Migranti E Salute Mentale, “Risposte Carenti E Personale Poco Preparato”

Di: - Pubblicato: 1 aprile 2016

Parla Maria Concetta Mirisola, direttore dell’Istituto nazionale per la promozione della salute dei migranti. Secondo analisi effettuate su dati Istat, ne soffre 1 straniero residente su 3. “Nel 2015 il disturbo da stress post-traumatico è stato il più frequente (41,1%), seguito dalla depressione (22,6%)”

 

Ne soffre uno straniero residente su tre, eppure quello della salute mentale dei migranti è un tema ancora sottovalutato. I servizi che se occupano sono pochi e concentrati in alcune città, come Roma. Gravi carenze si riscontrano sul resto  territorio, dove spesso mancano anche i servizi di mediazione cultura. Quello che serve è  “una diffusione capillare delle competenze e delle buone pratiche, perché si tratta di persone vulnerabili e a rischio” come spiega Maria Concetta Mirisola, direttore dell’Inmp (Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti ed il contrasto delle malattie della Povertà) in questa intervista.

Di salute mentale tra i migranti si parla poco. Perché questa scarsa attenzione, si tratta di un problema sottovalutato?
Si, il problema è sottovalutato perché l’attenzione è soprattutto su aspetti di salute che alimentano paure irrazionali nella popolazione, come le malattie infettive. Invece da sempre gli operatori della salute parlano, a proposito dei migranti, di “effetto migrante sano”. Il migrante arriva per lo più sano in Italia, ma poi la sua salute viene messa a rischio per le difficili condizioni ambientali in cui si trova a vivere. Un discorso simile vale per la salute mentale, perché in generale i processi di marginalizzazione sociale a cui i migranti possono andare incontro aumentano significativamente il rischio di sviluppare stati di sofferenza psicologica. In più l’aumento, tra i migranti, di profughi e persone che scappano da situazioni di violenza ci mette di fronte al problema di persone che, a causa dei gravi traumi subiti, sono più vulnerabili e a rischio di sviluppare quadri di sofferenza post-traumatica. Qui intervenire precocemente, riconoscendo il problema e curandolo, è fondamentale, come fondamentale è lavorare per prevenire la “ritraumatizzazione secondaria” legata alle difficoltà di vita nel Paese ospitante. Un esempio molto evidente: la letteratura internazionale indica chiaramente che la prevalenza di sindrome da stress post traumatico aumenta moltissimo (fino al 60 per cento) in persone private della libertà personale (il corrispettivo dei nostri Centri di Identificazione ed Espulsione (Cie), e che nel tempo le persone che hanno subito questo trattamento avranno più sofferenza psicopatologica e saranno meno integrati nella società ospite di quelli che sono stati accolti con buone pratiche.

Qual é l’incidenza dei disturbi mentali, psichiatrici e psicologici sul totale della popolazione straniera?
Calcolare una vera incidenza non è possibile, perché il numero degli irregolari e dei transitanti sfugge alle rilevazioni, anche dell’Istat. Limitandoci agli stranieri residenti, da analisi effettuate dall’Inmp su dati Istat provenienti dall’indagine multiscopo sulla salute (anno 2013), si può osservare che la prevalenza di cattiva salute mentale percepita nella popolazione immigrata residente è pari circa al 32 per cento. Su altre popolazioni migranti si possono fare stime partendo da ricerche su campioni. Ad esempio nei pazienti di ambulatori di medicina di base specifici per migranti è stata misurata la prevalenza di alcune sindromi psicopatologiche: disturbo da stress post-traumatico (10,2 per cento); ansia (39,6 per cento), depressione (46,1) e sindromi da somatizzazione (25,6 per cento). Nei migranti economici le diagnosi più frequenti sono di “disturbi dell’adattamento e reazioni a stress gravi” (40,8 per cento), seguite da disturbi dell’umore (12 per cento). Riguardo alle psicosi, diversi studi internazionali riportano un aumento di incidenza tra i migranti rispetto ai nativi. Su migranti in Italia questo aspetto è in corso di studio.

Chi ne soffre di più, donne, uomini o bambini?
In generale la prevalenza generale dei disturbi mentali è maggiore nelle donne, come nei contesti occidentali. Una ricerca italiana ha indagato specificamente questo aspetto sulle somatizzazioni, la cui prevalenza è maggiore nelle donne e nelle persone sposate. Nei migranti presenti in Italia la salute mentale percepita risulta migliore tra gli uomini, sebbene si osservi un netto peggioramento tra il 2005 e il 2013, che porta i valori di prevalenza ad essere quasi sovrapponibili a quelli femminili.

Da quali Paesi provengono i migranti che presentano disturbi di tipo mentale?Sempre con riferimento ad analisi effettuate da Inmp su dati multiscopo Istat la prevalenza di cattiva salute mentale percepita risulta più elevata tra gli immigrati residenti provenienti dall’Europa dell’Est e dall’Africa Settentrionale. Nella nostra casistica del 2015 i Paesi più rappresentati, con circa il 10 per cento ciascuno sono il Mali e Nigeria, seguiti con l’8% da Gambia e Senegal.

Di che tipo di disturbi si tratta nello specifico?
Le percentuali variano a seconda del contesto di studio. Non bisogna dimenticare, infatti, che la stragrande maggioranza delle persone di origine straniera sono regolarmente residenti o soggiornanti in Italia e ben integrati, e nel loro caso le frequenze non sono molto distanti da quelle italiane. Nel caso dell’Inmp la situazione è diversa perché, essendo un istituto dedicato alla promozione della salute nelle condizioni di migrazione e povertà, nel campione c’è una preponderanza di persone in condizioni di maggiore fragilità (e inoltre molti invii provengono dai centri di accoglienza per richiedenti protezione, cioè persona arrivate da poco e che hanno storie di traumi multipli). Di conseguenza, i dati Inmp riflettono questa particolarità: nel 2015 il disturbo da Stress Post-Traumatico (Ptsd) è stato di gran lunga la condizione più frequente (41,1% di coloro che si sono rivolti al nostro servizio di Salute Mentale), seguita dalla depressione (22,6%), dalle sindromi da somatizzazione (5,65%) e dal disturbo d’ansia generalizzato (5,46%). Molto meno comuni le psicosi (3,9%).

Di che tipo di intervento hanno bisogno queste persone? Ci sono sufficienti servizi a Roma e nel resto del Paese, rispetto al bisogno?
L’intervento è di una prima valutazione alla quale fa seguito, quando indicata, la presa in cura e il supporto psico-sociale multidisciplinare. Ciò richiede di lavorare in rete con i servizi e di disporre di personale che abbia competenze culturali. E’, inoltre, necessaria una formazione specifica per utenze particolari (es. competenze psicotraumatologiche per le vittime di violenza intenzionale). A Roma ci sono diversi centri che danno risposte adeguate, soprattutto per le vittime di violenza intenzionale, molto meno per gli homeless. Invece ci sono difficoltà maggiori per far sì che i servizi territoriali possano fornire adeguato supporto psicologico a quei migranti che non rientrano in progetti specifici (come le vittime di violenza o tratta), ma più semplicemente hanno bisogno di un supporto psicologico per quadri ansioso-depressivi. Ciò è dovuto in parte al fatto che per scarsità di personale i servizi territoriali riescono sempre meno ad offrire supporto psicologico ai quadri psicopatologici più lievi, in parte alle difficoltà organizzative nel servirsi di mediatori culturali. In altre zone del Paese la situazione è ancora peggiore, spesso gravemente carente. Occorre una diffusione capillare delle competenze e delle buone pratiche su tutto il territorio nazionale. Qui un passo avanti importante lo si sta facendo, perché in applicazione del decreto legislativo 21 febbraio 2014, n.18, presso il Ministero della Salute si stanno elaborando le “Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale”. In prospettiva questo darà alle regioni la possibilità di organizzare in modo coerente e su tutto il territorio nazionale dei servizi che possano dare risposte adeguate per queste fasce di utenza più vulnerabili. Inoltre, avere in questi servizi persone formate con una sensibilità culturale dovrebbe facilitare il trasferimento di competenze agli altri servizi per la salute mentale, migliorando anche assistenza e presa in carico dei migranti con altre sindromi psichiatriche.

Tra i traumi, ci sono anche quelli legati alla tortura e alla violenza (soprattutto per le donne): che tipo di approccio si porta avanti con questo tipo di vittime?
La persona deve essere presa in cura da una équipe multidisciplinare transculturale con specifiche competenze culturali e sulla psicotraumatologia. L’intervento deve essere in rete con la parte sociale e legale, perché buona accoglienza, empowerment e supporto medico-legale sono parti integranti della terapia.

Ultimamente si è parlato di un aumento di Tso tra i migranti, secondo i dati qual è l’incidenza di questo trattamento sul totale della popolazione straniera?
Numeri precisi non ci sono. Ma sicuramente è un dato noto che il ricovero nel servizio psichiatrico di diagnosi e cura  (Spdc) è il primo ingresso alle cure mentali più frequente nel caso dei migranti rispetto ai nativi. Ciò è indice di una minore accessibilità, per vari motivi, ai servizi ambulatoriali di bassa soglia.  Inoltre, alcune ricerche riportano un maggior numero di drop-out tra i migranti (cioè, se si è migrante è più probabile che la presa in carico del servizio termini prima che la cura sia terminata). Ancora, si è visto che se si è migrante e si è ricoverati in Spdc (i reparti per i ricoveri psichiatrici), si hanno più probabilità di venire contenuti fisicamente (cioè di venir legati al letto) rispetto agli italiani, a parità di patologia. (ec)

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