Mari in pericolo, entro il 2048 saranno senza pesci

Di: - Pubblicato: 15 maggio 2017

A cura di Samantha Di Vito

 

 

Il sovra sfruttamento delle risorse di pesca ed il conseguente impoverimento progressivo dei mari è un fenomeno ormai certo. Secondo alcuni esperti scienziati, si calcola che entro il 2048 vi sarà il punto di non ritorno della presenza dei pesci negli oceani. Se si pensa che l’inizio della pesca industriale è datata intorno agli anni Cinquanta ed in soli sessant’anni siamo arrivati a questa crisi, non è difficile pensare che abbiano ragione.  Che senso ha, se il ciclo vitale del tonno è di vent’anni, di pescarlo a due, quando non si è ancora riprodotto? E cosa ne sarà delle interazioni con le altre specie animali e vegetali?

In Italia il consumo di pesce rappresenta circa l’8/10 % della spesa alimentare delle famiglie; nel mondo sono altre 78 milioni le tonnellate di pescato annuo, ma al grande quantitativo non corrisponde altrettanta varietà. A fronte delle oltre 250 specie ittiche esistenti, la scelta si orienta su pesci, crostacei e molluschi appartenenti ad una dozzina di varietà: tonni, spigole, orate, sogliole, naselli, merluzzi, seppie e calamari, polpi, gamberi, vongole, cozze e poco più.

Un discorso a parte quello sui filetti che si trovano sui banchi alimentari, quasi esclusivamente persico o pangasio, ambedue allevati in acqua dolce.

Il processo di industrializzazione avvalendosi di tecnologie e tecniche sofisticate ha diminuito la fatica del pescatore ma ha reso micidiale la potenza di pesca.  La pesca a strascico è quella più accusata di illegalità, in particolare nel periodo riproduttivo della triglia, poichè per catturare triglie sotto taglia, richieste dal mercato, le imbarcazioni violano i limiti di profondità entrando nelle aree protette. Qui la rete, comportandosi come un aratro, fa danni incalcolabili al fondale, alterandone la superficie e distruggendo gli organismi che lo abitano.

L’acquacoltura è un’attività molto antica; oggi ha raggiunto uno sviluppo davvero importante. Si calcola che il 43% del pesce offerto dal mercato provenga da questo filone ed è presumibile che aumenterà per far fronte alla crisi del pesce in mare. Questa tecnica di allevamento ha modo di pesare poco sull’ambiente se si basa sull’uso sostenibile delle risorse naturali, se si svolge in maniera estensiva sfruttando esclusivamente le risorse fornite dall’ambiente, senza alcun apporto nutritivo da parte dell’uomo.  Costituisce un esempio di interazione tra attività umana e conservazione dell’ambiente, riduce l’inquinamento con buone pratiche alternative, applica i principi dell’acquacoltura biologica, utilizza specie autoctone e riproduttori locali. Il suo limite è rappresentato dalle basse rese. Inutile dire che non stando al passo con le richieste di mercato, questo genere di allevamento è poco diffuso, lasciando spazio a quello intensivo.

Inoltre l’inquinamento dei mari e delle acque interne è causa di pericolose contaminazioni. Tra le più gravi vi sono le diossine. I pesci di grande taglia, in quanto predatori, le assimilano e non le metabolizzano. Un altro grave rischio è presentato dai metalli pesanti: piombo, cadmio e mercurio. Tali sostanze non sono degradabili e costituiscono un problema salutistico per l’uomo.

Il pesce insomma dev’essere buono a livello organolettico, ma dev’essere sostenibile, catturato nel rispetto dell’ambiente, dev’essere salubre ed infine dovrebbe possedere una bontà etica: dev’essere catturato nel rispetto di chi lo pesca, di chi lo compra e di lui stesso. Preferite un prodotto del Mediterraneo, per avere buone probabilità che sia un prodotto di piccola pesca e che abbia evitato lunghi viaggi (la zona di pesca FAO è indicata in etichetta), prestate attenzione alla stagionalità di riproduzione e pesca per non arrecare danno alle specie. Riscoprite le specie “povere” e della taglia giusta; una delle cause di desertificazione dei mari è infatti la consuetudine di mangiare pesci troppo giovani, impedendogli la riproduzione ed il ripopolamento. I neonati di acciuga o sarda, i cosiddetti bianchetti o i calamaretti spillo, ambiti dalle cucine gourmet sono responsabili di questo impoverimento. Solo i consumatori consapevoli hanno il potere di fermare lo scempio compiuto ai danni del mare.

Slow food ha promosso una campagna in cui informa il consumatore delle specie a rischio che, per ragioni di sicurezza non dovrebbero essere mangiati o il cui consumo dovrebbe essere limitato a occasioni sporadiche. Tra quelle da non acquistare troviamo il tonno rosso, il salmone, il pesce spada ed i bianchetti; tra quelli da consumare salriamente la cernia bruna ed il merluzzo. Tutti i consumatori sono invitati a leggere attentamente le etichette per evitare frodi ed effettuare acquisti consapevoli.

Promotori di un consumo realmente consapevole e con piccoli gesti invertire una tendenza nefasta. Per chi come noi appartiene al cosiddetto mondo ricco, cosa mettere nel piatto è ancora una scelta e dobbiamo compierla consapevoli che il nostro stesso benessere ed il nostro destino sono legati alla salute della terra e dei mari e di chi, con noi li abita.