L’usignolo in gabbia e la normalità, Dedicato a Helin Bölek e Grup Yorum

Di: - Pubblicato: 5 Maggio 2020

di Maurizio Anelli.

C’era una volta un posto chiamato Terra, tutto intorno il mare e tutto sopra il cielo.

Un posto ricco di colori e forme di vita: animali di ogni tipo, piante, e una strana specie che si era autoproclamata padrona di ogni tutto. Dotata di una smisurata considerazione di sé, per prima cosa si era data un nome: uomo. Poi, un giorno alla volta, prese possesso di ogni angolo della casa comune e per conquistare tutto lo spazio che lo circondava, anche quello di cui non aveva bisogno, decise di compiere i passi necessari. Bruciò foreste e pianure, avvelenò il mare. Ma non gli bastava, allora cominciò a dividere in gruppi anche gli animali della sua specie: da una parte quelli che avevano la pelle di un colore diverso, chi parlava una lingua diversa, chi credeva negli dèi e chi non pregava nessun dio. All’interno della sua specie questo strano animale decise di classificare, definire, giudicare. Infine, eresse muri e confini e, dentro ogni confine, inventò classi speciali, suddivise in cattivi e buoni. La classe dei cattivi aveva il compito ingrato di produrre la merce che serviva per far vivere la casa comune, la classe dei buoni oltre a godere della merce prodotta aveva il privilegio di amministrare ogni ricchezza prodotta, conservarla per sé e per tutti gli altri appartenenti alla classe dei buoni.

Un equilibrio difficile da preservare, così a volte capitava che per difendere questo equilibrio si rendeva necessaria qualche guerra per conquistare nuovi territori e nuove ricchezze.

Così facendo e con il passare del tempo l’uomo si convinse di aver creato qualcosa di indistruttibile, capace di resistere ad ogni tempesta. Il calcolo era sbagliato, perché in ogni calcolo c’è sempre almeno una variabile capace di cambiare e stravolgere il gioco. Variabili, semi, idee: è così che nasce il fiore chiamato ribellione.

Da sempre il mondo è diviso in classi, e ognuno di noi si confronta con il suo tempo e con il tempo vissuto da altri prima di noi, e il tempo insegna sempre qualcosa per chi è disposto ad ascoltare. Oggi, in quel posto chiamato Terra, c’è qualcosa che chiede di essere letto e capito. Quel virus che è diventato l’incubo dei nostri giorni non riesce a nascondere sotto il tappeto la polvere e la cenere, non deve impedirci di vedere tutto lo sporco che è in bella vista nella casa comune. L’idea che, una volta cancellato l’incubo, la vita possa ricominciare come prima è pericolosa e perdente.  Fra le mille lezioni che questo virus ci impone di capire la prima è che ognuno di noi è necessario all’altro. Lo è dal punto di vista umano, sociale ed economico. Quell’autosufficienza che per tanto tempo ci è stata raccontata come un mantra, non esiste e non è mai esistita. Non esiste a livello economico perché quel lavoro che oggi c’è può non esserci domani e quel domani è li che ci aspetta. Ma in una società che dice di voler essere migliore non esiste solo l’aspetto economico: c’è un aspetto umano, sociale, che deve essere posto al centro dell’attenzione perché il domani che verrà rischia di metterci davanti a uno scontro sociale di estrema durezza. Forse siamo ancora in tempo a capirlo, ma è difficile che le classi dominanti di questo mondo malato accettino di cambiare rotta, molto più facile nascondere la polvere sotto il tappeto. La polvere è tanta, imbianca l’Europa e le Americhe, il continente africano e tutto il resto della casa comune. Una parte enorme di questo pianeta vive al limite o sotto una soglia di povertà che è davanti agli occhi di tutti, e questa povertà economica e sociale convive con la mancanza di Uguaglianza, di Giustizia e di Diritto: violazione palese dei diritti umani.

A tutto questo il mondo assiste, indifferente e complice in uguale misura. Succede e si accetta, perchè

da sempre questa è una delle condizioni necessarie per mantenere il livello di ricchezza dei primi della classe e perché la discriminazione etnica, razziale e culturale, è un virus da cui l’uomo non riesce a guarire. Il cerchio di complicità e connivenza con regimi che violano apertamente i diritti umani diventa sempre più grande: il Brasile di Jair Bolsonaro opera indisturbato sul suo territorio violentando cultura e natura, e nessuna delle presunte democrazie occidentali ha da eccepire. Lo stesso accade in altri paesi di quell’America Latina che da sempre è il cortile di casa degli Stati Uniti che decidono come e quando giocare in quel cortile. Ma il cerchio si allarga: dalla politica dello Stato di Israele nei confronti della Palestina alla spartizione dell’Africa e di ciò che resta del Medio Oriente, per arrivare alla Turchia.

Recep Tayyip Erdoğan è l’uomo forte della Turchia del nuovo millennio.

Nella Turchia di oggi i diritti umani sono un’utopia che il regime non contempla. L’Europa assiste e tace, la cosa sembra non riguardarla o disturbarla. Il Covid ha colpito duro anche in Turchia, ma questo non impedisce a Erdogan di perseguire la persecuzione degli oppositori al suo regime. La persecuzione ha molte facce, e come sempre spara nel mucchio. In questo mucchio però non si colpisce mai a caso e il libero pensiero in qualunque regime incute paura. Musica, cultura di popolo, partecipazione attiva alla vita del proprio Paese è un seme che va sradicato. Nella Turchia di Erdogan la musica e il messaggio della band “Grup Yorumfaceva paura. I potenti hanno paura di tutto, anche della musica. E allora quel gruppo di musicisti va fermato. Le galere di Istanbul sono dure, spietate. Difficile sopravvivere e difficile uscirne. Si può cantare la libertà e l’opposizione ad un regime, si può riempire uno stadio al canto di “Bella Ciao” e a Istanbul tutto questo è accaduto. Si può denunciare l’oppressione e il fascismo del potere con la musica, si può ancora morire per un’idea di libertà. L’uomo forte della Turchia ha deciso di fermare quella musica e quelle voci, ma un usignolo in gabbia continua a cantare.

Helin Bölek era quell’usignolo e cantava così forte che nessuna gabbia poteva fermare quella voce. Aveva 28 Anni, il carcere e le torture non sono bastate a fermarla. Inizia uno sciopero della fame che, dopo 288 giorni la porterà alla morte. Quel concerto di Istanbul, nel 2015, resta il suo addio alla vita e nessun regime riuscirà mai a cancellarlo. La sua protesta non violenta chiedeva, con quel corpo ogni giorno più lontano dalla vita, il rispetto dei diritti.

Ma non si canta mai da soli, gli “Grup Yorum” sono un gruppo, un gruppo di amici dove si parte e si torna insieme perché nessuno viene lasciato solo. Cantano anche per il loro popolo e con quel popolo sono diventati un tutt’uno. Altri componenti della band iniziano lo stesso sciopero della fame e, il 23 aprile, dopo 297 giorni di sciopero della fame, anche Mustafa Koçak saluta la vita.

Aveva 28 anni anche lui.

Ibrahim Gökçek, è il bassista del gruppo e il suo sciopero della fame dura ormai da più di 300 giorni e presto toccherà a lui il canto di addio. Il suo messaggio su Twitter suona come un saluto: “…forse in Turchia bisogna essere pronti a morire per cercare di rimanere in piedi”.

https://www.rollingstone.it/musica/lincredibile-storia-di-helin-bolek-cantante-turca-morta-dopo-un-lungo-sciopero-della-fame/511411/

Ero un ragazzo di 20 anni o poco più quando, il 5 maggio 1981, Bobby Sands si lasciava morire nelle carceri di sua Maestà la Regina d’Inghilterra per la causa irlandese, dopo uno sciopero della fame di oltre 60 giorni. Le idee fanno sempre paura al potere, le idee superano ogni paura e cantano come solo gli usignoli sanno fare. La loro voce arriva ovunque, sempre… esce da ogni galera e vola in alto.

Questo accade, oggi, in Turchia. Questo accade in Palestina, in Siria, in Brasile… accade in ogni angolo di quel mondo dove muri e barriere uccidono il canto di mille usignoli. Questo accade mentre tanti aspettano solo di poter ripartire e tornare alla normalità.

C’era una volta un posto chiamato Terra, tutto intorno il mare e tutto sopra il cielo: era un posto dove la normalità è stato il più grande errore che l’uomo abbia mai commesso.