Minori stranieri soli: un sistema d’accoglienza che genera “invisibili”

Di: - Pubblicato: 19 giugno 2017

I dati dell’Atlante di Save the Children. Egitto, Eritrea, Gambia, Nigeria, Somalia e Siria sono stati i paesi di origine più rappresentati tra i minori non accompagnati giunti in Italia via mare. La maggior parte fa il suo ingresso nelle regioni del sud. Sono 6.561 gli “scomparsi”, in prevalenza di origine eritrea.

Minori stranieri non accompagnati, quali sono i paesi di origine e le rotte per raggiungere l’Italia? Come evidenzia l’Atlante di save the Children (diffuso in vista della Giornata Mondiale del Rifugiato 2017), Egitto, Eritrea, Gambia, Nigeria, Somalia e Siria sono stati i paesi di origine più rappresentati tra i minori non accompagnati giunti in Italia via mare nel corso degli ultimi 6 anni. Considerando il totale di quelli arrivati nel periodo 2011-2016, il gruppo più numeroso è infatti quello di origine eritrea (17,8%), seguito da egiziani (13,2%), gambiani (10%), somali (9,1%), nigeriani (7,9%) e siriani (5,2%), mentre altri paesi dell’Africa occidentale, come Guinea (4,7%), Mali (4,3%), Costa d’Avorio (3,6%), Senegal (3,3%) e Ghana (1,8%), e del Medio Oriente come Afghanistan (2,8%) e Palestina (1,7%), o dell’Asia (Bangladesh, 2,8%), mostrano percentuali più contenute.

Molti dei minori soli arrivati in Italia provengono dalle aree rurali e più povere, o avevano cercato invano un lavoro nelle grandi città, ma non bisogna dimentiche le centinaia di ragazze minorenni vittime di tratta adescate nell’Edo State, in particolare a Benin City, per essere poi trasferite e sfruttate sessualmente in Italia o in altri paesi europei. Indipendentemente dal paese di partenza, tutti questi minori cercano di raggiungere Agadez in Nigercostretti a pagare per ogni confine attraversato ed esposti al rischio di essere rapiti o costretti ad arruolarsi nelle milizie. Chi ce la fa, da Agadez si riaffida ai trafficanti per percorrere la “via dell’inferno” nel deserto, e raggiungere Sabha in Libia, dove alcuni vengono sfruttati nel lavoro per lunghi periodi in cambio dei soldi necessari per proseguire verso Tripoli e attraversare il mare. Per molti, percosse, torture o rapimenti per ottenere un riscatto dalle famiglie sono la regola, e in tanti muoiono in questo posto per le violenze subite.

L’inferno della Libia. Quasi tutte le rotte per raggiungere l’Italia costringono i minori soli ad attraversare lo stesso “inferno”, come raccontano loro stessi, la Libia. Un territorio in buona parte fuori controllo, dove secondo le previsioni la crisi umanitaria causata dal conflitto coinvolgerà nel 2017 1,3 milioni di persone, e la presenza dei migranti supera secondo le stime il numero 256.000. Con la sola speranza di sopravvivere ogni giorno per potersi imbarcare verso l’Europa, i minori soli, come le donne e bambini, subiscono per settimane o mesi percosse, stupri o torture da parte dei trafficanti, o vengono arbitrariamente arrestati e imprigionati nei centri di detenzione, in promiscuità e condizioni disumane senza accesso a cure mediche, acqua potabile, servizi igienici o cibo sufficiente. Dei 34 centri di detenzione conosciuti, solo in 15 vengono condotte attività da parte dell’Unhcr.

L’Italia: destinazione o transito verso altri Paesi? Dopo essere sbarcati sulle nostre coste, i minori stranieri non accompagnati sono costretti ad affrontare un percorso non privo di ostacoli attraverso un sistema di accoglienza disomogeneo, e che, nonostante alcuni sforzi fatti negli ultimi anni per migliorare la capacità e gli standard di accoglienza, presenta ancora diversi problemi. La maggior parte dei minori soli fa il suo ingresso in Italia nelle regioni del sud, come nel 2016, quando in Sicilia ne sono sbarcati 17.177, 4.752 in Calabria, 1.841 in Puglia, 1.800 in Sardegna e 276 in Campania. Chi sbarca a Lampedusa, Pozzallo, Taranto e Trapani, viene trasferito in strutture che adottano l’approccio Hotspot. “Queste strutture, dalla differente natura giuridica non dovrebbero ospitare i minori soli, e in ogni caso solo per il tempo strettamente necessario all’identificazione, mentre i tempi di permanenza in condizioni non adeguate per loro possono variare da pochi giorni, come nel caso di Taranto, a 2 settimane, come avviene a Trapani o Pozzallo, ma può durare anche mesi, come nel caso di Lampedusa o della stessa Pozzallo, se non si riescono a reperire i posti nelle comunità per minori”.
Hotspot a parte, il sistema di prima accoglienza dedicato ai minori soli è basato dal 2016 su 21 progetti specializzati ministeriali, che dovrebbero garantire strutture con standard adeguati per un totale di 1000 posti circa distribuiti in 11 regioni: Basilicata (100), Calabria (150), Campania (150), Emilia Romagna (100), Liguria (50), Piemonte (50), Puglia (100), Sardegna (50), Sicilia (250) e Toscana (50) e Marche. La limitata capacità ricettiva di questi nuovi centri rispetto al flusso di arrivi, fa sì però che a questi si continuino ad affiancare tante strutture temporanee o straordinarie che spesso non offrono condizioni adeguate di accoglienza e protezione con gravi conseguenze per i minori stessi.

Le lacune del sistema di accoglienza, sono in parte una concausa dell’altissimo numero dei minori non accompagnati che si rendono irreperibili sul territorio italiano, come segnalano, probabilmente per difetto, i dati delle strutture di accoglienza a fine 2016, con un totale 6.561 “scomparsi”, in prevalenza di origine eritrea (1.381 minori di cui 440 femmine), somala (1.251, di cui 183 femmine) o egiziana (1.468). La permanenza nel sistema di prima accoglienza è infatti volontariamente brevissima, anche poche ore o giorni, per la quasi totalità dei minori soli eritrei e somali, ma anche afghani e siriani. Per loro, infatti, la meta finale sono altri paesi nel nord Europa, per ricongiungersi con familiari già residenti o comunque nella convinzione di trovare migliori possibilità di integrazione. Difficoltà e lentezza delle procedure per la riunificazione familiare e una colpevole assenza della possibilità di accedere al programma di ricollocamento previsto dall’Unione Europea, privano questi minori anche giovanissimi, di una via legale e sicura per raggiungere la meta e si vedono così costretti riconsegnarsi nelle mani dei trafficanti esposti al rischio di violenze e sfruttamento. Sono i minori cosiddetti “invisibili” per il sistema, ma che, contando solo sulle proprie forze, si ammassano prima a Roma e Milano, città di transito, e poi ai valichi di frontiera nel nord del nostro Paese, a Como o Ventimiglia, dove in qualche caso rischiano la vita per tentare di passare e sempre più spesso vengono respinti in Italia dai paesi confinati.
Nella sola città di Roma, nel 2016, gli operatori di Save the Children impegnati nelle attività di protezione hanno contattato 2.471 minori in transito verso nord, con un’età compresa tra i 10 e i 17 anni, il 78% dei quali di origine eritrea. Nel caso dei minori egiziani che risultano irreperibili, la gran parte ha abbandonato le strutture di prima accoglienza in frontiera sud per raggiungere autonomamente soprattutto Roma e Milano, dove risiedono le rispettive numerose comunità di connazionali, nella speranza di essere aiutati a trovare casa e lavoro, ma quasi sempre rientrano poi nel sistema di accoglienza con il collocamento in comunità per i minori nelle due città.

Accoglienza, protezione e futuro in Italia. A differenza dei minori stranieri non accompagnati che vogliono raggiungere altri paesi europei, la maggioranza di quelli che arrivano in Italia vogliono rimanere nel nostro Paese per andare a scuola e cercare un lavoro, come confermano anche dai dati sui richiedenti asilo. Nel 2016 l’Italia risulta infatti anche al secondo posto in Europa, dopo la Germania, per le richieste di asilo dei minori stranieri non accompagnati, con 6.020 richieste (+50% rispetto al 2015), soprattutto da parte di minori originari dei  i paesi dell’Africa occidentale (66% del totale delle richieste), a differenza di quello che accade negli altri paesi europei dove a richiedere la protezione internazionale sono soprattutto eritrei, somali, siriani e afghani, prima transitati in Italia o in Grecia.
“La capacità complessiva del sistema di seconda accoglienza, che dovrebbe garantire un servizio di tipo educativo orientato all’integrazione, si è rivelata spesso carente rispetto al numero di chi vuole rimanere, anche se le strutture Sprar per i minori soli richiedenti asilo, aperte anche ai non richiedenti, sono state potenziate fino a raggiungere 2.000 posti circa, distribuiti in quasi tutte le regioni italiane ad esclusione di Abruzzo e Valle d’Aosta, con in testa la Sicilia (554 posti), e a seguire Emilia Romagna (289), Puglia (232), Calabria (200), Lombardia (115) e le altre regioni. Più in generale, a parte i pochi che beneficiano dell’affido familiare soprattutto grazie ad alcune esperienze positive a Venezia e in Toscana, la distribuzione dei 17.373 minori stranieri non accompagnati nelle strutture al 31/12/2016 si concentra perlopiù in Sicilia (7.097), Calabria (1.418), Emilia Romagna (1.081) e Lombardia (1.065), con Lazio (919), Puglia (879), Campania (876), Sardegna (752), Toscana (656), Friuli Venezia Giulia (637), Piemonte  (539) e Veneto (304), e le altre regioni, nessuna esclusa, a seguire.

Lungo la via per l’integrazione, la prima sfida è costituita dal non sempre facile accesso a corsi di alfabetizzazione, insieme al successivo delicato inserimento scolastico per il conseguimento della licenza media. Miur e Ministero dell’Interno hanno attivato nel 2015 e 2016 in alcune regioni bandi specifici per progetti per la qualificazione del sistema scolastico e l’inserimento dei minori non accompagnati, ma spesso la frequenza scolastica rappresenta uno scoglio, soprattutto per chi ha l’obiettivo prioritario del lavoro immediato. Negli ultimi mesi del 2016, ad esempio, la maggior parte dei minori soli presenti in Sicilia, Calabria e Puglia frequentava o aveva frequentato un corso di alfabetizzazione, mentre l’accesso alla scuola pubblica o ai CIPIA (Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti) è risultato quasi assente nella Sicilia occidentale e in provincia di Crotone in Calabria.

Un’altra sfida importante, riguarda più dell’80% dei minori soli presenti in Italia, che hanno tra i 16 e i 17 anni, e non possono completare il percorso di integrazione sociale e civile di 3 anni previsto per legge entro il compimento del 18° anno e necessario per la conversione del permesso di soggiorno per minore età in permesso per motivi di studio o accesso al lavoro o di lavoro subordinato o autonomo.
Dall’analisi dei pareri ministeriali emessi dalla Direzione Generale per l’Immigrazione sulla conversione del permesso di soggiorno raggiunta la maggiore età, emerge un’utile indicazione sul tipo di percorso svolto. L’analisi dei 9.369 pareri positivi emessi tra il 2013 e il 2016 fa rilevare che la maggior parte riguarda minori presenti nel Lazio (2.816), Emilia Romagna (1.172) e Lombardia (1.274), che sono nell’80% dei casi egiziani, albanesi o bengalesi. L’85% dei minori con parere positivo ha realizzato in brevissimo tempo, a volte anche in pochi mesi, un percorso scolastico o formativo, mentre per gli altri 1.142 si è trattato di un percorso di inserimento socio-lavorativo in prevalenza come operai (408), meccanici (286) o elettricisti (217), ma anche come pizzaioli, cuochi, panificatori o camerieri (697) o in altri tipi di lavoro.

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