Michele, Il Lavoro E La Felicità Rubata

Di: - Pubblicato: 13 febbraio 2017

Di Maurizio Anelli

 

“… Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere… Di no come risposta non si vive, di no si muore…”. È una delle righe che Michele scrive nella sua lettera di addio prima di cancellare la sua vita.

(http://www.corriere.it/cronache/17_febbraio_08/udine-lettera-30enne-suicida-1f8da898-edc8-11e6-a862-71d7d0cd9644.shtml). Michele, trent’anni e una cicatrice segnata da un lavoro che non arriva, non arriva mai. Quando la vita ti grida in faccia che a trent’anni non hai un lavoro, è un grido che fa male. A trent’anni i sogni e i progetti ti presentano il conto e i conti sanno essere spietati, fanno domande ed esigono risposte precise, non accettano scuse o tentennamenti. E le risposte fanno fatica a trovare la strada, perché non c’è mai una risposta sola o una risposta giusta. A volte possono esserci mille risposte.

C’era una volta una società che permetteva ai suoi figli di crescere, di studiare e una volta usciti dalla scuola qualcuno di loro sceglieva, o poteva permettersi di scegliere, se continuare a studiare oppure bussare alla porta del mondo del lavoro. Quella porta si apriva, magari si apriva con diffidenza ma offriva un tempo per imparare, per crescere, per rubare i segreti del “mestiere” a chi abitava quel mondo già da tempo. Certo, a volte poteva essere difficile, faticoso. Altre volte quella porta si richiudeva alle spalle ma c’era sempre una seconda possibilità, un’altra porta cui bussare. Ma il tempo passa, cambia le cose e le persone, e cambia anche la società. E allora s’imparano nuove parole … globalizzazione, per esempio, oppure esternalizzazione, contratto a progetto, contratto a tempo determinato, stage, buono lavoro (anche se fa più chic chiamarlo voucher) e tante altre ancora. Ma si è dimenticata la parola più semplice, più vera: lavoro, nel senso nobile del termine. Il lavoro fatto della fatica e dell’arte di imparare. Il lavoro che crea e costruisce, che inventa e che produce. Il lavoro che ripaga, a livello economico e a livello di gratificazione: lavoro, faccio un lavoro che mi piace e che mi gratifica e per questo ricevo la giusta paga. Quando questa condizione si avvera restituisce ad un Paese persone migliori.

Michele voleva fare il grafico, racconta suo padre. Voleva fare quello per cui si sentiva portato, quello che desiderava. Ma a questa società non interessa quello per sui si è portati e che si ha piacere di fare. No, niente affatto. Questa società decide giorno per giorno quello di cui ha bisogno, e la fila fuori dalla porta è lunga, lunghissima. Ma, anche nel ricco Nord Est, a volte capita che quel giorno non serva niente e nessuno, e il giorno dopo ancora e per tanti giorno dopo ancora e a ancora niente e nessuno. E il tempo passa, passa sopra ai sogni e ai progetti che hanno una storia arrivata ai trent’anni, come Michele. E li allontanano da Michele, che li vede appassire e perdere il loro colore. Come può essere la vita quando a trent’anni ti viene tolta la possibilità di lavorare, di essere indipendente, di dare forma e sostanza ai sogni e ai progetti ? Che colore può avere la vita ?

“… Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità…”. È un altro passo della lettera di Michele, pubblicata integralmente dal “Messaggero veneto”  (http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2017/02/07/news/non-posso-passare-il-tempo-a-cercare-di-sopravvivere-1.14839837?fsp=2.5734).

È una lettera che merita di essere letta, riga per riga, perché è un atto d’accusa verso un sistema che cancella dal proprio vocabolario alcune parole fondamentali nella vita, una in particolare: felicità. Ma a questo Sistema non può interessare la felicità di un ragazzo di trent’anni, la felicità … quante pretese ! Al sistema interessano altre cose, come possono pensare queste generazioni di avere diritto alla felicità ? Questa è l’era della borsa, della finanza, della globalizzazione … che cazzo c’entra la felicità ?

Sì, c’è una grande e amara verità nella lettera di Michele: il furto della felicità. Questa generazione, ma l’orizzonte è aperto anche alle generazioni che verranno, è stata derubata di tanti diritti, compreso quello di essere felici. Perché la costruzione della propria vita e l’inseguimento dei propri sogni passa attraverso il diritto al lavoro. Ma questa società ha trasformato questo diritto in una sorta di privilegio concesso a pochi, e in questa selezione vile e violenta la sensibilità può diventare fragilità. È una partita difficile e spesso è una partita che si perde, insieme alle proprie speranze e alla propria vita.

Nell’Ottobre del 2007 un uomo banale e presuntuoso parlò con fredda disinvoltura dei “bamboccioni” che a trent’anni sono ancora in casa a farsi mantenere dai genitori. Era l’allora Ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, uno dei tanti “capitani dell’economia” generati dall’Università Bocconi di Milano. Oggi quest’uomo non è più di questo mondo, è morto nel Dicembre del 2010.

La lettera di Michele, insieme alla sua scelta finale, è un urlo di rabbia e di dignità lanciato in faccia al sistema e a tutti gli uomini che, come quel Ministro della Repubblica, non arrivano a capire che quando si gioca con la finanza, con l’economia, con la politica, con le scelte fuorvianti della globalizzazione e del lavoro, si gioca con la vita degli altri, in equilibrio sul vuoto. E questo equilibrio cammina su un filo sottile, che può spezzarsi per sempre. È successo a Michele e ad altri prima di lui, potrà succedere ancora.

Ti abbraccio Michele, per quello che vale il mio abbraccio e per quello che valgono le mie parole. Posso darti solo questo, insieme alla promessa che proveremo sempre a cambiare questo mondo.

Un giorno, prima o poi, qualcuno dovrà pur riuscirci.