Lettera A Soumaila Sacko

Di: - Pubblicato: 11 giugno 2018

Di Maurizio Anelli

 

Ciao Soumaila,

ho mille cose da dirti, non sono capace di dirle in una sola parola e allora ti scrivo come si faceva una volta quando una lettera era l’unica possibilità per parlare con una persona lontana, per raccontarsi e per salutarsi. In una  lettera ci sono dentro tante cose, anche la tristezza di non poter guardare negli occhi la persona a cui si scrive, ma si supera piano piano, una parola alla volta. In una lettera c’è tutto. Anche quello che a volte non si riesce a dire ad una persona guardandola in faccia, per pudore o per timore delle sue risposte. E poi una lettera rimane, qualche volta chiusa in un cassetto e poi riletta dopo tanto tempo quando la vita ti porta a riaprire quel cassetto magari per una semplice casualità.

La prima cosa che voglio dirti è chiederti scusa per quello che questo Paese, il mio, ti ha riservato. Dovrei anche chiederti perdono ma non riesco a pronunciare questa parola, la collego sempre a un mondo che vive di religiosa ipocrisia e che prima devasta e uccide e poi, ma solo poi, invoca il perdono. Quel mondo non mi appartiene, lo sfuggo da sempre insieme a tutto quello di cui si maschera: comandamenti sparsi qua e là, preghiere rivolte agli dei o a un dio che sento troppo lontano da me e dalla vita che si consuma su questa terra.

Ti chiedo scusa per la fiducia e la speranza con le quali guardavi all’Italia e al suo popolo, alla sua terra e ai suoi valori. Questa è una terra strana, e il suo popolo lo è ancora di più. Questo è un Paese di migranti, di contadini e di operai che da sempre hanno attraversato confini e oceani, ma oggi il suo popolo, o almeno la maggioranza del suo popolo, ha deciso di non ricordarlo più. Finge e sa benissimo di fingere, ma ha deciso così. Intere regioni, del Nord e del Sud, hanno foglie dei propri rami sparse in Europa e nelle Americhe. Interi Paesi hanno costruito le proprie fortune sulla fatica di braccia italiane: la Germania e  la ricca Svizzera,  la Francia, il Belgio. Fabbriche che avevano bisogno di operai e muratori, ristoranti e bar che avevano bisogno di camerieri  e baristi, lavapiatti. E poi le miniere del Belgio che negli anni del dopoguerra cercavano braccia disposte a qualunque fatica, proprio come a Marcinelle. Tutto questo in cambio di pochi soldi, un dormitorio di fortuna e tanto disprezzo delle popolazioni locali. Ma poi, come Paese, abbiamo saputo fare anche di peggio, siamo riusciti a regalarci razzismo e disprezzo anche fra noi Italiani: negli anni del nostro “miracolo economico” le fabbriche del nord hanno costruito le proprie fortune e le proprie ricchezze sulle spalle dei migranti che venivano dal sud. Avevano valigie di cartone, chiuse con lo spago: dentro quelle valigie c’erano solo miseria e tanta dignità. Arrivavano dalla Calabria, dalla Sicilia e dal sud in generale , la mattina entravano nelle fabbriche ma alla sera dovevano arrangiarsi a cercare alloggi di fortuna:  “NON SI AFFITTA AI MERIDIONALI”  era il cartello esposto in tanti portoni di casa e spesso era la risposta che si sentivano dare anche di persona tanti migranti che osavano chiedere una camera in affitto. http://www.raiscuola.rai.it/articoli/immigrati-a-torino-testimonianze/5985/default.aspx

L’Italia è anche questa, caro Soumaila. È la stessa  Italia che nel 1938 scriveva e imponeva le leggi razziali, in parte per compiacere una bestia con i baffi che abitava a Berlino ma in parte perché pensava le stesse cose in termini di razza. È la stessa Italia che andava in giro per l’Africa, la tua terra, a proclamare imperi e a prendersi schiavi e territori. È la stessa Italia, lo stesso popolo, che oggi premia con il voto partiti apertamente xenofobi e razzisti e alle loro menti affida il governo del Paese.

Ma tu avevi fiducia in questo Paese e nel suo popolo. Ti ringrazio per questo, perché significa che tu hai saputo vedere in tutti noi anche qualcosa di diverso, qualcosa in cui credere. E in parte hai ragione, perché l’Italia è anche qualcosa di diverso e il suo popolo non è tutto uguale, fra le donne e gli uomini di questo Paese c’è ancora chi ha scelto da sempre di restare umano. Esistono persone che pensano ancora che una società diversa e migliore possa esistere, che credono ancora che solidarietà e fratellanza siano valori sempre vivi.  Spesso lotta contro mulini a vento che sembrano giganti invincibili ma qualche volta anche i giganti possono essere sconfitti. Ora hanno vinto loro. Hanno vinto loro perché noi non siamo riusciti a scalfire la solitudine e l’isolamento in cui tu hai dovuto vivere la tua storia, la tua vita. Ti abbiamo lasciato solo: noi come comunità e come popolo non siamo ancora capaci, ad oggi, di costruire quella rete di cultura e di lotta in grado di gettare quel ponte necessario a trasportare idee, cuore e persone dall’altra parte. Perché nella vita tutto è legato a una scelta fondamentale: decidere da che parte stare. Ci proviamo sai a costruire quella rete e quel ponte, ma spesso cadiamo nelle nostre contraddizioni, nelle  nostre fragilità e quando sembra che il lavoro proceda c’è sempre un granello di sabbia che inceppa il meccanismo.  È un Paese strano questo, caro Soumaila. Parliamo di mafia, ma lasciamo che le mafie abbiano il controllo dei territori, parliamo di lavoro ma lasciamo che il caporalato decida quante ore un bracciante debba lavorare in un campo sotto il sole a raccogliere pomodori prima di morire per la fatica. Parliamo di diritti, ma pretendiamo i negozi e i supermercati aperti 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno: scegliamo i prodotti migliori sui banchi cercando di spendere il meno possibile, ma non ci chiediamo da dove arrivano quei  pomodori così belli e così rossi e quanti  Soumaila sono morti per raccoglierli. Parliamo di case ma gli Uomini come te li lasciamo nelle baracche, senza acqua e senza luce. Parliamo di Sindacato, ma le voci che contano nei tavoli del Sindacato tante volte sono silenziose. Il Sindacato nasce dal basso e cresce come un’onda, in difesa dei diritti e della dignità del lavoro. E tu questo lo sapevi fare. Tu, negro e bracciante, migrante e sindacalista. Quante cose grandi in un solo uomo. E le cose grandi, in un solo uomo, fanno paura da sempre a tutti i poteri del mondo, da quelli locali a quelli globali. Fanno paura ai piccoli boss di quartiere e ai grandi boss della finanza, del palazzo.

Ti chiedo scusa Soumaila, perché questo Paese proverà a soffocare le voci che si sono levate dopo la tua esecuzione. Ci proveranno in tanti perché in questo Paese funziona così. Ci saranno promesse, indagini e magari troveranno l’assassino, ma non si muoverà un dito contro le parole che hanno armato quella mano. Si tornerà a parlare di sicurezza, di porre un freno all’invasione dei migranti, dei soldi spesi per i centri di accoglienza e di quanto costano al Paese i Soumaila Sacko. Hanno vinto le elezioni con queste parole, hai fatto in tempo a vederlo anche tu prima di essere cancellato dalla lavagna dei presenti. Non parleranno di caporalato e di braccianti e nemmeno del controllo che la mafia esercita sui territori e sul lavoro, su questo possiamo scommetterci. Hanno appena vinto le elezioni, non possiamo pensare che vogliano bruciare subito la loro poltrona appena conquistata.

Cosa resta di tutta questa storia che va ad allungare l’elenco lunghissimo di nomi cancellati dalla lavagna ? Non lo so con esattezza caro Soumaila, spero resti il ricordo del tuo nome e della tua vita, della tua lotta, del tuo coraggio e della tua fiducia in questo Paese. E che questo ricordo sia un esempio e uno stimolo per tutti noi, sia capace di darci quella forza per continuare a camminare su quella strada che abbiamo scelto di camminare, anche quando sembra così piena di difficoltà e di giganti invincibili. Spero che il tuo ricordo sia capace di essere accanto a noi ogni volta che ricorderemo, a un popolo che ha perso la memoria, che anche noi siamo migranti, che siamo un Paese con una storia che ci ha sempre diviso: da una parte chi andava in giro per l’Africa a saccheggiare cultura e villaggi e violentare donne per costruire imperi, e intanto scriveva le leggi razziali, dall’altra chi combatteva tutto questo e moriva per un’idea. Da una parte chi non affittava la casa ai meridionali e dall’altra chi legava la valigia con lo spago e saliva sui treni verso il nord. Da una parte chi, tanti anni dopo, scriveva e approvava leggi infami come la Bossi-Fini prima e il decreto Minniti-Orlando poi, chi vuole chiudere i centri di accoglienza e i porti, chi vuole espellere, e dall’altra chi salva le vite in mare, accoglie e offre solidarietà.

Ecco, ora mi fermo. Avrei ancora pagine da riempire ma sarebbe troppo lungo, mi attorciglierei in mille parole e perderei il filo, a volte mi capita. Ti chiedo scusa e ti abbraccio forte Fratello.