Noi Siamo Memoria

Di: - Pubblicato: 7 Maggio 2021

Di Maurizio Anelli.

José Saramago diceva “…Noi abitiamo in una memoria, noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo…”.

C’era una volta una generazione che ha conosciuto tutto il male del ‘900 e dopo averlo conosciuto lo ha vinto. In cambio ha lasciato sulla strada gli anni più belli, gli amici, i sogni e gli amori. Mi siedo e ascolto la memoria, le voci si mescolano e si fondono fra di loro e mi sembra di riconoscerle tutte.  Quelle le voci mi parlano di un 25 aprile, un racconto dove la dignità diventa storia.

È una grande storia, ma ricordarla soltanto non basta. Bisogna entrarci dentro, il più possibile. Entrare e sentirne l’odore della ribellione e della dignità. I testimoni di quella storia ci salutano lentamente, ad uno ad uno. Ci lasciano un’eredità che troppe volte non sappiano rispettare, come Paese e come comunità. Ricordiamo certo, ma troppe volte il ricordo sfuma dopo la deposizione delle corone di fiori sulle loro lapidi. Il 25 aprile passa e in molti lo dimenticano all’alba del giorno dopo e, questa, è forse l’offesa più amara che si può rivolgere a quella generazione.

C’è un’idea di vita dentro la parola “Resistenza”, e quell’idea non si esaurisce il 25 aprile del 1945.

Quell’idea cammina, dovrebbe camminare, verso una società diversa da quella che oggi esiste, ma per poter camminare in quella direzione è indispensabile mettere in discussione tanto, se non tutto, di quello che la nostra società ha costruito per impedire ogni forma di cambiamento. Lo Stato, prima di tutto, o meglio…quel concetto di Stato dove il diritto si piega davanti al potere.

E le leggi dello Stato, questo Stato, si interpretano e si deformano a seconda delle circostanze. Lo Stato protegge sempre i suoi segreti e tutela sempre i suoi custodi. L’armadio della vergogna, che a Roma in via degli Acquasparta ha custodito per quarant’anni i segreti delle atrocità e dei crimini di guerra commessi dalle truppe nazifasciste nel biennio 1943-1945 è stato aperto. E questo Paese ha saputo quello che doveva sapere da subito. Ma quanti armadi, chiusi e nascosti, esistono ancora oggi?

Sono molti, qualche volta si finge di aprirne qualcuno ma è solamente una piccola fessura da cui passa un filo di quello che questo Paese sa già nella sua coscienza ma non ammetterà mai nelle aule di un Parlamento o di un tribunale.

Accendo un’altra sigaretta e la memoria non smette di parlarmi…mi parla degli anni che sono stati chiamati in tanti modi: prima gli anni della strategia della tensione, poi gli anni delle stragi fasciste e mafiose, infine gli anni di piombo. Ognuno li ricorda per come li ha vissuti e per come li ha sofferti, perché il tempo non guarisce nessuna ferita. La sigaretta finisce mentre la memoria mi chiede come li vogliamo definire gli anni che stiamo vivendo, oggi?

Mi suggerisce una risposta, la prendo per mia: sono gli anni dell’indifferenza, del silenzio e degli occhi chiusi. Quindi sono gli anni del ritorno al passato, perché non c’è nulla di tanto diverso dal passato: ieri gli occhi si chiudevano sulle leggi razziali e sul ventennio fascista che si preparava, che si faceva strada con la violenza, e dopo si chiudevano sulle stragi nelle banche e nelle piazze, nelle stazioni. Gli stessi occhi chiusi, che fingevano di non vedere le mafie entrare nelle Istituzioni e nelle banche d’affari. Con la mafia si è aperta una trattativa, gettando l’ultimo sputo sul nome di Falcone e Borsellino.

In un giorno caldo di luglio, vent’anni fa, gli occhi si chiudeva ancore sulla piazza di Genova. Quel giorno uno Stato in divisa ha ucciso una generazione: quella generazione aveva capito benissimo cosa ci sarebbe stato dopo, ma le è stato impedito di lottare contro la metastasi della democrazia.

Oggi quegli occhi sono ancora chiusi: non vedono il cimitero del Mediterraneo e non vedono quello che succede ai confini del giardino di casa. Le frontiere di Ventimiglia, i valichi di montagna che portano alla Francia, i campi della Bosnia e i campi delle campagne del nostro Paese raccolgono i profughi e gli schiavi: qualcuno scappa dalla morte e dalla miseria e qualcuno arriva, per ingrassare le mafie e i “caporali”. Intanto il Mediterraneo si gonfia di nomi e di corpi, di anime perse.

Ma noi sempre qui, con gli occhi chiusi: si celebra l’amicizia con la Libia, si rinnovano gli accordi e si aprono nuovi lager. E il 25 aprile, cosa c’entra in tutto questo, dov’è la relazione?

La relazione è lì davanti a noi, evidente ed enorme. La storia dei nostri partigiani ci racconta che il momento delle scelte arriva sempre, per tutti e in ogni momento. E quella scelta indica una strada, difficile e piena di inciampi, di rinunce e di libertà. Ecco, è quella parola: libertà…quella parola che, oggi come sempre, fa paura a chi siede a capotavola. È una parola capace di muovere le montagne e le genti, ma bisogna amarla quella parola, amarla oltre ogni limite. È il limite che occorre superare, sentire sulla propria pelle lo schiaffo e l’insulto che viene rivolto agli altri. Il 25 aprile non è un giorno che finisce al calar della sera, il 25 aprile è ogni giorno dell’anno…altrimenti non è nulla. Quando si lasciano morire i migranti al largo delle coste libiche senza intervenire, quando si girano le spalle ai profughi, quando si permette che esistano luoghi di detenzione chiamati CPR, quando si stringono accordi con paesi come la Libia e non si cancellano leggi odiose e fasciste come la Bossi-Fini, si rinnega di fatto il significato del 25 aprile. Deporre una corona di fiori ai partigiani e dimenticare tutto questo può forse illudere qualcuno di sentirsi a posto con la propria coscienza, ma così non è e non può essere.

Il valore del 25 aprile è nella lezione di vita, e di storia, che dopo 76 anni mantiene intatta quell’idea di vita e di libertà che è stata scritta con il sacrificio di chi ha dato tutto quello che poteva dare in quel tempo. C’è un tempo per ogni cosa, il nostro tempo deve essere capace di andare oltre il ricordo e l’omaggio a quella generazione e raccogliere quel testimone che quella storia ci consegna, perché quella storia è la nostra. Contestualizzare la lotta di Resistenza significa, oggi, continuare il cammino in quella “direzione ostinata e contraria” dove c’è ancora sete di diritti e di uguaglianza, di libertà. Significa non chiudere mai gli occhi su quello che accade fuori dalla nostra porta. In fondo al Mediterraneo, nei lager della Libia e nei CPR di casa nostra, nei campi profughi della Bosnia, nelle prigioni della Turchia e dell’Egitto, nella striscia di Gaza e nei tanti inferni dell’Italia dimenticata ci sono nomi e storie di donne, uomini e bambini, che aspettano il loro “25 aprile”.

La memoria che mi ha fatto compagnia questa notte mi lascia con un saluto che è un arrivederci, so che tornerà a cercarmi, a chiedere conto. Mi troverà sempre, l’aspetto.