Lo Stato Di Polizia Nel Paese Del Gattopardo

Di: - Pubblicato: 27 Mag 2019

Di Maurizio Anelli.

Genova, giugno 1960: i fascisti del Movimento Sociale Italiano convocano per i giorni 2,3 e 4 luglio il sesto congresso del proprio Partito, annunciando la presenza dell’ex prefetto fascista Carlo Emanuele Basile che, negli anni della dittatura fascista, aveva torturato e deportato in Germania centinaia di oppositori al regime. Non solo: il governo Tambroni, sostenuto dai voti dell’estrema destra italiana, nomina Giuseppe Lutri nuovo Questore di Genova. Anche Lutri ha un passato fascista alle spalle: era il capo della squadra politica di Torino. Genova, medaglia d’oro alla Resistenza, non può accettare tutto questo e reagisce: il 30 giugno è il giorno del grande sciopero generale indetto dai partiti della sinistra, dalle associazioni e dai sindacati genovesi. È una folla immensa quella che riempie le piazze e le strade di Genova: partigiani, operai delle fabbriche, portuali e, per la prima volta, migliaia di giovani ventenni o poco più. Sono i “giovani con le magliette a strisce”, operai e studenti che non hanno fatto la Resistenza, ma che hanno una profonda coscienza antifascista. In concomitanza con l’inizio del congresso, il 2 luglio, è proclamato un nuovo sciopero e già il giorno prima nella città affluiscono migliaia di poliziotti e carabinieri, con l’ordine di sparare sui manifestanti. Sono giorni difficili con scontri di piazza duri e violenti, sono tantissimi i lavoratori e gli antifascisti mobilitati e Genova antifascista vince quella battaglia, ma il prezzo pagato sarà altissimo.

Genova, luglio 2001: è ilmese del G8, dove i leader dei Paesi più industrializzati dirigono il traffico del neoliberismo mondiale. In quei giorni la democrazia non esiste più e una generazione viene politicamente e umanamente annientata. Sono i giorni della “macelleria” che inghiotte Carlo Giuliani, sono i giorni della violenza e della vergogna per lo Stato e tutte le sue forze dell’Ordine, nessuna esclusa. Sono i giorni della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, dove Genova diventa come l’Argentina delle torture e dei generali. La Corte europea dei diritti umani dichiarò che “…quanto compiuto dalle forze dell’ordine italiane nell’irruzione alla scuola Diaz, in occasione del G8 di Genova, il 21 luglio 2001, deve essere qualificato come tortura”E lo Stato ? Lo stato non mostrò nessuna vergogna, complice e mano armata delle sue divise perverse e sbagliate.  Sui fatti di Genova, sulla violenza immensa di quei giorni, è stato scritto tutto quello che si poteva scrivere: io scelgo questo articolo di Piero Scaramucci, perché ebbe il coraggio di scrivere nome e cognome di chi era seduto in cabina di regia mentre sulle strade di Genova calava la notte: https://www.radiopopolare.it/2016/07/g8-genova-cosa-e-stato-quel-luglio-2001/

Genova, maggio 2019: è la stagione del Ministro degli Interni Matteo Salvini, della Lega e di chi, complice, siede al Governo accanto a lui. È la stagione di CasaPound e di Forza Nuova, Partiti che si dichiarano apertamente fascisti sfidando la Costituzione e le leggi Scelba e Mancino. Arroganti, squadristi sempre pronti a entrare in azione nelle Città e nelle loro periferie, da Roma a Milano. Sanno cosa vogliono e come ottenerlo, le Prefetture consentono i loro cortei e le loro sfilate, i loro comizi. Anche a Genova. Pochi i Sindaci che hanno il coraggio di sfidare l’autorità e le decisioni del loro Prefetto.  Genova una volta ancora deve fare  i conti con i fascisti, e anche questa volta reagisce e scende in piazza. E, anche questa volta, paga il suo prezzo. La giornata di giovedì 23 maggio è teatro, una volta di più, della violenza contro chi manifesta in nome dell’antifascismo. I lacrimogeni delle forze dell’ordine rigano il cielo e l’asfalto. Stefano Origone, giornalista di Repubblica, è picchiato dalla polizia mentre sta documentando gli scontri di piazza. Più tardi, racconterà quei momenti dal letto dell’ospedale dove è ricoverato: “Ho visto tanta rabbia da parte della polizia, è stata una caccia all’uomo. A prescindere dal fatto che sia un giornalista, è grave che mi abbiano colpito quando ero a terra inerme”. In un’intervista del 25 maggio, sul suo giornale, Stefano Origone afferma che dal Governo ha ricevuto solo silenzio. Poi però, subito dopo, afferma che “…Mi sembravano degli animali in gabbia: stanchi, esasperati dalle provocazioni degli antagonisti. Rabbiosi. Ad un certo punto ho avuto l’impressione che volessero solo andare al di là delle barriere in acciaio, sfogare tutta la loro frustrazione…”. Ecco, su quest’ultima affermazione si potrebbe aprire una bella discussione:  “le forze dell’ordine esasperate dalle provocazioni degli antagonisti… “. C’è qualcosa che non  torna:  consentire un comizio ad una forza dichiaratamente fascista e razzista non conta nulla, mentre la reazione antifascista esaspera  gli animi delle forze dell’ordine… https://www.repubblica.it/cronaca/2019/05/25/news/il_nostro_giornalista_in_ospedale_dal_governo_soltanto_silenzio_-227122132/. Non ricordo la stessa esasperazione quando, nell’ottobre scorso, i fascisti di Casapound di fronte alla possibilità dello sgombero del loro quartier generale a Roma occupato abusivamente da quindici anni, minacciarono le forze dell’ordine con un “… Se entrate sarà un bagno di sangue”. https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/18_ottobre_23/roma-se-ci-fate-perquisizione-casapound-ddca82dc-d628-11e8-8d40-82f2988440be.shtml

Andiamo avanti. Nel 2012 il Parlamento europeo approvava una risoluzione sui diritti fondamentali nell’Unione europea in cui si sollecitavano gli stati membri a “garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”. S’iniziò a parlarne dopo le violenze del G8 di Genova, quando le immagini di quei giorni fecero il giro del mondo. Alcuni stati europei hanno dato un seguito a questa sollecitazione, non l’Italia. Il 13 febbraio del 2014, è stata depositata in Senato una proposta di legge del Movimento cinque stelle a prima firma di Marco Scibona, associata ad altre due proposte, una firma di Luigi Manconi (Pd) e una a firma di Peppe De Cristofaro (Sel). Oggi, 2019, il M5S è al governo con la Lega ma la proposta di legge è scomparsa dal dibattito parlamentare. Nel novembre 2018 Amnesty International rivolge un appello al ministro dell’Interno Matteo Salvini e al capo della Polizia Franco Gabrielli, per lanciare la campagna affinché le forze di polizia siano dotate di codici identificativi individuali durante le operazioni di ordine pubblico. Alla campagna aderiscono le Associazioni Federico Aldrovandi, A Buon Diritto, Antigone, Associazione Stefano Cucchi Onlus e Cittadinanzattiva.  Sono in tanti a opporsi, prima di tutto i sindacati di polizia… gli stessi che applaudirono gli agenti coinvolti nel processo per la morte di Federico Aldrovandi. https://bologna.repubblica.it/cronaca/2014/04/30/news/tonelli_sap_aldrovandi-84840415/

Ma a bloccare tutto sono molte forze politiche, assolutamente contrarie. Dall’attuale Ministro degli Interni, e qui è facile capirne i motivi, alla destra estrema come Giorgia Meloni che, sul suo profilo social, nell’estate 2018, si spinge addirittura oltre: “… abolire il reato di tortura che impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro”. https://www.huffingtonpost.it/2018/07/12/giorgia-meloni-abolire-il-reato-di-tortura-che-impedisce-agli-agenti-di-fare-il-proprio-lavoro_a_23480623/

C’è una nuvola nera, pesante e minacciosa, che offende e umilia la libertà e il diritto civile. Qualcuno pensa che questo non sia un regime solo perché non sono state ancora soppresse le libertà di stampa e di opinione. Certo, non siamo in presenza dei carri armati nelle strade e il popolo italiano può ancora esprimere il proprio voto per eleggere il suo Parlamento. Ma, di fatto, è represso il dissenso politico. Il recente decreto Sicurezza e, ancora di più, le modifiche successive allo stesso decreto e che oggi attendono il voto del Consiglio dei Ministri e del Parlamento per essere attuate, è una realtà che non si può fingere di non vedere. C’è uno Stato incapace di garantire l’incolumità e la vita a chi entra nelle maglie della giustizia, il caso di Stefano Cucchi è solo l’ultimo e drammatico esempio e ci sono voluti quasi dici anni di insulti e menzogne, di coperture a tutti i livelli, prima che la verità venisse fuori in tutta la sua violenza. C’è un legame ambiguo, e pericoloso per la democrazia, fra le Forze dell’Ordine e lo Stato, ma questa brutta storia è cominciata tanto tempo prima, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 quando la Polizia di Stato trattenne Giuseppe Pinelli per un tempo superiore alle 48 ore di fermo di polizia stabilite dalla Legge. Quella legge fu violata e la storia di Giuseppe “Pino” Pinelli la conosciamo tutti. Lo Stato non ha mai voluto fare i conti con quella storia e quella notte in una stanza della Questura di Milano, e da quella notte poco o nulla è cambiato dentro le troppe divise sbagliate. Qualcuno ha bisogno di quelle divise sbagliate, perché non servono i carri armati per poter parlare di “Regime”, basta osservare quello che succede nelle piazze quando si esprime il dissenso, e domandarsi perché e a chi giova tutto questo, basta uno Stato di Polizia. Nel Paese del “Gattopardo” è quello che sta succedendo.