Migranti “visti di ingresso per motivi umanitari a chi è detenuto in Libia”

Di: - Pubblicato: 21 agosto 2017

INTERVISTA a Fulvio Vassallo Paleologo. “Garantire in tempi rapidi che Oim e Unhcr possano entrare in tutti i centri per tirare fuori donne, bambini, minori e tutti coloro che hanno forte bisogno”.

Fulvio Vassalo Paleologo, Avvocato componente del Collegio del Dottorato in Diritti umani

 

Intervenire in maniera tempestiva per aiutare le persone respinte in mare e detenute nei campi in Libia affinchè sia garantito il rispetto dei diritti umani. A dirlo con forza è il giurista, esperto in diritti umani e flussi migratori Fulvio Vassallo Paleologo. In questo momento, infatti, in Libia, a seguito dei respingimenti da parte della guardia costiera libica, per gli africani respinti non ci sono centri di accoglienza dove vi operano le organizzazioni umanitarie internazionali a garanzia dei servizi socio-sanitari essenziali ma campi di detenzione sovraffollati dove non esistono i diritti.

Cresce il numero dei migranti nei campi libici?
Dalle poche notizie che riusciamo ad avere sappiamo che ogni settimana ci sono centinaia di persone, documentate anche dalla stampa internazionale, che vengono respinte e riportate nella costa libica per essere rinchiuse nei campi di detenzione.

Si può pensare a una presenza organizzata di Oim e Unhcr nei centri libici?
La giustificazione che fornisce il governo italiano alla sua missione militare è la prospettiva di avere la presenza costante di Oim e Unhcr nei centri libici. Ma è tutto molto difficile perché neanche il governo di Tripoli controlla i centri, perché in buona parte sono in balia di milizie che controllano i territori. Unhcr non ha accesso attualmente alla gran parte dei centri e poi comunque riuscire ad entrare non vuol dire garantire condizioni di sicurezza per le persone che si vedono soffrire in condizioni umanitarie pessime. Entrare nei centri non deve significare solo guardare, salutare e andare via. Le organizzazioni umanitarie dovrebbero essere messe nelle condizioni di garantire l’uscita dai centri delle persone in maggiore stato di fragilità psico-fisica. L’obiettivo sarebbe quello di garantire l’aiuto delle persone che si trovano in condizioni disumane ad uscire fuori favorendo, come l’Unhcr faceva nel 2013, un rimpatrio assistito o attivando una procedura di riconoscimento di uno status umanitario in un altro paese.

Qual è ora la situazione?
In Libia si sta malissimo lo sanno tutti e tante sono state le testimonianze dei migranti in questi anni raccolte dalle organizzazioni umanitarie. Oim e Unhcr stanno cercando, cosa non facile in un Paese pericolosamente spaccato come la Libia, di avere garantite le minime condizioni di sicurezza militare affinchè possano operare in quel Paese per potere rendere efficaci i loro eventuali interventi. In Libia non c’è attualmente un equilibrio tra le forze politiche e militare che riesca a garantire una continuità e serenità degli interventi. Il presidente del governo di unità nazionale di Tripoli, Fayez al Sarraj, riconosciuto dall’Onu, ha una sfera di potere molto limitata. Secondo gli accordi con il governo di Tripoli questi dovrebbe fornire assicurazioni diplomatiche circa il trattamento delle persone che sarebbero state bloccate in mare e riportate in Libia. Il governo di Tripoli però non può assicurare il trattamento diplomatico di nessuna persona  perché non controlla tutto il territorio della Libia che è in balia anche delle milizie. Anche dando inoltre questa sorta di assicurazione la condizione delle persone dentro i centri resta pessima.

La Libia non è un paese sicuro.
Tutto il territorio è in mano alle milizie che sono numerosissime e possono non riconoscere e rispettare l’operato delle associazioni umanitarie. In questo momento nessuno garantisce per nessuno in Libia e soprattutto, come ha fatto l’Italia, la soluzione dei problemi non può essere quella di rafforzare i rapporti soltanto con una parte in causa. Per tentare di rallentare e bloccare purtroppo le partenze dei migranti si sono create le condizioni per  un aggravamento dello scontro tra le fazioni in lotta e quindi nel tempo per un enorme ampliamento del numero di persone che partiranno. Il governo italiano ha fatto una scelta che avrà gravi ripercussioni economiche e politiche. Il generale Haftar che sta avanzando in Libia non vuole più imprese italiane nella Cirenaica e ritiene ostile la presenza di forze italiane nella Tripolitania. Se dovesse arrivare a Tripoli, la comunità internazionale dovrebbe in quel caso prenderne atto.

Quali soluzioni allora?
Dobbiamo chiedere assolutamente di avviare una missione internazionale che preveda e riconosca i visti di ingresso per motivi umanitari per le persone che si trovano detenute in Libia. Occorre garantire anche in tempi rapidi che Oim e Unhcr possano entrare in tutti i centri per tirare fuori donne, bambini, minori e tutti coloro che hanno forte bisogno. Le organizzazioni umanitarie dovrebbero con coraggio stabilire ciò che potranno fare a livello di interventi concretamente operativi.

Siamo protagonisti di una brutta pagina storica…
Certamente sì. Stiamo legittimando il fatto che, pur di impedire gli arrivi nel nostro Paese e in Europa, condanniamo migliaia di persone a soffrire e morire o in mare o nei lager libici. In questo periodo le politiche di chiusura sono riuscite a spaccare perfino la chiesa di cui ricordiamo i messaggi forti di accoglienza che aveva lanciato papa Francesco.

Su che cosa occorre insistere?
La via di uscita può essere soltanto il rispetto delle leggi che esistono nel loro preciso ordine gerarchico che non va sovvertito dalle forze di polizia. Prima viene la costituzione, poi vengono le norme internazionali e poi il diritto interno. Nelle leggi già scritte ci sono delle norme di comportamento che prevedono già la possibilità di rilasciare i visti per motivi umanitari. (set)

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