina del 9 luglio gli uomini vengono separati dalle donne, dai bambini e dai vecchi. Tre giorni, settantadue ore: questo è il tempo in cui si compie il primo genocidio europeo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Poche ore prima dello scempio il Generale Mladić concede un’intervista al giornalista Zoran Petrović: un’intervista rassicurante, in cui il generale garantisce che a nessun abitante di Srebrenica sarebbe stato fatto del male e che, anzi, le sue milizie avevano portato cibo, acqua e medicine per la popolazione. Mladić accarezza e rassicura un bambino musulmano di 12 anni, di nome Izidin, promettendogli che chi avesse voluto rimanere a Srebrenica avrebbe potuto farlo. Pochi minuti prima o dopo quell’intervista il generale Mladić brinda insieme ai comandanti dei caschi blu olandesi che dovevano garantire la sicurezza e la protezione di Srebrenica. Mentre tutto questo accade i suoi soldati sono già all’opera: i maschi adulti vengono portati nei boschi, ad aspettarli l’esecuzione e le fosse comuni che nasconderanno i loro corpi.

Il massacro è cominciato, non sapremo mai se Izudin è uscito vivo dall’inferno che aveva intorno a lui.

https://www.youtube.com/watch?v=JRLvfLLFetE.

Nessuna opposizione dei caschi blu olandesi, il silenzio dell’ONU e della comunità internazionale diventarono complici e furono una firma di condanna per Srebrenica e per la sua gente.

Le cifre ufficiali raccontano di oltre 8mila vite disseminate nelle fosse comuni dalle milizie di Ratko Mladić, ma il numero reale non lo sapremo mai. Ancora oggi, dopo venticinque anni, vengono scoperte nuove fosse comuni. Solo in seguito il massacro verrà riconosciuto come genocidio, ma la vergogna per la comunità internazionale non potrà mai essere cancellata: quelle Nazioni Unite che nel 1993 dichiararono Srebrenica “zona protetta” assistettero in silenzio a quella caccia all’uomo.

(Fotografia: Corriere della Sera)

Le stagioni dei processi e dei tribunali internazionali non potranno in nessun modo guarire quella ferita. Certo, ci furono molte condanne: l’ergastolo, per genocidio e crimini contro l’umanità, per Ratko Mladić e Radovan Karadžić (l’uomo politico, presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina dal 1992 al 1996, l’ideologo folle della pulizia etnica che prima di Srebrenica aveva fatto le prove generali a Sarajevo). Ci sono state condanne pesanti anche per altri ufficiali e comandanti militari, ma il potere politico di Belgrado venne risparmiato: la Serbia non venne ritenuta responsabile di genocidio, “…non vi sono prove di un ordine inviato esplicitamente da Belgrado“. Incredibile, perché il mondo sapeva benissimo che non poteva essere così. Tardive e blande le ammissioni sulle responsabilità dell’ONU e del contingente militare olandese che aveva assistito al genocidio di una città e di intere generazioni. Solamente nel giugno del 2017 la Corte d’Appello dell’Aja ribadiva le responsabilità olandesi per la morte di oltre 300 musulmani di Srebrenica che si erano rifugiati nel campo dei caschi blu e furono poi consegnati dagli stessi alle milizie del generale Ratko Mladic, ma nel luglio del 2019, un anno fa, la Corte suprema olandese con una sua sentenza ha di fatto assolto l’Olanda e i suoi soldati perché “…la possibilità che gli uomini potessero restare fuori dalle mani dei bosniaci serbi, se questa opportunità fosse stata loro offerta, era minima anche se non trascurabile…”.

Cosa resta di Srebrenica oggi, dopo venticinque anni? Resta una città fantasma, come la descrive chi l’ha visitata. Il cuore e l’anima di quella città immersa nei boschi e nei monti della Bosnia-Erzegovina non pulsano più, sono stati spezzati per sempre. Un tempo non lontano Srebrenica aveva 40mila abitanti, mille più mille meno, oggi sono 15mila. Ognuno di loro porta nel cuore e nella mente un incubo che ha spezzato famiglie, amori, amicizie e sentimenti. È un dolore che li accompagna ogni giorno in quel viaggio che nessuno può più chiamare vita. A noi resta un dovere, un compito: ricordare, perché nell’Europa di oggi in troppi vogliono dimenticare tutto o ribaltare la storia in nome di un revisionismo che impera e alza la voce. Le lacrime delle madri di Srebrenica sono davanti a noi, nessuno potrà mai asciugare quelle lacrime e consolare quelle madri. Possiamo solo stringerle in un abbraccio forte come la loro dignità, ricordare e gridare quello che è stato, in faccia a chiunque ogni giorno finge che non sia mai successo.

Abdulah Sidran è il più grande poeta e scrittore bosniaco, autore di “Osso e carne” e “La raccolta di Sarajevo“, stimato anche all’estero per le sceneggiature di film di successo. Ha vissuto tutti i mille giorni dell’assedio di Sarajevo, ha lottato prima per la liberazione della sua terra e poi per la cattura e la condanna del generale Ratko Mladic.

Per tutte le madri di Srebrenica ha scritto, con la penna e col cuore, una poesia struggente e bellissima:

Le lacrime delle madri di Srebrenica

Sarebbe meglio non fosse

piuttosto che sia così come oggi è la nostra Srebrenica…

Credono forse davvero che siamo vivi
noi che stiamo qui e da questo luogo parliamo così
come se davvero fossimo vivi?
Davvero pensano che si chiami salute
davvero pensano che si chiami ragione
ciò che in noi è rimasto della salute e della ragione di un tempo?

Non vedono, non sentono forse, non sanno forse che noi, quelli rimasti,

siamo più morti di tutti i nostri morti…

http://venerdidipoesia.blogspot.com/2012/06/normal-0-14-false-false-false-it-x-none.html