Made In Italy E Agromafie

Di: - Pubblicato: 31 Ottobre 2016

La falsificazione dei prodotti alimentari made in Italy ha superato i 60 miliardi di euro di fatturato annuo

Oggi anche nelle aree di lunga storia gastronomica, le forme tradizionali di ristorazione tendono a evolversi. Dagli anni ’70, il potenziamento industriale ed economico, con la conseguente crescita dell’impegno lavorativo nelle fabbriche, ha portato prepotentemente nell’alimentazione familiare così come in quella pubblica, i prodotti pronti.

La capacità di produrre qualsiasi cosa commestibile in serie, in scatola, quasi sempre pronta al consumo dopo una breve riscaldata, la combinazione di nuove esigenze e di nuove scoperte nel campo della tecnologia alimentare hanno permesso l’enorme sviluppo dell’industria che produce cibo.

Si assiste ad una crescente globalizzazione del settore agroalimentare; la grande distribuzione spinge sempre più ad una sorta di rimescolamento culinario generalizzato.

L’agro business non stigmatizza le particolarità culinarie locali ma le scompone e le integra, producendo una sorta di prodotti succedanei adatti al consumo di massa, differenziati a seconda dell’area di tradizione gastronomica in cui vengono commercializzati. L’odierno comparto dell’industria alimentare sforna ogni sorta di genere commestibile, fa viaggiare le culture del cibo, almeno nelle loro manifestazioni più ovvie. Al supermercato è possibile acquistare dalla pizza surgelata, alle salse messicane e i preparati per i burritos, dal cacciucco o paella precotti, fino a zuppe, brodi e minestre di ogni parte del mondo.

Ma ci sono anche i prodotti ideati dalle stesse industrie del settore: gli snack al cioccolato, le patatine fritte in sacchetto, le sottilette o i wurstel. Così, mentre appiattisce le differenze e le particolarità locali, l’industria spedisce nei cinque continenti specialità regionali ed esotiche, adattate o standardizzate.

I formaggi tradizionali, divenuti rarissimi e cari, sono sostituiti da succedanei pastorizzati, i vini di qualità, simbolo ed emblema di territorio, vengono rimpiazzati con bevande che ne ricopiano il suono nel nome.

Queste creazioni sono diventate in qualche modo una rappresentazione, i marchi sulle confezioni sono più importanti del contenuto stesso ed i prodotti sono difficilmente riconducibili, per vista, olfatto e gusto, a qualcosa di esistente in natura.

Ciò che è avvenuto, anche se nato in origine come risposta ad un bisogno sociale delle famiglie impegnate in fabbrica, in realtà ha sovvertito completamente le regole della trasformazione alimentare e ha operato in maniera cosi innaturale da rendere necessaria l’invenzione di elementi che consentissero alle materie prime trattate in modo cosi violento (disidratate, liofilizzate, surgelate) di riacquistare una qualche parvenza di naturalità e qualcosa che ricordasse il sapore originario. E’ allora che interviene la chimica, che attraverso aromi artificiali e naturali e dei vari additivi, che ritroviamo elencati in etichetta, può ricostruire dal nulla, creare un gusto, un profumo, una consistenza.

 

L’italianità è un richiamo molto forte: significa non solo qualità, bontà, semplicità ma anche stile, gusto, cultura.

 

La chiave di tanto successo è spiegabile con semplicità, la nostra cucina è: naturale, facile da capire, immediata nei sapori e anche relativamente facile da insegnare e da imparare, almeno nei suoi elementi essenziali. La cultura italiana in materia alimentare evoca uno stile di vita percepito dai consumatori come caratterizzato da benessere e qualità e questo aspetto costituisce la chiave del successo di molti prodotti del comparto agroalimentare italiano. Il nostro patrimonio agroalimentare e la cultura gastronomica italiana sono unici al mondo per qualità ed assortimento, famosi ed apprezzati dai consumatori di molti paesi.

Le esportazioni di prodotti agroalimentari legati al made in Italy, rappresentano una componente particolarmente importante dell’intera bilancia commerciale; basti pensare alle esportazioni di formaggi, a quelle di salumi, come pure ai vini, all’olio di oliva, a una parte rilevante dei prodotti ortofrutticoli sia freschi che trasformati, ma anche ai dolci, alla pasta, al caffè, per limitarsi solo agli esempi principali. Proprio il valore economico del legame con l’Italia di questi prodotti genera anche delle forti spinte verso la nascita e lo sviluppo di fenomeni di imitazione che cercano di trarre vantaggio in modo improprio da una identità e da una reputazione che non solo non hanno contribuito a generare e che quindi sfruttano in modo indebito, ma che il più delle volte intaccano negativamente. Questo spiega la ragione del proliferare di diverse tipologie di imitazioni che, in modo diverso, generano impatti negativi sull’economia nazionale e in particolare sull’agroalimentare, ma senza trascurare le implicazioni anche sull’ambiente, sulla finanza pubblica, sul lavoro, sulla crescita economica, sulla legalità e sulla criminalità. Rispetto al tema delle imitazioni dei prodotti italiani, si fa spesso riferimento a una terminologia diversa, talvolta non ben definita e potenzialmente ambigua.

L’italian sounding insomma colpisce i nostri prodotti più rappresentativi – specie nei mercati emergenti, dove i falsi sono più economici – condizionando le aspettative dei consumatori e arrecando un danno d’immagine incommensurabile.

Per quanto riguarda il mondo della ristorazione un censimento non è fattibile, ma non è lontana dalla realtà la stima di settantacinquemila ristoranti che nel mondo, ad ogni tipo e livello, dichiarano di cucinare italiano. Quanto ci sia di veramente nostro nei prodotti impiegati e nelle ricette eseguite è tutto da discutere. Ma rappresenta un dato di fatto che l’italian sounding oggi domina nelle cucine del mondo.

Le aziende estere che utilizzano impropriamente segni distintivi e descrizioni informative e promozionali che si rifanno in qualche modo al nostro Paese, adottano tecniche di mercato che inducono il consumatore ad attribuire ai loro prodotti caratteristiche di qualità italiana che in realtà non posseggono, concorrendo slealmente nel mercato ed acquisendo un vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza non solo italiana.

In Italia vigono regole rigide sulla produzione agroalimentare, il cui obiettivo è quello di tutelare l’alta qualità dei prodotti oltre che la salute dei consumatori. Made in Italy, quindi, sta ad indicare non solo un prodotto di qualità, ma anche un prodotto sicuro. Gli altri prodotti, apparentemente italiani, non possono, in principio, ritenersi comunque tali. Non solo si arriva a produrre e vendere prodotti di bassa qualità, ma spesso anche prodotti insicuri, insalubri o addirittura dannosi per l’ambiente.

La Coldiretti ha fatto il punto sul fenomeno: la falsificazione dei prodotti alimentari made in Italy ha superato i 60 miliardi di euro di fatturato l’anno, cifra decisamente elevata specie se comparata con il valore delle esportazioni agroalimentari dell’Italia, pari a circa la metà di questa cifra. In termini di mancata occupazione il fenomeno costa al nostro paese 300.000 posti di lavoro.

Tra i danni che il fenomeno della contraffazione può generare, non va dimenticato il fenomeno che recentemente è stato identificato con il termine di Agromafie, ossia la presenza e l’interesse delle associazioni criminali verso le attività economiche dell’agroalimentare. È sempre più evidente, infatti, l’attrattività del settore agroalimentare in termini d’impiego di proventi illeciti, riciclaggio e nuove forme di racket basate sulla contraffazione. Se da un lato, la rete è uno strumento utile per la vendita sui mercati esteri di prodotti agroalimentari di qualità per molte piccole imprese, dall’altro essa ha permesso e talvolta favorito lo sviluppo sia del fenomeno della contraffazione che di quello dell’imitazione. Quando questo fenomeno è promosso e controllato da strutture organizzate, si parla di vere e proprie forme di agropirateria, ben note anche a livello internazionale.

Tanto è confusa e contraddittoria l’azione dello Stato tanto è viva e mirata quella delle organizzazioni criminali. Queste non hanno mai trascurato il settore alimentare ed oggi più che mai appaiono lungimiranti nel coglierne la centralità e le immense potenzialità di guadagno. La conquista di una fetta importante di questo settore da parte delle organizzazioni mafiose rientra quindi nel processo, osservato in questi anni, di consolidamento come holding finanziaria attiva praticamente in tutti gli ambiti dell’economia. In questa opera di infiltrazione le mafie stanno approfittando della crisi per penetrare anche nell’imprenditoria legale, visto che quello dell’agroalimentare rimane un comparto vivo, a differenza di altri, perché del cibo, anche in tempi di difficoltà, nessuno potrà fare a meno quali che siano le circostanze e indipendentemente dalle congiunture economiche.

L’infiltrazione criminale nel settore agroalimentare trae linfa dalle mancanze della normativa comunitaria. Il nostro sistema legislativo protegge meglio il capitale economico che la salute degli individui, poiché nell’incontro tra diritto germanico e diritto romano sembra aver prevalso il primo, che puniva con maggiore severità i reati contro il patrimonio piuttosto che quelli contro la persona. Grazie a questa fragilità del sistema legislativo italiano ed a queste carenze sul fronte della repressione, le mafie stanno imponendo il proprio controllo sulla produzione, il trasporto e la vendita di prodotti alimentari. Non solo si appropriano di vasti settori dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza ed il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma compromettono in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani ed il valore del marchio made in Italy.

Attraverso la delocalizzazione e l’utilizzo di materie prime “altre”, sfruttano con richiami semantici e visivi il brand italiano causando enormi danni alla nostra produzione agroalimentare, soprattutto con l’introduzione nei mercati internazionali di prodotti di scarsa, quando non infima, qualità. Il fenomeno dell’Italian sounding registra ora una ulteriore sofisticata evoluzione: non si investe più solamente sulla creazione all’estero di pseudo-aziende che imitino i nostri prodotti, ma si acquisiscono direttamente antichi e prestigiosi marchi legati alla storia e alla cultura dei nostri territori, li si svuota dei contenuti di sapienza, di conoscenza, di tradizione, di qualità e attraverso di essi si veicolano e si commercializzano produzioni dall’origine incerta, ambigua e spesso pericolosa, così come spesso incerta, ambigua e pericolosa è la stessa provenienza dei capitali impiegati nelle acquisizioni. Siamo passati dall’Italian sounding all’Italian laundering con pezzi interi della nostra economia ormai utilizzati per il lavaggio del denaro sporco. Basterebbe, per rendersene conto, pensare ai diversi e spesso non del tutto comprensibili passaggi di mano nel controllo di importanti aziende. Prima comprate, poi rivendute, poi ancora ricomprate. Troppi giri e troppe alchimie per non lasciarsi prendere dall’ombra del sospetto. Il fenomeno si è notevolmente intensificato nel nuovo Millennio e mostra ulteriori segni di crescita negli ultimissimi anni. Quasi tutti i settori alimentari sono stati coinvolti, dalle bevande alcoliche ai dolci, dai salumi ai latticini. Gli acquirenti sono soprattutto aziende francesi, svizzere, spagnole e statunitensi. Questa particolare forma lecita di Italian sounding finisce anche per infrangere il patto di fiducia con i consumatori, tradendone di fatto le aspettative.

È un paradosso tutto italiano. Da un lato si mobilitano energie per diffondere anche nei cittadini meno attenti la consapevolezza del valore aggiunto offerto dal marchio nazionale e si utilizza il Made in Italy come volano di un settore, quello alimentare, sempre più centrale in tempi di crisi. Dall’altro lato una parte tanto consistente di quelle imprese che del made in Italy stesso erano rappresentative portano ormai bandiera straniera.

 

Samantha Di Vito