Nuova Frontiera 3.0 Dell’Allevamento Norvegese Del Salmone: Ecosostenibilità A Rischio

Di: - Pubblicato: 11 dicembre 2017

Di Samantha Di Vito

 

Molti imprenditori norvegesi si stanno convertendo all’allevamento di salmone dopo che l’altra risorsa naturale, il petrolio, ha smesso di rappresentare la manna dell’industria norvegese degli ultimi quarant’anni.

Nelle calme acque dei fiordi, le aziende di piscicoltura si moltiplicano: sempre più grandi, sempre più bisognose di infrastrutture e di navi. I cantieri che ieri realizzavano le navi da rifornimento per le piattaforme petrolifere, oggi producono navi per trasportare il pesce simbolo della ripresa.

Molti esperti ambientali hanno messo in guardia circa l’insostenibilità degli allevamenti ittici per quasi un decennio, ma nulla è stato fatto per migliorare il sistema. Le agenzie governative e le organizzazioni ambientaliste di tutto il mondo hanno chiuso un occhio a quello che era stato previsto per diventare un disastro assoluto, e ora le conseguenze possono essere viste in tutto il mondo.

«I norvegesi non hanno capito che aumentando gli impianti, il problema rimane cosa dare da mangiare a questi salmoni» spiega Silvio Greco, presidente del Comitato scientifico di Slow Fish. «Per allevare un chilo di salmone, infatti, ci vogliono 5 kg di altri pesci e krill antartico. Una richiesta insostenibile, considerato che i nostri mari soffrono già di overfishing. Inoltre gli allevamenti intensivi di salmone sono un altro duro colpo alla biodiversità marina: preferendo gli allevamenti intensivi si punta su poche specie animali a scapito del pesce inteso come bene comune. Si dà la priorità alla logica business-oriented, piuttosto di proteggere una risorsa del mare che appartiene a tutti, non solo alle imprese».

Invece di risolvere il problema della pesca eccessiva, gli allevamenti ittici sono letteralmente in competizione con il consumo umano per quel poco pesce selvatico rimasto ad abitare i nostri mari. Le maxi gabbie di allevamento del salmone stanno per di più decimando gli stock di salmone naturale, e distruggendo i mezzi di sussistenza della pesca in tutto il mondo.

Le condizioni del pesce negli allevamenti ittici sono simili a quelle degli allevamenti industriali e riscontrano le stesse problematiche: sovraffollamento, pandemie, gli animali sono sovente nutriti per farli crescere nel minor tempo possibile, in modo da massimizzare i guadagni. Ma queste tecniche creano possibilità di malattie; la conseguenza è troppo spesso quella di aggiungere antibiotici. Come risultato di un uso eccessivo di antibiotici, proliferano dei ceppi resistenti alla malattia, con possibilità di infettare sia i pesci selvatici che quelli di acquacoltura.

Il più grande produttore al mondo di salmone rischia di essere messo in ginocchio da un piccolo parassita, il pidocchio di mare. Ma la Norvegia, che di questo pesce ne alleva 1,2 milioni di tonnellate all’anno, un quantitativo che negli ultimi dieci anni è raddoppiato, non ci sta a farsi mettere all’angolo dal Lepeophtheirus salmonis anche perché il prezzo e la domanda di salmone è in continua crescita.

Come conseguenza, i norvegesi, forti della propria esperienza in mare aperto, hanno cominciato a spostare gli allevamenti ittici dalle acque stagnanti dei fiordi, esposti alla diffusione di pulci di mare, al largo della costa. Spazi più ampi infatti danno la possibilità di costruire allevamenti più grandi.  Il principio che si sta seguendo è semplice: allevare i pesci sempre più in profondità, dove i parassiti non possono sopravvivere. Farlo, però, non è così facile.

I pidocchi di mare sono sempre esistiti, però negli ultimi anni si sono fatti più resistenti ai prodotti di sintesi usati negli allevamenti in mare. Questi parassiti si nutrono della pelle e delle mucose dei pesci, causando lesioni cutanee e infezioni che indeboliscono i salmoni e possono portare anche alla loro morte.

Per far fronte a questo gli acquacoltori norvegesi hanno introdotto mezzi meccanici, come il lavaggio del pesce con acqua dolce e riscaldata e l’azione di una spazzolatrice, causando però un aumento della mortalità dei salmoni. E anche la cattura di pesci non ancora totalmente sviluppati si è dimostrata poco efficace, anzi ha portato a una riduzione dei volumi di pescato del 5%  nel 2016.

Per trattare l’epidemia sono spesso utilizzati prodotti chimici che non sono stati testati su altre specie e nessuno sa realmente che cosa queste sostanze chimiche faranno ad altri crostacei, come i gamberetti, granchi etc. La preoccupazione più forte è che, il risultato inevitabile di queste moderne pratiche di allevamento e l’uso di antibiotici, aumenti l’insorgenza di ceppi resistenti agli antibiotici, come già accaduto per la produzione cilena e canadese.

Oltretutto occorre evitare la fuga di salmoni allevati in mare aperto; infatti, se immessi in natura, i salmoni da allevamento possono incrociarsi con quelli selvatici, dando origine a esemplari più deboli che non riescono, ad esempio, a risalire i fiumi.

Tra i progetti più imponenti presentati per il futuro prossimo spicca Ocean Farm 1, una gabbia lunga centinaia di metri e pesante quasi 8 mila tonnellate, completamente automatizzata per la gestione dell’alimentazione, la pulizia e lo smaltimento dei pesci morti.  La China Shiplbuilding Industry Corp, uno dei principali costruttori navali del Dragone, ha già fornito il primo lotto di questa serie di impianti di allevamento intelligenti da collocare in mare aperto, che renderà più efficiente la produzione del salmone. Secondo il presidente della Csic, Hu Wenming, si tratta del primo impianto al mondo costruito secondo i principi di un’installazione semi sommergibile, come quelle utilizzate nel settore petrolifero e dell’estrazione di gas. Tutte le operazioni possono essere eseguite a bordo di questa installazione, che può lavorare tra i 100 e i 300 metri di profondità, senza bisogno di ricorrere a imbarcazioni di servizio; il sistema ha una capacità di produzione di 1,6 milioni di salmoni l’anno e sarà messo in funzione già nel prossimo gennaio.