Livorno 21 Gennaio 1921, L’Idea Diventa Storia

Di: - Pubblicato: 18 Gennaio 2021

Di Maurizio Anelli.

Livorno, 21 gennaio 1921.

A Livorno, nel cuore della Città vecchia, c’è l’antico quartiere della Venezia. Lì c’è una via che si chiama via San Marco dove un tempo sorgeva il Teatro San Marco. È in quel teatro che la storia scriverà una pagina che compie cent’anni. È una storia che attraversa il Novecento, passa dal cuore e dalla memoria delle donne e degli uomini che hanno scelto di scriverla. Volti, sfumature e tanti nomi. Ognuno di questi nomi ha scritto il suo capitolo e ha lasciato la sua impronta su un cammino difficile, su un sentiero dove ogni passo era una scommessa. Quando nasce una storia non si può mai sapere come finisce, ma è importante che nasca e cerchi la sua strada. In quel Teatro, nell’inverno del 1921, durante il XVII Congresso del Partito Socialista Italiano la componente comunista – minoritaria all’interno del Partito Socialista – cerca quella strada e scrive la prima pagina di quella storia che ha il colore del riscatto per un’intera classe sociale. Antonio Gramsci, Amedeo Bordiga, Umberto Terracini, Angelo Tasca, Palmiro Togliatti…sono gli uomini che guidano quella componente, che darà forma e vita al Partito Comunista d’Italia, sezione italiana della III Internazionale.

Antonio Gramsci scriveva che “…Ogni movimento rivoluzionario è romantico, per definizione.”

Credo che sia una bellissima verità, perché ogni strada che voglia cambiare il cammino della storia e della società ha bisogno di quella componente di irrazionalità che abita nel centro del cuore e va oltre la staccionata del quotidiano. Il Partito Comunista d’Italia nasce nel momento in cui sembrano esaurirsi le condizioni per un radicale cambiamento della società, che erano sicuramente più vicine nel biennio dopo la fine della Prima Guerra quando la Rivoluzione d’Ottobre sembrava essere l’esempio catalizzatore per l’intero movimento operaio, in Italia e in Europa. Il giudizio degli storici, e dei tanti chi si avvalgono impropriamente di questo titolo, ha scritto tutto quello che arriva fino ad oggi. A loro il compito di studiare le cause che portarono alla scissione del Partito Socialista, ma c’è qualcosa che va oltre il giudizio degli storici e quel qualcosa riguarda chiunque abbia condiviso quell’ideale, vivendolo e respirandolo come parte essenziale della propria idea di vita, e su questo è giusto fermare l’orologio e il pensiero.

Gli eventi della storia, in questo Paese, costrinsero il Partito appena nato ad entrare subito nella clandestinità e, da quel momento, sarà la storia stessa dell’Italia a cambiare: sarà il precipizio nel buco nero del fascismo e della guerra voluta da Benito Mussolini. Negli anni della dittatura fascista e della guerra, negli anni della Resistenza e della ricostruzione, le donne e gli uomini che si riconoscevano nella militanza comunista hanno conosciuto ogni sorta di pericolo, di restrizione della libertà, di minaccia, ma hanno saputo resistere a tutto questo e hanno saputo tessere una rete clandestina di resistenza e di organizzazione del Partito prima e della Resistenza poi. Hanno conosciuto il carcere e il confino, hanno conosciuto la repressione dello Stato fascista e della sua polizia, la delazione e il tradimento. Eppure, hanno voluto e saputo resistere. La Resistenza antifascista e la stessa guerra partigiana in Italia sono state qualcosa di diverso rispetto altri paesi d’Europa: l’Italia era, al tempo stesso, un paese invaso dai nazisti e un paese oppresso dal suo stesso Stato fascista. La guerra partigiana diventa allora una lotta di insurrezione armata e sociale, per la conquista della libertà, contro il fascismo e contro i gruppi del grande capitale da sempre vicini e conniventi con il fascismo.

Quella guerra di Resistenza e di Liberazione rappresenta, ancora oggi, il momento più alto nella storia italiana delle masse popolari. In quella lotta il ruolo della classe operaia, dei lavoratori e dei comunisti, fu fondamentale. Come avrebbe potuto essere e vivere la Resistenza partigiana senza l’appoggio della classe operaia, senza quel mare di agitazioni e di scioperi?  Negli scioperi del marzo 1943 nelle grandi fabbriche del Nord, e durante lo sciopero generale del 1944 il Partito Comunista mise a frutto quella straordinaria capacità organizzativa imparata negli anni della clandestinità.

Dopo una tempesta, e il ventennio fascista fu una tempesta terribile, bisogna ricostruire tutto, o forse di più. C’è un Paese a pezzi, dove manca tutto. Bisogna ricomporre ogni pezzo di società. È un compito quasi proibitivo. In quell’opera di ricostruzione del Paese i comunisti hanno continuato a lavorare, un giorno alla volta. In quel lavoro quotidiano di emancipazione culturale c’è tutto il senso delle parole di Antonio Gramsci “…istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”.

È giusto e doveroso accostare il Partito Comunista al volto e al nome di Antonio Gramsci e a quel gruppo ribelle che decise di ritrovarsi in un Teatro di Livorno, ma la storia del Partito Comunista in Italia è una storia che racconta mille altre storie di donne e di uomini che hanno speso una vita per combattere le diseguaglianze, i soprusi, le ingiustizie, nelle fabbriche e nelle campagne, è la storia di chi ha lottato contro le mafie, contro il terrorismo. Penso a Giuseppe Di Vittorio, figlio di braccianti agricoli, una vita spesa per la dignità e i diritti dei lavoratori, lui che con quel suo linguaggio semplice e umano ha provato ogni giorno a dare una risposta a quella “questione meridionale” che Gramsci aveva posto come fondamentale. Penso a Guido Rossa, sindacalista comunista, ucciso per il suo coraggio e per la sua onestà intellettuale. Ma l’elenco è davvero troppo lungo e la storia del Partito Comunista si specchia nei volti di chi ogni giorno ha provato a rendere degna una vita. Penso a Teresa Noce e alle donne dell’UDI che con coraggio e amore costruirono la favola dei “treni della felicità”: nell’Italia affamata e in ginocchio, da nord a sud, c’era qualcuno che soffriva più di altri, erano i bambini del sud, orfani, abbandonati a sé stessi. Dal 1947 a al 1952 furono circa 70mila i bambini ospitati dalle famiglie contadine dell’Emilia-Romagna. Vennero accolti, sfamati, mandati a scuola. Vennero trattati come figli, perché…dove si mangia in sei si può mangiar anche in sette. Quella storia avrebbe dovuto insegnare tanto, a tutti noi, ma in molti l’hanno già dimenticata: fa parte di un tempo lontano, antico.

Sì, lo specchio che riflette i volti e i nomi dei comunisti è grande, e non riesce a contenerli tutti. La maggior parte di noi conosce i nomi più famosi: i leader, i segretari di partito, gli intellettuali, le avanguardie. Poi ci sono i nomi che nessuno conosce: i militanti che un tempo distribuivano il giornale del Partito bussando alle porte di casa, quelli che lavoravano alle feste senza chiedere un soldo ma ripagati solo dall’orgoglio di essere una parte del popolo comunista, quelli che organizzavano gli scioperi, le manifestazioni, che stampavano mille volantini e manifesti in un mondo dove ancora non c’erano Internet e i social network e per farlo passavano notti intere al ciclostile, quelli che sfidavano i mafiosi a Portella della Ginestra e poi i padroni e i fascisti a Genova, a Reggio Emilia, quelli che organizzavano i braccianti in Calabria e faranno di Rosarno il primo Comune d’Italia capace di costituirsi parte civile in un processo antimafia.

La storia dei Comunisti è una storia ricca di umanità, molti l’hanno già chiusa e dimenticata e molti l’hanno ferita. Strano, fra chi l’ha dimenticata e ferita di più ci sono molti eredi di quel partito nato in un Teatro di Livorno. La loro è stata un’opera di demolizione cominciata negli ultimi decenni del ‘900 e portata oggi all’atto finale. Il tempo tante volte è vigliacco: fa dimenticare la storia, le radici, le conquiste e le emozioni, fa dimenticare il senso della comunità. Compie cento anni questa storia, merita rispetto e gratitudine, è una storia che ha restituito dignità e orgoglio a molti ultimi della fila. Quando nasce una storia non si può mai sapere come finisce, ma è importante che nasca e cerchi la sua strada. A volte la strada si ferma, ma l’idea continua e cammina ancora.