Le Notti Nelle Tende E La Terra Che Trema

Di: - Pubblicato: 29 Agosto 2016

Foto 1 x art Maurizio Anelli

Una notte nelle tende, e poi un’altra e un’altra ancora. Sono le notti che questo Paese ha imparato a conoscere bene nel cammino di questi anni. Un cammino difficile, pieno di paure e di ansie. Ed è come se questa nostra terra sentisse all’improvviso tutto il peso delle nostre paure e tremasse per queste, insieme con noi, come in un gesto di ribellione, consapevole di tutta la propria forza e della propria energia, da liberare tutta in una volta per lanciare un allarme, un grido di rabbia e insieme di dolore. Un messaggio, l’ennesimo, che la terra ci manda. A noi uomini, stupidi e presuntuosi, che pensiamo di sottometterla a nostro piacimento senza alcun rispetto per la sua bellezza e la sua potenza. Noi che fingiamo di non conoscere le sue immense energie, la forza delle sue acque e delle sue montagne. Noi che fingiamo di non sapere che lei non riposa mai, che lavora ogni giorno anche quando non ce ne accorgiamo. Si muove, si alza, si scuote… respira. Fingiamo di non conoscere, ma dovremmo sapere almeno quanto basta per poter convivere accanto a lei, rispettarla e amarla come un innamorato.  Ma non ne siamo capaci.

Perché la nostra stupidità ci porta sulla cattiva strada, e speriamo sempre che sia lei ad avere rispetto o pietà di noi, a perdonare i nostri stupri. E per giustificare tutto questo, per lavare le nostre mani e la nostra coscienza, abbiamo inventato una parola ambigua: fatalità. È una parola che trasuda viltà e ipocrisia, ma molto usata in questo Paese. Si usa per nascondere le incapacità, le inettitudini.

Si usa ogni volta che questo Paese bellissimo è scosso nelle sue viscere da frane, alluvioni, terremoti.   Si usa per nascondere la responsabilità di chi non ha mai voluto considerare il proprio territorio come un patrimonio collettivo da difendere e da amare, su cui investire risorse e intelligenze. La messa in sicurezza di questo territorio è sempre stata considerata quasi come un fastidio, una necessità meno che secondaria. Questo Paese ha accettato e subito lo scempio del proprio territorio, perché questo serviva alle speculazioni, agli interessi privati, alle lobby politiche e finanziarie che dettano le regole. Si è sempre speso molto di più per ricostruire che per prevenire. Certo, le calamità naturali ci sono sempre state e sempre ci saranno, ma il prezzo pagato in termini di vite umane e di distruzione può essere diverso se tutti noi fossimo disposti ad ammettere tutto questo. E, come successo per il terremoto dell’Aquila, anche la ricostruzione non frena gli sciacalli di professione, coloro che anche di fronte alla morte antepongono il vantaggio personale.

Foto 2 x art Maurizio Anelli

Oggi è il tempo del lutto, della commozione e della solidarietà con le popolazioni colpite, quelle popolazioni che potremmo essere tutti noi in qualunque momento della nostra vita. È il tempo di salvare vite umane e tirare su macerie. È il tempo dove questo Paese sa dare il meglio di sé, perché questo nostro popolo sa essere generoso e solidale quando lo vuole. Ci sono le storie strazianti e ricche di quell’umana solitudine che le tragedie sanno raccontare. È il tempo dei dibattiti e delle interviste a geologi, studiosi dell’ambiente e del territorio. Loro ci spiegano cosa potremmo e dovremmo fare, siamo ancora in tempo per intervenire e decidere. Fra poco tempo, giorni o settimane, tutto questo sarà dimenticato, riprenderemo la nostra vita con i ritmi scanditi da altri orologi e da altre attenzioni. Le parole dei geologi saranno dimenticate presto. Certo, saranno stanziati fondi che andranno a smarrirsi insieme con i tanti già stanziati nelle tante precedenti occasioni. In alcuni casi andranno a gonfiare le tasche dei potenti che fingono di ricostruire.  Chissà se anche questa volta quelle Istituzioni in cui ci ostiniamo a credere, perché così ci è stato insegnato dai nostri padri, si nasconderanno dietro l’alibi della fatalità. Perché questa è la costante nelle tragedie di questo Paese: prima le promesse e i proclami, poi il silenzio e il nulla.

Per chi ha perso tutto, la casa, gli affetti e gli amori, i sogni e i progetti non resta che un’ultima cosa: asciugare le lacrime e rialzare la testa, feriti ma non vinti, continuare a credere che domani è un altro giorno e riprendere il cammino, da soli o in compagnia dei propri sogni. Sicuramente accanto ai propri ricordi e ai propri fantasmi.

Intanto la Terra si muove, si alza, si scuote… respira.

  Pronta a tremare ancora e mandarci l’ennesimo grido di rabbia e insieme di dolore.

 

Maurizio Anelli