L’incubo e l’utopia

Di: - Pubblicato: 22 Mar 2020

Di Maurizio Anelli.

Le notti delle città si sono fermate, come una fotografia in bianco e nero: silenzio e paura. Un solo rumore di fondo: le sirene delle ambulanze che gridano e corrono sulle strade vuote. Com’è terribile e inquietante il rumore di quelle sirene, sembra voglia dirci che bisogna fare in fretta perché non c’è più tempo. E, di notte, quelle sirene ti svegliano: non c’è tempo per dormire, quel tempo va utilizzato in un altro modo. Si legge, si scrive, si pensa … si prova ad immaginare la fatica, il dolore e la paura di chi combatte una guerra contro un nemico invisibile, mentre tu dormi. E allora la voglia di dormire svanisce, scappa via per lasciare il posto ad altri pensieri.

C’è sempre una storia dietro a un nome, dietro ad ogni persona. Non conosceremo mai la storia di tutte le persone che questo virus si è portato via. Sogni, progetti, quotidianità … tutto cancellato senza nemmeno il tempo di un saluto, di quell’ultimo abbraccio che precede sempre la calata del sipario. Tutto corre troppo in fretta e i numeri cambiano ogni giorno. È un crescendo wagneriano che non concede il tempo di prendere fiato, anzi il fiato lo toglie. I numeri parlano, raccontano una brutta realtà e allora bisogna provare a guardarci dietro a quei numeri: hanno un nome, un volto e una storia.

Quante cose cambiano quando ci si ritrova catapultati dentro una storia che non si immaginava. Perché questa storia era difficile da immaginare. Siamo passati attraverso tempeste di ogni tipo noi, generazione che non ha mai conosciuto una guerra nel cortile di casa. Ce la siamo sentita raccontare dai nostri vecchi: loro ci hanno raccontato cosa voleva dire vivere un giorno alla volta con la paura. Noi non l’avevamo ancora conosciuto il rumore della paura in prima persona, l’abbiamo sentito descrivere da loro e poi l’abbiamo visto nel cortile degli altri: dal Vietnam alla Siria, passando dall’America Latina dei golpe fascisti, dalla Jugoslavia e dall’Afghanistan. Abbiamo visto la paura negli occhi dei migranti che attraversavano il Mediterraneo dopo aver conosciuto i lager della Libia per arrivare nei porti chiusi del nostro Paese. Oggi, invece, quel brivido è arrivato silenzioso e invisibile nel nostro cortile. La nostra vita è cambiata e le notti delle nostre città ce lo ricordano con i soldati che pattugliano le strade su cui abbiamo riso, ballato, camminato con gli amici, ridendo e discutendo di vita e di passioni, di calcio e di politica, di tutto. Potevamo aspettarcelo? Forse sì, ma non so dirlo con certezza assoluta. Sono altre le cose che posso, e possiamo, dire con certezza: che il modello di vita che ci è stato imposto, e che molti di noi hanno accettato, non era e non è quello giusto. Oggi ne abbiamo la prova più terribile, e dobbiamo finalmente prendere atto che il modello di società che si fonda prima di tutto sul profitto non può reggere dal punto di vista umano e sociale.

Gli Ospedali del Paese sono al collasso e lo sforzo inumano del personale sanitario è lì a dimostrarlo: sapevamo che questo poteva succedere, perché le scelte politiche di questo Paese hanno violentato per decenni la sanità pubblica, penalizzandola in ogni modo. È stata scelta la strada di privilegiare sempre e comunque tutto quello che è privato, a discapito di tutto quello che è pubblico. Mancano strutture e personale: le prime sono sature e i secondi sono costretti a ritmi di lavoro massacranti, e non è un gioco di parole perchè ogni giorno aumentano i casi di medici e infermieri contagiati e qualcuno di loro non c’è più, non ce l’ha fatta. Vengono richiamati in servizio medici che sono in pensione, da anni si sapeva che sarebbero mancati eppure non sono mai stati rimpiazzati per tempo.

C’è un Paese spezzato, che cerca ogni goccia di energia rimasta dentro le proprie tasche e prova a stare in piedi. Prova a farlo fra incertezze e paure, confusione e solitudine.

E la solitudine è il prezzo che, forse più di tutti gli altri, lascerà una ferita profonda e difficile da rimarginare. Ognuno di noi la sta affrontando, ma per qualcuno è più difficile e più pesante: famiglie e nuclei di umanità lontane e separate da chilometri di distanza, che aspettano il momento di riabbracciarsi perché una telefonata non può bastare, quando la telefonata finisce la distanza sembra ancora più immensa. Il contatto è un abbraccio fatto a mani aperte e guardandosi negli occhi, nessuna telefonata può sostituirlo. L’ansia per quel domani che arriverà, e che dovremo saper ricostruire, può diventare un muro difficile da scavalcare. Gli affetti che restano fuori dalla porta di casa fanno male, un treno o un aereo su cui salire sembrano una meta lontana. Arriverà quel giorno, ma intanto bisogna aspettarlo e nuotare controcorrente per arrivare a quel giorno.

È un mare in burrasca quello in cui dobbiamo provare a restare a galla, e dovremo imparare a nuotare anche controcorrente. Forse tutto questo insegnerà qualcosa a qualcuno, forse qualcuno capirà cosa

significa affrontare il mare e nuotare controcorrente per salvarsi e arrivare a un domani. Dagli incubi si può uscire migliori o peggiori di quando ci si è entrati, e questo incubo tira fuori dalle persone la loro reale dimensione, il loro intimo. Accanto a chi mette il bene comune davanti a tutto, a chi lotta con tutte le proprie forze per uscire dalla tempesta, c’è sempre l’ombra di chi non perde l’occasione per trarre anche da questo inferno un vantaggio personale. Gli sciacalli hanno sempre il ghigno per gettarsi su ogni banchetto, e lo stomaco per conquistare un nuovo pezzo di territorio.

C’è un momento della vita in cui è necessario fermarsi, darsi il tempo di raccogliere le forze e il fiato. Non possiamo farlo tutti, ma possiamo farlo in tanti. Fermare un virus non è facile, ma si può combatterlo con il coraggio e la forza che dobbiamo saper trovare, e questo è possibile solo se si ferma tutto quello che si può fermare. Quante sono le fabbriche che potrebbero chiudere i cancelli e non lo fanno? Sono molte. Sono tutte quelle fabbriche che non producono beni di assoluta necessità. Fermare quelle produzioni avrebbe mille effetti positivi e necessari: tutelare quelle persone che non possono lavorare a distanze di sicurezza, ridurre il numero delle persone che circolano sui mezzi pubblici, limitare il numero dei contagi e quindi delle persone che poi entrano negli ospedali, permettere a medici ed infermieri di lavorare meglio. Ma queste fabbriche non si fermano oggi e forse non si fermeranno neanche domani. Certo, se si fermassero dovremmo pagare tutti un prezzo, ma forse pensiamo di non pagarlo tenendole aperte? Qual è il senso di mantenere aperte fabbriche che producono beni non primari, costringendo masse di umanità a stare una accanto all’altra quando si ribadisce ogni giorno l’importanza di non uscire dalle proprie case?

Nel giro di poche settimane questo Paese ha sentito di tutto: chi pima diceva che non ci si doveva fermare e anzi si doveva ”riaprire tutto!” oggi vuole i militari per le strade. Chi accusava il popolo cinese di “mangiare i topi vivi” oggi chiede e accetta l’aiuto dei dottori cinesi. Chi accusava Cuba di essere una dittatura ignorando tutto ciò che in quel Paese, allontanato e isolato da tutto il mondo occidentale, è stato costruito per il suo popolo, oggi accoglie e accetta l’aiuto offerto dai suoi dottori.

Si chiede perfino l’aiuto di quelle ONG su cui si è vomitato ogni cattiveria.

Tante volte si fa fatica a vedere la realtà, anche quando la realtà sembra così evidente.

Oggi più di sempre appare evidente che il modello di vita che abbiamo scelto deve cambiare. Ma il cambiamento non può essere guidato dalla paura irrazionale che diventa panico, la medicina non è la militarizzazione delle città e il “coprifuoco” che alcuni Governatori di Regione auspicano e desiderano. Il ripensamento di un modello sbagliato deve essere guidato dalla ragione e da un’idea diversa della società. In quell’idea di società deve esistere quello spazio dove l’agire politico è rivolto alla comunità e ai suoi soggetti più fragili e vulnerabili. Deve trovare spazio quel concetto di “Welfare” capace di creare condizioni di sviluppo e di tutela del bene pubblico che non consideri le persone sulla base della propria ricchezza. La notte che stiamo vivendo pone domande sul rapporto fra individuo e società, che non possono più essere ignorate. Dentro le nostre case proviamo a domandarci come potrà essere il domani, quando ad essere colpita da questo virus sarà anche quella fila di umanità ignorata che vive nella striscia di Gaza, nei lager della Libia o ai confini fra la Grecia e la Turchia.

Saremo capaci di cercare una strada diversa una volta usciti dalla tempesta?

Difficile immaginarlo e difficile crederlo ma, quando si nuota controcorrente dentro una tempesta, per uscirne vivi servono motivazioni, spinte emotive, sogni in cui credere. Qualcuno le chiama utopie, ma le utopie sono idee e desiderio di una società migliore, sono quelle medicine che hanno sempre permesso all’umanità di superare muri e incubi. Quando si rinuncia ai sogni e alle utopie, quando si perdono le motivazioni, nuotare controcorrente diventa quasi impossibile, forse anche inutile.

Tornare alla normalità è il desiderio di molti di noi, ma la normalità deve cambiare perché la normalità che c’era fino a poche settimane fa è il vero problema.

Un giorno racconteremo, a chi verrà dopo di noi, di quella notte in cui una fila di camion militari caricavano le bare dei morti di Bergamo, perché nei cimiteri di Bergamo non c’era più posto. Ci chiederanno perché e noi potremo raccontare il nostro incubo e, forse, liberarcene fino in fondo.