Mimose E 8 Marzo

Di: - Pubblicato: 9 Marzo 2021

Di Maurizio Anelli.

Quanto costa una mimosa? Costa poco, solo cinque minuti del proprio tempo, il tempo per sentirsi in pace con la coscienza e con una ricorrenza. Poi si può riprendere la propria strada, quella solita.

Un po’ come succede a Natale, quando tutti si sentono più buoni. Eppure, l’8 marzo ha un valore intenso che merita rispetto ma, come spesso capita, viene svuotato dei significati e ridotto ad evento commerciale, quasi folclorìstico.

L’8 marzo invece non è un giorno di festa, è un giorno di lotta e di consapevolezza, come il cammino delle donne, un sentiero antico e sempre in salita.

Tutto quello che vale per gli uomini intesi, come maschi, non vale quasi mai per le donne. Lo sappiamo tutti, ma tutti o quasi facciamo finta che non sia così. Questa società, la nostra società, è disposta a tollerare le donne che accettano quel ruolo subalterno che dai tempi di Adamo ed Eva gli è stato assegnato. È così da sempre perché, fin dal primo giorno, questa società è così che l’abbiamo costruita. Le eccezioni sono allora una scelta individuale degli uomini, mai della società. Abbattere gli steccati costa fatica, lacrime e sangue.

Le donne la fatica la conoscono da sempre e hanno versato sia le lacrime che il sangue, come il 25 marzo del 1911 quando nella fabbrica “Triangle” di New York il fuoco bruciò la vita di centinaia di operaie, in gran parte immigrate. Il processo che ne seguì dimostrò che le operaie lavoravano chiuse a chiave, eppure i titolari della fabbrica furono assolti dall’accusa e poterono beneficiare del cospicuo risarcimento assicurativo. È solo una delle tante pagine che racconta il sangue versato dalle donne.

Le lacrime e la fatica sono pagine che si dimenticano presto, il giorno dopo aver regalato una mimosa.

Le donne scrivono la storia ma la storia le cita solo nei titoli di coda, ai margini. Eppure, è una storia antica le cui radici si perdono nel tempo…dai roghi dove le streghe venivano bruciate ai giorni nostri. In mezzo a quella storia ci sono secoli di lotta e di fatica quotidiana dove ogni conquista, ogni passo in avanti, è costato un prezzo alto da pagare. La storia del ‘900 racconta dei primi scioperi per ottenere le otto ore di lavoro: era il 1° giugno del 1906 e le mondine ottengono il riconoscimento delle otto ore lavorative, al termine di anni di scioperi. Non era facile scioperare agli inizi del Novecento, ma le mondine lo sapevano fare già dal 1882 quando, nel vercellese, organizzarono il primo “tumulto” nelle risaie. La loro lotta durò a lungo e, dopo quell’1° giugno 1906, la strada da camminare era ancora tanta. (http://www.noidonne.org/articoli/se-otto-ore-vi-sembran-poche-00665.php)

Già, il Novecento. Due guerre mondiali e in mezzo la più grande Rivoluzione, il diritto di voto da conquistare e poi il secolo che continua come un fiume in piena: la guerra fredda e i muri che si alzano, la guerra del Vietnam e il 1968, che finalmente esplode: è la rivolta contro ogni schema prestabilito, la voce e il sogno di un’intera generazione, gli studenti e il movimento femminista, gli anni 70 e il terrorismo. Emozioni, contraddizioni e sentimenti che vengono a galla e tolgono ogni maschera ai benpensanti di tutto il mondo: la Chiesa, la famiglia, i compagni, le battaglie per il divorzio e l’aborto. Ognuno di questi avvenimenti segna un punto di svolta nella storia delle donne, perché ognuno di questi momenti è vissuto in prima persona e, molto spesso, le donne devono fare i conti con il senso di solitudine e con l’incapacità di decidere di noi maschi: vorremo essere insieme a loro, ma facciamo fatica a superare quella barricata che abbiamo costruito intorno a noi, perché ci fa paura, o forse perché ci spaventa l’idea di perdere il controllo delle nostre emozioni e dei nostri privilegi, perché tutto sommato ci sentiamo comunque sempre più forti e più capaci.

Ma non siamo nulla di tutto questo e, forse, un giorno lo capiremo davvero.

Poi succede qualcosa di terribile e di grande, un’onda cattiva che sconvolge e fa male: Argentina, 1976.

Il golpe dei generali colpisce tutta l’Argentina, era già successo tre anni prima in Cile. Le donne sono quelle che più di tutti subiscono le ferite, le umiliazioni e le violenze. Stupri e carceri speciali, figli nati e sottratti dal loro seno e dal loro abbraccio… la violenza più violenta di sempre. Per anni il mondo ha fatto finta di non vedere e non sentire quel grido di dolore e di rabbia, ha coperto, occultato, nascosto. Ma il mondo e i generali argentini non hanno fatto i conti con la forza di quelle donne: compagne, madri, nonne. Nasce un giorno alla volta quel movimento di donne che sfida i generali e il potere, ogni settimana si trovano in Plaza de Mayo, un fazzoletto bianco a coprire il capo e la richiesta di sapere che fine hanno fatto i figli, i nipoti. La storia dei “desaparecidos” non sarebbe mai venuta a galla senza il coraggio di quelle donne che ogni settimana si radunavano in piazza sfidando i militari. Se mi chiedo quale momento nella storia delle donne abbia insegnato al mondo il significato delle parole “coraggio, dignità, amore” il pensiero va alle “madri e alle nonne di Plaza de Mayo”. Quella piazza, e quelle donne, hanno segnato un punto di non ritorno nella storia di tutti noi. Sono diventate un simbolo di vita.

Ma la storia non si ferma al Novecento, continua come il cammino delle donne. Quel cammino arriva a Kobane, e le donne di Kobane ci raccontano una storia diversa, ma non meno importante. A kobane le donne non possono scendere in piazza, hanno solo una possibilità e solo una scelta: devono combattere, nel senso più violento del termine. Devono difendersi e salvare quello che ancora resta da salvare della loro vita, e per farlo devono imbracciare un fucile. Non è mai indolore quel momento, credo che nessuno nasca con la voglia di imparare a sparare, ad uccidere. Ma loro non hanno scelta: devono farlo perché l’indifferenza del mondo di fronte alla loro sorte le costringe ad impugnare un fucile, sono sole e da sole devono sopravvivere. Lo fanno, con dignità e con un sorriso che l’occidente sembra non capire, ma è la loro unica possibilità di sopravvivenza. Combattono e vincono la loro battaglia e in ogni colpo di fucile c’è la storia di mille donne che devono combattere per il diritto alla vita. Ogni colpo di fucile è un atto di accusa al mondo, alla violenza degli uomini e dei maschi che vivono intorno a loro. La loro lotta è un inno alla vita e alla libertà.

È una storia antica e quotidiana, nella società e troppe volte anche dentro le mura di una casa che si credeva amica, contro il pregiudizio e contro la violenza. È una lotta a volte silenziosa e a volte urlata, contro un muro di gomma vecchio di secoli e che resiste ancora.

È passato l’8 marzo, e sbaglia chi la considera un giorno di festa. È un giorno di lotta, uno in più che si aggiunge agli altri giorni della storia. È un giorno che noi maschi pensiamo di celebrare con una mimosa, perché abbiamo paura di capire che quel giorno ci mette a nudo di fronte alla nostra incapacità di capire e di imparare. Capire che le donne ci insegnano tanto, in mille modi diversi come se capissero che un modo solo non basta. Ci insegano con l’esempio, con l’ostinazione, con le parole e tante volte anche con quei silenzi che a noi sembrano incomprensibili. Eppure, quei silenzi molte volte sono le parole migliori. Basterebbe ascoltarle, e quando questo succede tante volte è tardi, è sempre dopo. A volte succede e, per quanto sia dopo o sia tardi, qualcosa di importante insegnano.