Milano 12 Dicembre: Piazza Fontana E La Rotaia Spezzata Di Pino Pinelli

Di: - Pubblicato: 11 dicembre 2017

Di Maurizio Anelli

 

Ci sono storie che s’imparano e restano dentro perché le hai sentite raccontare fin da quando eri bambino. Racconti che ascoltavi in silenzio, un po’ rapito e un po’ con lo stupore di chi sta ad ascoltare una favola. Considero un privilegio le radici contadine della mia famiglia e le tante estati passate a casa dei miei vecchi sulle colline dell’Appennino. Ho visto, conosciuto e vissuto emozioni che chi ha sempre vissuto in città non ha assaporato. La vendemmia, la mietitura e la trebbiatura del grano, il taglio della legna nei boschi per l’inverno che da lì a poco sarebbe arrivato e che da quelle parti è un amico difficile. Ho ascoltato i racconti dei vecchi, gli anni difficili d’inizio Novecento e poi le stagioni fuori dalla loro terra a cercare una fortuna diversa, migliore. In quelle valli molta gente andava via in quel periodo, la meta più vicina era la Francia. Qualche anno e in tanti casi anche di più a lavorare in un altro Paese, imparare una lingua straniera, loro che sapevano magari solo il dialetto. E poi il ritorno a casa e una ricchezza nemmeno sfiorata. Erano anni difficili, di lì a poco sarebbe scoppiata la guerra e mettere insieme il pasto e la cena era un’impresa ardua. Eppure ci sono riusciti, con dignità. Lì, da bambino, ho sentito i primi racconti sull’Italia Fascista e sulla vita rubata dal regime. Erano gli anni ‘60. Da loro ho sentito i primi racconti sull’occupazione nazista e sulla collaborazione offerta loro dai fascisti locali, sul mercato nero, sulle tante porcherie di quegli anni. Ho sentito storie di Resistenza e dignità e, da quei vecchi a volte duri e spigolosi ma capaci di regalare dolcezza magari senza saperlo, ho imparato qualcosa di grande. Dire sempre quello che penso, a voce alta, per esempio.

Poi, il 12 dicembre del 1969, ho conosciuto un’altra storia ma questa volta non c’era nessun vecchio di famiglia a raccontarmela. In quel dicembre avevo dieci anni, pochi per capire subito quello che era successo e quello che ancora sarebbe accaduto in seguito ma abbastanza per capire che era successo qualcosa di grosso, di brutto. In casa mia non avevamo ancora la televisione, sarebbe arrivata solo qualche mese più tardi giusto in tempo per essere testimoni di Italia-Germania 4 a 3 e poter dire “… l’ho vista, c’ero anch’io”.

Si ascoltava la radio a casa mia: Radio Sera per l’esattezza. E le notizie erano tristi, la radio parlava di Milano e Piazza Fontana, quel giorno, è stata davvero una brutta storia. Poi cresci, diventi grande e capisci fino in fondo cos’era successo quella sera d’inverno a Milano. E allora metti insieme tante cose come si fa con i pezzi di un puzzle, anche le storie che s’imparano perché le hai sentite raccontare quand’eri bambino. Tutto torna: la violenza fascista, vile e schifosa, abita ancora a casa nostra perché nessuno l’ha mai davvero cacciata di casa per sempre. E il fascismo è violento, vile e schifoso. La violenza è la sua essenza, la sua natura. Il fascismo è vile e tesse la sua tela di ragno, costruita su reti di protezione, complicità a tutti i livelli quindi anche istituzionali. Il fascismo, come la mafia, non potrebbe esistere senza questa rete di complicità e di protezione. Il fascismo è schifoso, punto e a capo.

12 Dicembre 1969, Milano, Piazza Fontana, la bomba alla Banca dell’Agricoltura, la strage…. Questa è la faccia violenta, quella dei morti e dei feriti, della lacerazione di una città. Ma la storia si arricchisce di sangue e di vergogna qualche giorno dopo: lo Stato deve reagire, bisogna trovare subito i colpevoli da gettare in pasto alla stampa e all’opinione pubblica … gli anarchici per esempio. A Milano gli anarchici non mancano e allora succede che un ferroviere gentile, anarchico e partigiano, viene gettato dalla finestra di una stanza dal quarto piano della questura di Milano la notte del 15 dicembre. È la storia violenta, vigliacca e schifosa con cui questo Paese non riesce e non vuole proprio a fare i conti. Sono passati 48 anni da quei giorni e la Milano che non vuole dimenticare scenderà nelle strade una volta ancora, una volta di più. Difficile che questo Paese si decida a fare i conti con quella pagina di storia, difficile credere ancora che sia possibile ottenere giustizia. Difficile, perché mezzo secolo di menzogne e di vigliaccheria da parte di uno Stato colpevole e corrotto non può essere dimenticato in un attimo e troppi servi ancora sono all’opera per continuare sul sentiero della menzogna e dell’ipocrisia. Quella strage è stata la pagina iniziale, l’introduzione, del libro nero dell’Italia Repubblicana. Coperta, protetta da una cappa di omertà e complicità di cui lo Stato Italiano dovrà sempre vergognarsi. Giuseppe Pinelli, il ferroviere gentile anarchico e partigiano è stato ucciso due volte, anzi tre. La prima volta quando è stato accusato, innocente, di una strage orrenda. La seconda volta quando è stato gettato dalla finestra di una stanza in cui era rinchiuso illegalmente da giorni. La terza morte gli è stata inflitta con la vergognosa storia della sua vicenda giudiziaria, che troppi equilibri avrebbe sconvolto se fosse arrivata alla giusta conclusione. Per lui venne coniato un termine nuovo e terribile nella storia della Giurisprudenza: “malore attivo”. Fu questo “malore attivo” a determinare in lui “… un’improvvisa alterazione del centro di equilibrio che innescando movimenti scoordinati lo proiettò letteralmente fuori dalla finestra…”. Fu questa la vergognosa conclusione con cui si stabilì che nessuno aveva ucciso il ferroviere gentile ma che si trattò di un suicidio. https://ilmanifesto.it/squarci-di-verita-sulla-morte-di-pinelli/. Era l’ottobre 1975 e con questa motivazione cala, come un macigno tombale, il silenzio dello Stato sulla morte di Giuseppe “Pino” Pinelli. Per i morti della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana e per Pino Pinelli è giusto essere in Piazza il 12 dicembre, anche quest’anno, anche dopo quarantotto anni da quella strage. Milano lo sa e lo racconterà ai milanesi una volta di più.

Ci sono storie che s’imparano e restano dentro. Alcune te le hanno raccontate quando eri bambino, altre le hai viste e le hai conosciute più da vicino. Hai conosciuto, strada facendo, Claudia e Silvia. Loro hanno la mia stessa età e quel ferroviere gentile era il loro padre, e loro ne sono le degne figlie. Conoscerle è uno di quei privilegi che qualche volta la vita sa regalare. E poi c’è Licia, la Compagna di vita di Pino che, da qualche parte che non riesco nemmeno a immaginare, ha saputo trovare sempre la forza per continuare a vivere e crescere due piccole donne cui lo Stato aveva ucciso tre volte il loro padre. Licia è riuscita, e davanti a lei e alla sua dignità ci si può sentire davvero piccoli.

Ci sono storie che s’imparano e restano dentro, sono le storie di chi ha reso e rende questo Paese infinitamente migliore di quello che è. Sono storie di Resistenza, umana e civile, che questo Paese dovrebbe riuscire a meritare ma che troppe volte non riesce proprio a esserne capace. Piazza Fontana apre la stagione delle stragi di Stato, o forse no perché in realtà quella stagione era stata aperta tanti anni prima a Portella della Ginestra nel 1947, era il 1° Maggio. Anche quella entra nella mia memoria attraverso i racconti di chi ha qualche anno in più di me. E da quel 1° maggio del 1947 a oggi lo Stato ha chiuso mille scheletri nel suo armadio, protetto e intoccabile, sorvegliato a vista dai mille servi che hanno sempre e solo taciuto. Ma chi tace è colpevole.

Il 10 dicembre di ogni anno si celebra la Giornata Mondiale dei Diritti Umani. È davvero incredibile come gli Stati, le Istituzioni, l’ONU, le diplomazie tutte, sappiano sempre inventarsi una data per celebrare e mascherare la loro ipocrisia.

“… E adesso aspetterò domani per avere nostalgia, signora Libertà, signorina Anarchia…” cantava Fabrizio De Andrè. Ci vediamo in Piazza Fontana, davanti alla Banca Nazionale dell’Agricoltura e davanti alla rotaia spezzata che ricorda Pino, il ferroviere gentile ucciso tre volte dallo Stato.