Lo Zio Tom E Il Ponte Di Firenze

Di: - Pubblicato: 12 marzo 2018

Di Maurizio Anelli

 

C’era un’Italia diversa a Firenze sabato 10 Marzo. Diversa da quell’Italia razzista e cinica che il 4 Marzo alle urne ha scelto la Lega di Matteo Salvini piuttosto che la destra di Giorgia Meloni. Era su quella piazza per l’ultimo saluto a Idy Diene, venditore ambulante nato in Senegal. Aveva cinquantaquattro anni e ogni giorno percorreva la strada da Pontedera fino a Firenze, per provare a vendere la sua merce, con onestà e fatica. E quel saluto è diventato qualcosa di più, è la carta d’identità di chi sa che la vita è degna di essere vissuta se condivisa. Può sembrare retorico ma la realtà e la storia ci dicono che ancora oggi, anno di grazia 2018, occorre affermare tutti i giorni un concetto che davvero non riesce a morire: non è il colore della pelle a fare di un uomo un essere umano e il sangue ha sempre lo stesso colore per tutti.

Firenze dopo Macerata, un mese di distanza fra due storie che hanno lo stesso colore. Come se la storia si fosse fermata all’America razzista o al Sudafrica dell’apartheid, nonostante le battaglie civili d’intere generazioni. Quanta strada manca ancora perché il sogno di Martin Luther King possa avverarsi ? Molta. E l’ipocrisia di molti popoli della vecchia Europa si spinge a trovare giustificazioni sociali ed economiche: l’invasione, il lavoro che manca e che i “negri” ci rubano, prima gli italiani. Non è così, lo sanno tutti ma tutti fanno finta che così non sia. “… io non sono razzista, però…”.

Ecco, è il però la chiave di volta. È un però che spiega tutto, meglio di qualunque analisi economica e sociale. Diciamolo apertamente, senza paura: in questo Paese, come nel resto d’Europa, il razzismo è una realtà che cresce e s’ingrossa come un fiume in piena. Ammetterlo sarebbe già un buon inizio. Certo, non tutti siamo razzisti, ma i molti che lo sono fanno più rumore. È un rumore pesante, freddo e cinico e talvolta il rumore assume un contorno kafkiano. È il caso di Toni ChiKe Iwobi, senatore della Lega. Sessantadue anni, Nigeriano d’origine e bergamasco di adozione, è il primo senatore di colore della Repubblica Italiana. Potrebbe sembrare un passo importante verso l’integrazione, potrebbe … ma la realtà è molto diversa. C’è una costante nella storia degli uomini e nel cammino verso l’uguaglianza sociale e civile: cancellare la propria identità, la propria storia, la propria dignità e subire tutto questo per essere accettati nel mondo che ti respinge. Come una “sindrome di Stoccolma” che ti spinge nelle braccia di chi ti ha ferito, in molti casi umiliato. Se nella storia di quest’ultimo quarto di secolo esiste un Partito, un movimento e una comunità che più di tutti ha seminato odio etnico e razziale e più di tutti ha lavorato per dividere non ci sono dubbi: è la Lega.

La storia della Lega parla in questo senso, ed è un libro aperto. Nasce alla fine degli anni “80 sulla spinta dei maggiori movimenti autonomisti dell’Italia settentrionale, Umberto Bossi rappresenta per anni il faro e il pensiero del Partito. Sono chiari fin da subito i nemici: l’Italia del Sud, i meridionali, Roma. È la storia recente ad alzare ancora di più il livello dello scontro sociale e della divisione, con il nuovo leader Matteo Salvini il dito punta dritto verso lo straniero, il diverso, il negro, il migrante. Chiunque abbia memoria e onestà intellettuale conosce perfettamente il pensiero del Partito Lega, non è possibile dimenticare gli insulti e le parole cariche di odio etnico di persone come Calderoli e Borghezio. Il salto di qualità avviene negli ultimi anni, sotto la guida di Matteo Salvini, quando movimenti apertamente fascisti e xenofobi come CasaPound e Fratelli d’Italia diventano interlocutori quasi privilegiati. Il nemico da combattere non è più, ma sarebbe meglio dire non solo, l’Italia meridionale. L’ambizione nazionalista è forte, riporta indietro nel tempo. Il nemico dichiarato oggi è il migrante.

Che in questo contesto, in questo clima di ostilità e di odio razziale, un uomo come Toni ChiKe Iwobi sia eletto in Parlamento dopo una militanza lunga venticinque anni in un Partito come la Lega, dovrebbe far riflettere. Ma forse la riflessione è più semplice di quello che può sembrare. La Lega ha trovato il suo “zio Tom”, utile da portare in Parlamento, nei salotti televisivi e quindi nelle case degli italiani, per convincere tutti e dimostrare che la Lega non è un partito razzista. E lo “zio Tom” accetta questo ruolo, con convinzione e dedizione alla causa.

https://www.youtube.com/watch?v=Hjila9XzfbY

Lui, Nigeriano d’origine e bergamasco di adozione, si batte come un leone contro lo Ius Soli. Lui parla di orgoglio leghista e d’invasione. Ha imparato la lezione e la recita a memoria consapevole che il servo fedele ha sempre un posto a tavola nella casa del padrone. Lui, africano che conosce Bergamo ma forse non sa dov’è Soweto. Lui che legge Feltri, ma forse non ha mai letto un solo pensiero di Stephen Bantu Biko. Probabilmente non gli interessa nulla nemmeno delle donne e degli uomini che per secoli hanno lottato in giro per il mondo contro il razzismo, contro l’apartheid e contro il segregazionismo. Ma un giorno forse capirà la differenza fra integrazione e accettazione, perché lui entra in Parlamento non perché ha vinto una battaglia per l’integrazione ma perché ha accettato di passare dalla porta dell’accettazione di un ruolo, di una parte. E questa è la sua sconfitta.

Per i migranti, per i “neri” che in questo Paese lottano ogni giorno per i diritti negati e per un pezzo di pane pagato con il sangue raccogliendo pomodori e facendo i braccianti nelle campagne sotto la risata beffarda dei “caporali” è una ferita in più. Per uomini come Idy Diene ucciso mentre camminava per le strade di Firenze, è una ferita terribile. Ma per lo “zio Tom” che abbraccia Matteo Salvini ed entra in Parlamento sul carro dei vincitori è la sconfitta, umana e morale.

Mario Balotelli di mestiere fa il centravanti, è un giocatore famoso e tante volte discusso. In questi giorni ha segnato un goal bellissimo, non un colpo di tacco o una rovesciata volante. È stato un colpo di testa in tuffo, un tuffo nel mare dell’ipocrisia e per tuffarsi a volte bastano cuore e coraggio. http://www.lastampa.it/2018/03/07/italia/speciali/elezioni/2018/politiche/balotelli-sindigna-per-il-senatore-nero-della-lega-vergogna-4i37qrzunTO45iVcREF87K/pagina.html

Sì, penso anch’io che un giorno qualcuno dovrà spiegare a Toni ChiKe Iwobi che il colore della sua pelle è il nero. E dovrà spiegargli anche che Stephen Bantu Biko, Mandela, Martin Luther King e tanti altri dicevano cose diverse da quelle di Matteo Salvini, Borghezio e Feltri. Qualcuno dovrà spiegargli anche che Idy Diene veniva dal Senegal e faceva l’ambulante, era un uomo che portava sulle sue spalle tutta la sua dignità e tutta la fatica di vivere. Camminava per una strada di Firenze, il suo cammino si è fermato sul ponte Amerigo Vespucci e non tornerà mai più a casa sua.