L’Isola Che Non C’è

Di: - Pubblicato: 13 agosto 2018

Di Maurizio Anelli

 

Se avessi vent’anni andrei via. In quale direzione non lo so nemmeno io con certezza, ma andrei via. Porterei con me il mio zaino e la mia macchina fotografica, qualche libro che ha lasciato un segno insieme alla voglia di rileggerlo una volta ancora, un po’ di musica. Camminerei tutte le strade in cerca dell’isola che non c’è ma che, da qualche parte, deve pur esistere. Nessun mulino a vento mi fermerebbe perché non esiste mulino a vento capace di resistere alla sfrontatezza e alla passione dei vent’anni, e forse ogni pala di quel mulino si fermerebbe al passaggio di quel ventenne per salutarlo e augurargli buon viaggio. Se avessi vent’anni amerei ogni vento disposto ad accompagnare la mia strada e guarderei il sole negli occhi. Cercherei in ogni angolo dell’Africa e del sud dell’America, prima che in ogni altro angolo, le risposte più attese dalle mille domande che mi porto dentro. E poi ancora l’Europa, mi fermerei a lungo in Irlanda per ubriacarmi di tutto il suo cielo e delle sue nuvole. Studierei tutto quello che non sono riuscito a studiare e a capire, cercando in ogni alfabeto le parole che non ho mai saputo dire. Metterei in fila tutti i libri di Gabriel Garcia Marquez e Jorge Amado per leggerli uno dopo l’altro, assaporandone ogni capitolo con la musica e le canzoni di Bob Dylan e Fabrizio De André. Studierei Gramsci ed Ernesto Che Guevara, per capire una volta di più che “… essere duri senza mai perdere la tenerezza” è davvero una delle cose più belle e più difficili che un uomo possa riuscire a costruire. Se avessi vent’anni firmerei  qualunque patto con chiunque sapesse promettermi che mia madre sarebbe rimasta ancora con noi invece di volare via troppo presto.

Se avessi trent’anni vorrei essere capace di mettere a fuoco e capire il mondo con occhi più attenti, più adulti. Cercherei una lampada per metterla sopra un tavolo e forse aspetterei che il Genio uscisse per chiedermi di esprimere tre desideri. Aggiungerei altri libri e altra musica alla fila, perché libri e musica aiutano a cercare e trovare. Imparerei a suonare prima la chitarra e poi la fisarmonica, amerei una donna per il piacere di amarla e vorrei una figlia dolce e forte, allegra e piena di vita. Con la chitarra e la fisarmonica non è andata bene, ma il resto è successo e quella volta avevo davvero trent’anni. Non avevo messo nessuna lampada sul tavolo ma un Genio gentile e invisibile mi ha concesso questo desiderio. È stato un regalo bellissimo, ne restavano ancora due.

Se avessi quarant’anni avrei chiesto al Genio gentile di fermare l’incendio che stava bruciando la Jugoslavia fino a ridurla in cenere, di salvare Sarajevo e Mostar e di lasciare che quel sogno di convivenza civile continuasse a vivere. Avrei chiesto al Genio gentile di scendere a Srebrenica e di sconfiggere il drago. Ma il Genio era già rientrato nella sua lampada e non ha più voluto saperne di uscire, schifato e spaventato dalla stupidità degli uomini. Fra gli uomini ci sono anch’io che non ho più vent’anni e nemmeno trenta o quaranta. Non c’è nessuna lampada magica sul tavolo. Allora appoggio lo zaino in un angolo, e mi ostino a cercare quell’isola che non c’è in questo Paese che non c’è più e che forse non c’è mai stato. Oppure sì, in un tempo che sembra lontano questo Paese si è ricordato di esistere e di essere degno. Ma il tempo passa, cancella, rimuove… e questo Paese ha dimenticato quasi tutta la sua storia e la sua vita, le sue tragedie e le sue bellezze. Questo Paese che non c’è più non ricorda tutta la strada camminata, la polvere mangiata. Questo Paese ha dimenticato dittature e guerre, re e tiranni. Anzi, sembra quasi averli perdonati, in quel rigurgito d’ipocrisia e di vigliaccheria che concede sempre una seconda possibilità a chi non la merita assolutamente. Questo Paese ha lasciato la finestra aperta perché chi aveva cancellato dignità e libertà ed era stato cacciato dalla porta principale potesse rientrare da quella finestra lasciata aperta. E un giorno alla volta è rientrato. Questo Paese ha dimenticato il suo viaggio per il mondo con le valigie di cartone, non si ricorda più quando riempiva treni di seconda e terza classe o viaggiava sui ponti delle navi per andare a cercare vita e fortuna lontano da casa. Il coraggio di lottare per un’idea e per un bene comune sembra una fotografia in bianco e nero, lontana e sempre più sfuocata. L’isola che non c’è sì è nascosta da qualche parte, avvolta in quella nebbia dove abitano e si alleano razzismo e xenofobia, fascismo, mafie e pensieri malati di razza e denaro. Dissolvere quella nebbia è difficile, presuppone di avere un cuore e una coscienza ma cuore e coscienza vanno nutriti un giorno alla volta, vanno tenuti in vita. Come si possono tenere in vita cuore e coscienza quando anche la memoria di ciò che è stato disturba e per questo viene rimossa ? Perché questo sta succedendo, questo Paese ha dimenticato lo sfregio del ventennio fascista, ha dimenticato le leggi razziali, le persecuzioni. Ha dimenticato Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, ma ancora non si accontenta. Rimuove le stragi di stato, le bombe e le mafie. Anzi, con le mafie si fanno accordi e trattative. Oggi uomini di governo citano il Duce, e non succede nulla. Si muore di lavoro e per il lavoro, si muore nei campi dove i nuovi schiavi raccolgono pomodori agli ordini dei caporali di oggi così simili ai caporali di ieri, quelli dei campi di concentramento nazisti. Chi si oppone, chi denuncia, chi protesta, chi occupa spazi abbandonati alle speculazioni dei potenti, è accusato di antagonismo sociale. C’è un Paese ossequioso e complice, assente e in fila per tre, che gioca una partita sporca e con le carte truccate.

Se avessi vent’anni andrei via non per scappare, ma per cercare e provare a costruire quello che in questo Paese sembra che quasi nessuno voglia più cercare. Ma non ho vent’anni, e allora appoggio lo zaino sullo stesso tavolo dove un tempo vedevo una lampada e lo svuoto di tutto quello che conteneva. C’è tutto quello che mi ha accompagnato fino ad oggi, metto in fila tutto e scelgo, seleziono. Affetti, amicizie… qualcosa si è perso per strada, qualcuno se n’è andato, qualcosa si è rotto forse per sempre, ma qualcosa ancora resta nell’angolo più intimo e vero di quella che è la mia storia. Incontri, emozioni, sguardi. Qualcosa servirà ancora, aggiungo quello che prima mancava e di cui non mi ero accorto finora. Chiudo lo zaino e lo rimetto sulle spalle. Non vedo più la lampada sul mio tavolo, non aspetto più il Genio gentile e comunque tre desideri sono pochi. La notte di San Lorenzo regala tante volte un bellissimo cielo stellato, quando cade una stella non si realizza nessun desiderio ma solo l’emozione di un cielo visto con il naso all’insù. Il nostro destino ce lo costruiamo da soli, nel bene e nel male. Regala sorrisi e amarezze, qualche vittoria e molte sconfitte. L’ultima sconfitta è sempre quella che fa più male, ma può anche diventare un punto di partenza per riprendere a camminare a testa alta, con il naso all’insù ad aspettare quella stella che non cade mai nel posto giusto e nel momento giusto. L’isola che non c’è esiste solo nelle favole, lo so. So anche che è un’utopia. Ma le utopie sono importanti quando si cammina. Fanno compagnia, raccontano e sanno sempre regalare un sorriso. Come le favole.