Medico tradizionale e omeopata: due pareri opposti sulla controversa pratica

Di: - Pubblicato: 12 giugno 2017

A cura di Emmanuele Ettore Vercillo

 

L’omeopatia è stata, recentemente, al centro di accese discussioni a causa della morte di un bambino di 7 anni per un’otite curata con rimedi omeopatici; attorno a questa vicenda, si è sviluppato un lungo dibattito su quanto l’omeopatia sia effettivamente una pratica efficace per la cura di patologie mediche. Per fare luce sull’argomento, abbiamo sviluppato una doppia intervista, mettendo a confronto le opinioni sul tema di Carlo Cenerelli, omeopata con uno studio a Milano, e Massimo Clementi preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Vita-Salute San Raffaele.

 

D: Che cos’è l’omeopatia? Come funzionano le sue terapie e su che basi si fondano?

 MC: L’omeopatia è una pratica antica, che nasce già prima dell’avvento della medicina moderna, quella cioè che si fonda sulla sperimentazione, assente nell’omeopatia, la quale prevede che non ci siano principi attivi se non attraverso diluizioni estreme dei principi attivi nel rimedio e che quindi basa la sua possibile efficacia su un effetto molto simile all’effetto placebo, cioè l’effetto benefico si ha perché il paziente sarebbe molto probabilmente guarito lo stesso.

 CC: L’omeopatia è, secondo la definizione del congresso mondiale del 1990 tenutosi a Vienna, una strategia terapeutica la cui finalità è quella di curare in maniera sempre singola una persona con un rimedio che le corrisponde. Il rimedio omeopatico è singolo, corrisponde ad una persona, ed è somministrato in diluizioni che spesso vanno oltre il numero di Avogado. Non c’è più la sostanza ma ogni rimedio diluito nel solvente e dinamizzato (agitato ndr) dà al soluto in cui viene sciolto un’impronta particolare, per cui rimane nell’acqua una memoria, consistente nei cluster, cioè delle molecole proprie di quella sostanza.

D: Ha parlato di esperimenti: i rimedi omeopatici sono soggetti a sperimentazioni prima di essere utilizzati per la cura dei pazienti?

 MC: Il metodo sperimentale, proprio della medicina, prevede che per mettere in evidenza che una certa pratica terapeutica dà un effetto e magari anche degli effetti collaterali bisogna affrontare degli esperimenti; per tutti i farmaci, ma non per i presidi omeopatici, esiste una regolamentazione internazionale che prevede diverse fasi di sperimentazione, molto lunghe e costose, da soddisfare prima che un possibile farmaco diventi farmaco a tutti gli effetti. Tutto questo non è contemplato nell’omeopatia: non esistono, infatti, studi a livello di letteratura internazionale che confrontano un rimedio omeopatico con un farmaco detto allopatico.

 CC: I farmaci omeopatici sono oggetto di una sperimentazione su di un individuo sano, al quale viene somministrata una sostanza in doppio cieco, senza cioè che la persona e il prescrittore sappiano di che sostanza si tratta, fino a che questa non crea dei disturbi che sono, in linea di massima, uguali per la maggior parte degli sperimentatori ma ci saranno alcuni individui che, oltre ai sintomi comuni all’intossicazione da quella sostanza, avranno dei disturbi propri. Questi sintomi vengono raccolti e, al paziente che li presenta nella totalità dei suoi sintomi, quindi non solo quelli legati alla malattia che lo ha portato dal medico, viene somministrato questo rimedio che si associa alla malattia in atto, quasi la potenzia, ma poi la elimina.

 

(Su questo tema, pare opportuno segnalare che, secondo la normativa vigente, le aziende omeopatiche, per vedere approvato il loro prodotto, sono tenute a fornire informazioni esclusivamente sulla sua origine chimica e biologica, sulla diluizione e sulla sicurezza del principio. Non è, cioè, richiesta una dimostrazione degli effetti, come avviene invece per i farmaci allopatici.)

 

D: Esistono casi o patologie specifiche in cui un paziente possa beneficiare più dell’omeopatia rispetto alla medicina tradizionale, o comunque l’omeopatia può in alcuni casi sostituirsi ai farmaci tradizionali?

 MC: Stamattina ho incontrato i nostri studenti che si laureeranno quest’anno e ho fatto una chiacchierata con loro. Fra le altre cose, gli ho chiesto “avreste voluto che ci fosse stato nel corso qualche elemento di omeopatia?” Mi hanno risposto con una risata. La risposta è no: qui insegniamo medicina, non insegniamo altre cose che si chiamano, forse giustamente, alternative; con la medicina alternativa bisognerebbe curare le malattie alternative e avrei difficoltà a dirle quali sono.

 CC: La risposta è quella che le darebbe qualsiasi medico omeopatico vero: il medico omeopatico non è che non usa gli antibiotici, ha delle strategie per cui può usarli di meno o non usarli.

 D: Abbiamo parlato della sperimentazione dei farmaci e dei rimedi omeopatici, ma esiste un confronto scientifico fra questi due tipi di terapia?

 MC: No, perché qualsiasi omeopata rifiuta un metodo scientifico perché si avvicinano con un approccio che è individuale e quasi esclusivamente empirico, che poteva andar bene per uno sciamano che curava individualmente con il sangue di pollo e a volte otteneva anche dei risultati perché c’è una forza che cura nella natura, magari una ferita da taglio guariva e lo sciamano si prendeva il merito. La stessa cosa più o meno è quella che accade nell’omeopatia.

 CC: La sperimentazione viene fatta alla fine, è fatta sulla persona: sui rimedi noi sappiamo tutto ma non sappiamo come lavorano omeopaticamente parlando. La terapia è sulla patologia in quel singolo. In un confronto, se pretendono di giudicarci con delle logiche che non appartengono all’omeopatia non si capirà mai perché è diversa dalla medicina tradizionale. La cura di una certa patologia può avere 500 rimedi diversi, mentre la medicina classica ne propone uno solo, quindi un confronto in questi termini non si può fare.

D: Ogni volta che si presenta un caso di cronaca come quello recente di Ancona, con la morte di un bambino di 7 anni a causa di un’otite curata con rimedi omeopatici, si riaccende il dibattito con due posizioni molto nette e distanti sull’omeopatia. Secondo lei, a cosa è dovuta la diffusione della posizione opposta alla sua?

MC: È probabile che ci sia stata una qualche crescita del fenomeno: come avrà visto esiste anche un rifiuto alle vaccinazioni che potrebbe in qualche modo essere accostato con il rifiuto ai farmaci o ad uno stile di vita anche alimentare non ortodosso, come i vegani o quelli che fanno dimagrire anche i bambini; tutta questa cultura, che io vedo come un qualcosa di trasversale nella nostra società, è un po’ il rifiuto ad avere delle cose

precostituite che non si capiscono e qui forse c’è anche una colpa della scienza che dovrebbe spiegarsi meglio e che forse avrebbe anche bisogno di un giornalismo scientifico che si avvicina meno timidamente alla scienza. Secondo me, queste persone opportunamente informate dovrebbero comprendere i grandi benefici avuti dalla scienza.

 CC: Ci sono degli interessi molto diversi: economici, di prestigio, che vanno contro la metodica dell’omeopatia che offre una guarigione abbastanza rapida e duratura. Entriamo in dinamiche che hanno poco a che fare con la medicina. Qui però dobbiamo distinguere l’omeopatia convenzionale che costa poco e fa molto bene, ma poi ci sono altre paraomeopatie, che di omeopatico hanno solo il nome e che costano un sacco di soldi, ma noi quelli non li condividiamo.

D: Un contrasto simile a quello che si vede per l’omeopatia si è manifestato nella discussione sui vaccini; in quel caso, si è approdati ad una decisione politica presa attraverso una legge. Lei crede che anche sul tema dell’omeopatia sia necessario un intervento di questo tipo o pensa sia necessario adottare altre soluzioni?

 MC: Beh, qualche tempo fa un bambino figlio di vegani è stato trovato in uno stato di grave denutrizione ed è stata tolta la patria potestà ai genitori. Se in un episodio come quello di Ancona ci fosse stato il tempo, si sarebbe potuto intervenire, però non si può andare avanti a colpi di patria potestà: bisogna convincere le persone. Sui vaccini, in questo momento, è sembrato che la obbligatorietà fosse la scelta migliore per via di una situazione di emergenza. La divulgazione, se è offerta anche al pubblico, deve essere comprensibile oltre che convincente e questa è una cosa che manca tantissimo. Le cose vanno esposte con correttezza e onestà.

 CC: Sarebbe senz’altro utile. Ormai sono molti i medici che affiancano terapie omeopatiche, quindi questa divisione non è poi così netta. Un intervento da parte di un’autorità sarebbe utile, ma ho la sensazione che la politica sposi percorsi diversi e sarebbe magari da capire perché. In questi casi gravi la colpa è del medico, solo che, nel dibattito pubblico, i casi che riguardano gli omeopati vanno subito sui giornali a differenza degli altri. Penso ci sia anche un problema di divulgazione: noi omeopati abbiamo fatto delle conferenze piene di persone che applaudivano, ma poi quasi nessuno ritorna come paziente, quindi non passa il messaggio se non per pochi che hanno risolto dei problemi con l’omeopatia.